Nell’abisso di Mia

Su Mia e la voragine, esordio di Diana Ligorio, tra fiaba e romanzo di formazione

«Svegliarsi quando si compiono undici anni è come svegliarsi il giorno prima in cui si compiono undici anni ma molto più arrabbiati. Meglio svegliarsi direttamente a undici anni e un giorno». Mia Balestra è una bambina di dieci anni, quasi undici, ed è una bambina arrabbiata e ferita. Arrabbiata perché, come ogni anno, deve trascorrere l’estate a Dolina, il paese d’origine di sua madre, dove non c’è e non c’è mai stato niente di divertente da fare; ferita perché la madre è una donna priva di affetto, dedita esclusivamente al suo lavoro: Alma Distante, o meglio «la Dottoressalmadistante, tutto attaccato», è infatti la pediatra del paese, immancabile punto di riferimento per gli abitanti di Dolina. Mia vive pertanto un conflitto aperto con lei, così distaccata da sembrarle sadica: non risponde alle sue esigenze di bambina e ogni occasione è buona per dimostrarglielo. Si prepara dunque a trascorrere la sua estate con la stizza, come sempre. Se non fosse che, quest’anno, proprio a Dolina, nel giorno del suo undicesimo compleanno, l’attende qualcosa di completamente diverso, un’esperienza fuori dall’ordinario che cambierà la sua visione delle cose e in particolare di sé stessa.
 

La sua condizione rappresenta in chiave universale il cambiamento, con le paure e le sofferenze che spesso lo accompagnano


Mia e la voragine, romanzo d’esordio di Diana Ligorio (TerraRossa, 2022), si presenta come un libro di formazione e d’avventura per ragazzi, capace di rivolgersi anche al lettore più adulto. Se da una parte è vero che Mia, la protagonista della storia, è una ragazzina alle prese con i tumulti della preadolescenza, dall’altra la sua condizione rappresenta in chiave universale il cambiamento, con le paure e le sofferenze che spesso lo accompagnano. Non solo Mia si trova ad affrontare le piccole, grandi trasformazioni della crescita, ma sia lei che sua madre, Alma, vengono messe a dura prova: a determinare un grande sconvolgimento nella loro vita è la scomparsa del padre di Mia, rimasto coinvolto in un incidente nella gravina, la voragine che dà il titolo al romanzo. Da questo tragico evento, di cui Alma e Mia conservano uno pneumatico, l’unica cosa sopravvissuta, si crea una spaccatura, una crepa profonda, che Alma, dal canto suo, cerca di riparare colmandola di silenzi e non detti.
 

Così a Dolina io e mia madre ci dondolavamo sul grande pneumatico, lo facevamo al tramonto. […] Eravamo una sola persona che ora che lo racconto immagino com’era ed eravamo veramente un corpo lunghissimo e solitario. Infatti stavamo in silenzio. Una volta mia madre mi spiegò che il silenzio è una forma di dialogo ed era una cosa intelligente, io non ci sarei mai arrivata al silenzio che sono parole, non lo avrei mai pensato. Praticamente non parlare di papà era parlare di papà e lo potevo capire se ci dondolavamo sull’ultima cosa che restava, ci dondolavamo e dicevamo senza dirlo che non ce l’eravamo dimenticato. Poi però col tempo mi è sembrato un po’ una fregatura questo silenzio in cui noi ci stavamo parlando. Io non sentivo più niente e non so se lei stava sentendo perché gliene dicevo spesso di tutti i colori.

 

Cosa può provare una bambina di fronte alla morte del padre? In che modo viene riscritto il suo ruolo all’interno della famiglia, specialmente nel rapporto con la madre? Nel suo romanzo, Diana Ligorio offre en passant una risposta a questi interrogativi, e lo fa con tatto e fantasia, creando attraverso la voce narrante di Mia una storia dal carattere ludico e immaginifico, nonostante la premessa sia tra le più drammatiche. L’autrice affronta il tema delicato della perdita in modo tanto profondo quanto accessibile, anche e soprattutto ai giovanissimi lettori. Dotata di sensibilità e empatia, la protagonista riconosce che rispetto al passato qualcosa stona nell’atteggiamento della madre, distaccata e introversa, e da qui si accresce sia l’incapacità di comunicare con lei, sia il suo rancore verso di lei. Nei suoi interminabili flussi di coscienza, Mia le rinfaccia di essere assente, ossessionata dal suo lavoro; non tollera che si rivolga a lei con quel linguaggio medico, alieno, come quando, ad esempio, si riferisce alla sua zoppaggine («“La tua camminata è una sottrazione dell’appoggio […] durante la deambulazione”. Quando voglio ridere penso a questa frase; ma anche quando voglio piangere») e preferisce trascorrere le sue giornate all’aperto. Girovagando per le strade di quel borgo così fatiscente e poco stimolante, sospeso nell’umidità e nel torpore, la protagonista riempie ogni silenzio da sé e reinventa un mondo nuovo, dove le cose e le persone assumono sembianze straordinarie, meravigliose. In questa dimensione parallela, le corriere sbuffano, i bambini sono topi e lupi mannari, e la matta del paese, conosciuta come Tonia Pungente, può addirittura manifestarsi come «tutto il bestiario di Dolina e anche di più», tanto da ricordare una delle creature fantastiche del Libro dei mostri di J. Rodolfo Wilcock. Diana Ligorio dà in questo modo colore ed espressività al guazzabuglio di pensieri e emozioni di Mia, che con la sua voce a volte ingenua e insicura, a volte caustica e diretta, continua a parlarsi e a dare forma a tutto quello che le passa per la testa. Per rendere giustizia alla voce di Mia, l’autrice si serve di una lingua molto vicina al parlato, e in particolare al parlato di una bambina, mossa da periodi lunghi, a volte confusi, dove la ripetizione abbonda e la punteggiatura è svincolata da ogni norma.
 

Allora pensai che era meglio se mamma non mi faceva alcuna domanda sul mio conto, cosa mai le potevo dire, che mi piace rovistare nella monnezza come la matta di Dolina e che i rifiuti col vento e la pioggia prendevano la faccia delle persone da cui si erano separati?! Me ne ritornai per dove stavo andando all’inizio; avevo paura veramente di essere spostata di testa come Tonia Pungente, e in quel momento la gamba cosa fa?! Mi tira verso Tonia. La gamba voleva mettere i piedi nella coda della donna cervo e impicciarsi di quell’archivio di meraviglie, perché meraviglie erano.


Fino a quando non arriva il fatidico giorno dell’undicesimo compleanno di Mia, e gli abitanti di Dolina decidono di organizzare una giornata speciale di ringraziamenti e riconoscimenti alla Dottoressa Alma Distante, alla quale lei ha ovviamente intenzione di partecipare. È la goccia che fa traboccare il vaso: non bastano l’anaffettività, la snaturata incapacità di mostrare un po’ di calore materno, il suo sguardo iniettato di disinfettante pediatrico, no. Alma sceglie di consacrare al suo lavoro anche il giorno del compleanno di sua figlia. Infischiandosene dei premi che le conferiranno, Mia decide per ripicca di uscire e, fuori, sente una voce che, irrequieta, borbottante tanto quanto lei, risponde al suo continuo ruminare. È la voragine, che con i suoi gorgoglii e ululati sempre più forti attira la curiosità della giovane protagonista, in una sorta di rimando alla tana del Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Complice la sua gamba zoppicante, che sembra scegliere per lei, Mia si ribella alle raccomandazioni della madre e si avvicina alla gravina, seguendo il richiamo di quella forza centripeta che tutto conduce a sé e che tutto risucchia. Diana Ligorio descrive con ingegno la ribellione di Mia, attribuendone la responsabilità al difetto della gamba – o «sottrazione dell’appoggio», per dirla con le parole di Alma: questa allegoria è uno splendido esempio di come la scrittrice plasma la realtà attraverso lo sguardo e le percezioni della sua giovane eroina, che, sventata, decide di addentrarsi nell’abisso della voragine. Qui incontra Rocco, un piccolo pipistrello che ha perso la madre e di cui la protagonista dovrà prendersi cura: all’interno della voragine, infatti, Mia si trova faccia a faccia con la paura, la solitudine, il pericolo, ma dovrà cavarsela con le proprie forze per cercare in tutti i modi di proteggere sé stessa e il suo compagno d’avventura. A questa esperienza si accompagna un’evoluzione stilistica nella scrittura che rispecchia la maturazione della protagonista: una lingua non più fanciullesca, ingarbugliata, ma più lineare, sciolta, proprio come le si riveleranno, verso la fine del romanzo, le strade di Dolina.
 

Presi a camminare e tirai verso il paese. Dolina era più piccola: le strade fino all’altro giorno erano asserpentate, ora il groviglio s’era come sciolto; e la piazza era tutta là, un giro di occhi e niente di più. La foggia invece no. Certo, adesso mi pareva una pozzanghera praticamente; però aveva ancora qualcosa di misterioso con quell’acqua sempre in movimento, da dove lo prendeva non lo so.


Mia e la voragine è un racconto vivace e poetico, che si fa metafora della crescita e del cambiamento, di quanto possa essere difficile diventare grandi e di come, spesso, i luoghi che conosciamo da sempre siano sì quelli che fanno più male, ma anche i più imprevedibili. È una fiaba sospesa tra lo straordinario e l’ordinario: al di là dell’avventura per ragazzi, il testo propone con finezza e intelligenza un discorso sulla perdita e sul rapporto tra genitori e figli, sui non detti e le tensioni sotterranee che possono scaturire dall’incomunicabilità. Perché se è vero che Mia deve affrontare la crescita, riscoprendosi nei suoi limiti e nelle sue potenzialità, è vero anche che Alma, dal canto suo, dovrà essere in grado di accogliere questo cambiamento. Nella sua opera prima, Diana Ligorio intride le pagine di gioco e immaginazione, firmando così una storia divertente, al contempo emozionante e nostalgica, capace di smuovere la memoria e l’inconscio anche delle lettrici e dei lettori più adulti.


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