A proposito di Davis di Joel e Ethan Coen

con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake e John Goodman

Il conflitto del desiderio di uomo in lotta con la vita gira in tondo nella New York degli autori folk degli anni '60, fino a soccombere davanti all'apatia del protagonista, immerso in un ambiente con cui non riesce a creare un contatto. Llewyn Davis cerca il successo nella scena cantautorale dei locali del Greenwich Village ma non riesce ad entrare in empatia con il pubblico; più profondamente non riesce ad entrare in empatia con chiunque lo circondi, trascinato da una spiccata e accecante sensibilità interiore che paga il contraltare di un atteggiamento altezzoso. Malvisto e malgiudicato dalla sorella, sbeffeggiato e denigrato dalla donna che ha messo incinta, si rifugia nella sua solitudine con arroganza e frustrazione, privo finanche della fiducia paterna. Un uomo che ambisce a vivere eternamente tramite la sua musica che è costretto, come chi ripudia maggiormente, a sopravvivere ad una misera esistenza senza lasciare traccia.

Passando da un divano all'altro della sua cerchia di amici e conoscenti approfitta di un passaggio in macchina fino a Chicago per incontrare un famoso impresario musicale, ma per quanto toccante sia la sua interpretazione non sembra che il mercato pagherebbe per gioirne. Oscar Isaac interpreta un personaggio tipicamente Coeniano, somma degli insuccessi relazionali di Larry Golpnik (A serious man) e delle disavventure professionali di Barton Fink (Barton Fink-è successo ad Hollywood) superando tutti e due nel potenziale tragico dell'esistenza; se infatti nei titoli citati è narrato il declino di un personaggio all'apice o quantomeno stabile sugli altipiani della carriera e della vita personale, in quest'ultimo film troviamo un uomo impantanato in un fallimento esistenziale dal quale non vi è speranza di uscita. Le cause di questo disagio sono addebitate con un concorso di colpa al rifiuto dell'ambiente esterno e all'incapacità d'adattamento del protagonista, ma proprio qui giunge la riflessione degli autori sulla casualità che ha percorso tutta la loro cinematografia e che si esplica nella scena finale in cui un giovane Bob Dylan si esibisce sul palco mentre Llewyn viene pestato nel vicolo buio e gelido dietro il locale.

I Coen giocano sulla consapevolezza del pubblico contemporaneo dell'enorme successo di cui si è coronato il primo, in contrapposizione all'impercettibile traccia – quasi inesistente prima di questo film e precedente romanzo – lasciata da Dave Van Ronk, cantautore a cui è ispirato il secondo. Non c'è ambiguità nel capriccio della sorte ma solo la profonda inquietudine sulla sua stessa natura; essa deriva dalle dinamiche di conflitto tra gli individui e il mondo esterno ma assume una dimensione di complessità così vasta ed impenetrabile da risultare incontrollabile. Non è più lo strisciante dubbio personale nella sequenza di apertura di A serious man a definire il principio motore del caso, dubbio che continua ad insinuarsi nella mente del protagonista e che cerca invano una categorizzazione nel mentaculus del fratello Arthur, né tantomeno la prepotenza di una calamità naturale quale il tornado della scena finale a definire esaustivamente l'aleatorietà dell'esistenza, bensì i due autori spostano l'asse da cui osservare il problema e lo interpretano sotto il punto di vista fenomenologico; l'elaborato percettivo dell'incombenza del caso diventa pertanto preponderante nella definizione e tangibilità della sorte stessa.

Un ulteriore tassello del pensiero filmico dei fratelli Coen, narrato con un linguaggio ormai maturo che tuttavia  per la sua natura incisiva, con riguardo alla condizione statica del personaggio, tende ad essere piatto nella  fruizione. A ciò non riescono a sopperire gli alti picchi emotivi demandati alle interpretazioni canore del protagonista o la splendida geometria della luce affidata a Bruno Delbonnel (Il favoloso mondo di Amélie), nonostante entrambi questi elementi siano portanti per il godimento del film. Ammirevole infatti l'abilità recitativa di Oscar Isaac che riesce a rendere credibile l'animo di un artista proprio nel momento più intimo e fragile della sua espressione, e l'abile interpretazione fotografica che ricostruisce gelidi labirinti in cui l'attore si muove insieme al suo gatto e al suo pubblico che lo segue in tondo nella sua ballata fino a ricominciare il giro.



«King Henry, King Henry, will you do one thing for me?
Will you open my right side and find my baby
And find my baby»


USA 2013 – Dramm. 105' ***


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