Un certo sentimento di umanità

Su La gente non esiste di Paolo Zardi, la conferma riuscita di una scrittura breve

Sgombriamo subito il campo: a mio parere Paolo Zardi è un ottimo autore di racconti, e questa sua nuova raccolta La gente non esiste (NEO Edizioni, 2019) lo dimostra a pieno. Ma cosa mi porta a questo elogio spassionato? Per rispondere cercherò di individuare alcune caratteristiche della sua scrittura in generale e dei racconti contenuti in questo libro in particolare. Già nei libri precedenti, come Il giorno che diventammo umani o XXI Secolo, sempre usciti per NEO, ma anche nei racconti pubblicati sul suo blog Grafemi, Zardi ha dimostrato di sapersi muovere in più generi, inventando storie realistiche, distopiche e perfino fantascientifiche, alternando toni drammatici, intensi e comici, leggeri. Ciò che non cambiava mai era lo sguardo dell’autore, che aveva alla base una sincera empatia per l’umanità, e quindi la fragilità, dei suoi personaggi, ma che riusciva a rendere questa empatia con un tono distante dagli eccessi sia dalla pietà che della derisione: un accorato partecipare alla realtà, senza giudicarla e anche senza fare della contemplazione delle miserie umane un’occasione per meravigliarsi di fronte alle vicende, a volte anche straordinarie. Insomma, il tono restava sempre basso, senza eccessi. Questo però non significa che la sua scrittura sia insignificante, anzi, sembrava proprio che lo stile rimanesse “umile” per meglio accordarsi con la voce dell’autore e i concetti che vuole ribadirci. Questo ultimo La gente non esiste continua sullo stesso filone e ci presenta una serie di situazioni molto diverse, non riconducibili ad un unico genere, ma accomunate dalla stessa delicatezza dell’autore nell’indagare l’intimità dei personaggi. Come nel finale del primo racconto che apre questa raccolta, Ombrelloni, in cui una donna anziana sulla spiaggia riflette sul passare del tempo:
 

«Negli ultimi trent’anni era cambiato quasi tutto: allora la spiaggia era libera e la gente piantava ombrelloni sbilenchi dove più gli piaceva, e si scavavano buche ovunque. Le cose si trasformano, pensò, e nulla sembra rimanere uguale; eppure niente cambia davvero: le persone continuavano a inseguire la felicità, a occhi chiusi, senza sapere bene cosa cercare, dove scavare, guidate solo da un istinto antico e disperato, e mai arreso».


Questo passo è esemplare, e credo non a caso il racconto è stato posto come primo, perché potrebbe darci una delle chiavi di lettura di tutto il libro. Questa ricerca, questo istinto per la felicità, appartiene infatti a molti dei personaggi qui raccolti, come il protagonista del racconto Il figlio della signora Bastiani, un uomo che decide di rispondere alla classica mail truffaldina scritta da una ragazza dell’est Europa in cerca d’amore:


«Rilesse la mail. Sapeva che la ragazza della foto non c’entrava nulla. Sapeva anche che Nadia non esisteva: immaginava due o tre ragazzini di vent’anni che, da una specie di garage, spammavano mezzo mondo in cerca di qualcuno da fregare. Ma tra quelle parole c’erano tracce di una dolcezza alla quale sarebbe stato bello credere: una visione dell’amore non del tutto banale e alcuni dettagli così vividi da sembrare veri […] Le rispose raccontando della sua vita – si tolse dieci anni e dieci chili, si regalò cinque centimetri di altezza, si spostò verso Milano e si trovò un lavoro più bello e stabile di quello che aveva».

 

Ciò che non cambiava mai era lo sguardo dell’autore, che aveva alla base una sincera empatia per l’umanità, e quindi la fragilità, dei suoi personaggi


Un altro tema del libro è il rapporto fra passato e presente, con il confronto fra le aspirazioni giovanili e l’effettiva realizzazione; tema molto in voga in questi anni, a partire dal titolo che ha “battezzato” la tendenza: Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura (Minimum Fax, 2017). Zardi non manca di dire la sua sull’argomento, con racconti realistici come Pattini e Il Ritorno, incentrati rispettivamente su una giovane mamma che porta i figli al parco e su un uomo che ritrova dopo 30 anni i compagni delle medie; ma anche in Botole, dove si racconta l’apparizione improvvisa di un piccolo varco spazio-temporale nel giardino della casa che un uomo di 40 anni abita con la madre. Da notare che in quest’ultimo, come negli altri racconti a tema fantascientifico Urano, La cosa e, Vita, gli avvenimenti di sfondo, pur alterando profondamente il reale, non sono al centro della vicenda, ma restano lo spunto per parlare dei sentimenti, credibili, con cui i personaggi reagiscono alle situazioni incredibili.
Oltre a storie drammatiche per avvenimenti o risentimenti, nel libro ci sono anche attimi di divertimento e leggerezza, capaci comunque di svelare nuclei profondi di verità. È il caso ad esempio dei racconti Un sogno, in cui l’autore dialoga con un suo personaggio che gli chiede di risparmiargli una sciagura; L’anello, in cui un uomo decide di lasciare la fidanzata proprio il giorno in cui lei gli annuncia di essersi tatuata il suo nome, e Le cyclette non vanno da nessuna parte, che vede un padre confessare alla figlia un segreto troppo a lungo taciuto:
 

«Che cosa ti aspettavi? Che ti ringraziasse?»
«No, no… ma pensavo che le sarebbe passata presto, che avrebbe capito. Mi sono perfino illuso che avrebbe apprezzato la mia sincerità e la forza con la quale l’ho protetta per tutti questi anni… E invece… quanti mesi sono che non mi parla?»
«Tre»
«E a te non dice niente?»
«Dice che non te lo perdonerà mai»
[…]
«Cristo santo, è assurdo! Ok, non sono il padre che pensava ma… ma è così terribile essere figlia di un editore?»  


Tornando quindi alla mia prima affermazione, perché considero Paolo Zardi un ottimo autore di racconti? Tutto ciò che ho detto finora lo qualifica come scrittore dotato di talento e coerenza narrativa, ma questa sua attitudine si può cogliere benissimo sia nei romanzi che nei racconti. A renderlo così eccellente nella forma breve è anche la capacità di utilizzo dei tempi di narrazione, fattore fondamentale quando si deve dire tanto in uno spazio così piccolo. Nelle poche pagine impiegate infatti è in grado di bilanciare attacchi in medias res con flashback brevi ma acuti, che danno conto del passato dei personaggi senza alterare il fragile equilibrio necessario a quell’icasticità spesso tipica di ogni buon racconto.  

Mattia Rutilensi


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