Ma a quali giovani parla, presidente?

Lettera di un giovane al presidente della Repubblica Sergio Mattarella dopo il discorso di fine anno

La sera del 31 dicembre scrollo tra i post di Instagram e vedo il video di un’amica che festeggia Capodanno in gruppo con un drinking game. Bere ogni volta che il presidente Mattarella dice la parola “giovani” durante il suo discorso di fine anno (l’ultimo prima del termine del proprio incarico). «Giovani che si impegnano nel volontariato», e si beve. «Giovani che si distinguono negli studi», e si beve. «Giovani che amano il proprio lavoro», e si beve. «Giovani che, come necessario, si impegnano nella vita delle istituzioni», e si beve. «Giovani che vogliono apprendere e conoscere», e si beve. «Giovani che emergono nello sport», e si beve. «Giovani che hanno patito, a causa di condizioni difficili, e che risalgono la china imboccando una strada nuova», e si beve. «I giovani», e si beve, «sono portatori della loro originalità, della loro libertà, sono diversi da chi li ha preceduti, e chiedono che il testimone non venga negato alle loro mani. Alle nuove generazioni sento di dover dire: non fermatevi, non scoraggiatevi, prendetevi il vostro futuro, perché soltanto così lo donerete alla società».
 

Prima si trovava un lavoro stabile da giovani, una strada da giovani, ci si sposava da giovani, si facevano famiglie da giovani. Adesso chi fa tutto questo da giovane è un’eccezione


Chi sono i giovani, presidente? Prima si era giovani a vent’anni, finita la scuola iniziava la vita e la si viveva da giovani, appunto. Si trovava un lavoro stabile da giovani, una strada da giovani, ci si sposava da giovani, si facevano famiglie da giovani. Era la normalità. Adesso chi fa tutto questo da giovane è un’eccezione, un’eccezione chi trova lavoro da giovane, un’eccezione chi da giovane può costruirsi un futuro. Adesso a superiori finite si fatica a trovare lavoro, si studia più a lungo per delle lauree che ci danno competenze che non bastano mai, con un’istruzione ancora disconnessa dal mondo del lavoro in cui dovrebbe inserirci ma con cui invece non comunica – e non ci comunica nessuno tranne le costosissime università private, ma le sembra un paese serio questo, presidente? Si fanno master, corsi di specializzazione, poi finalmente si trova un lavoro stabile (quello che cercavamo o, più probabilmente, quello che ci siamo fatti andare bene), e nel frattempo se abbiamo avuto la forza di costruire qualcosa, di creare legami in una vita ambulante e precaria passata in affitto o nelle case dei genitori, troviamo finalmente il nostro equilibrio. E abbiamo trenta, trentacinque anni. Inizia la vita e siamo già vecchi, presidente.

Nel suo discorso lei fa sue le parole del professore di storia e filosofia Pietro Carmina, una delle vittime del crollo del palazzo di Ravanusa per una fuga di gas, ad inizio dicembre. Pensieri scritti in una lettera pubblica condivisa il giorno della pensione:
 

Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi. Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa. Voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare…


Al di là del curioso taglio che lei opera – a quello sbagliare segue un «non state tutto il santo giorno incollati a cazzeggiare con l’iphone. Leggete, invece, viaggiate, siate curiosi», ma le si può perdonare il voler evitare di cazzeggiare in diretta nazionale – c’è da ammettere che sono parole stupende. Sono anche parole un po’ ridicole, però, se lo faccia dire presidente.

Noi la mordiamo la vita, ci sporchiamo le mani tutti i giorni, perseguiamo le nostre mete, anche le più ambiziose, ma lo sa la fatica che ci costa? La sofferenza, la frustrazione di una vita che non cominciamo mai a vivere? Quando anche le mete più semplici diventano ambiziose, tanto sono impossibili da raggiungere; quando ogni tentativo è scoraggiato, quando ogni cosa naturale diventa complicatissima. Lei ci invita ad essere protagonisti della storia, ma mi scusi, presidente, non vede che a malapena ci riescono le generazioni precedenti? Non vede che i nati alla fine degli anni Settanta hanno trovato stabilità l’altro ieri, che i nati negli anni Ottanta fanno ancora fatica, che le posizioni di potere e responsabilità sono tutte gestite da anziani, che non c’è un partito con un segretario che abbia meno di quarant’anni. E ci chiede di caricarci sulle spalle chi non ce la fa. Ma siamo noi, presidente, che non ce la facciamo, com’è che non ve ne siete ancora accorti.

Suonano ipocrite, le parole che fa sue, in un paese in cui la disoccupazione giovanile è da anni tra il 25 e il 30%, un paese in cui non basta l’emigrazione regionale da Sud a Nord per compensare la mancanza di futuro: spesso ce ne dobbiamo proprio andare dall’Italia per trovarlo, un futuro, ci costringete a scappare – chi può – e ci incolpate pure, perché tu il futuro lo devi trovare in Italia, anche se l’Italia ti schifa e ti umilia col suo nepotismo, col suo clientelismo, col suo maschilismo, con i suoi metodi grotteschi e mafiosi. Devi stare in Italia a lottare, ti dicono. Ma ha idea della fatica che ci costa, del peso che ci grava quotidianamente sulle spalle? E allora rinunciamo, abbandoniamo, lasciamo il campo a chi ha più possibilità economiche, a chi ha meno competenze di noi ma i contatti giusti. E non è un piagnucolio infantile, presidente, mi creda, è che in questo paese non riusciamo mai a liberarci delle nostre cancrene, e anche le cellule appena nate si ammalano, se tutto il resto del corpo è in putrefazione. Dovete stare in Italia a lottare, ci dite. Ma contro chi? Siete voi quelli contro cui dobbiamo lottare. Siete voi che occupate tutti gli spazi.
 

Devi stare in Italia a lottare, ti dicono. Ma ha idea della fatica che ci costa, del peso che ci grava quotidianamente sulle spalle?


Perciò non si riempia la bocca di belle parole su come noi dovremmo essere il presente, perché il presente siete voi, da decenni. E non ve ne andate mai. Lei è una persona intelligente, l’ha capito, per questo lascia il Colle. E convinca anche i suoi colleghi, però, a levarsi di torno, perché lo state distruggendo questo paese: non capite niente delle sue crisi sociali, delle sue difficoltà, niente delle esigenze dei suoi cittadini, niente di che cosa significa essere giovani. L’aspettativa di vita nel 1941, quand’è nato lei, era intorno ai sessant’anni. Adesso è intorno agli ottanta. Moriamo più tardi, ma invece che restare giovani più a lungo, diventiamo vecchi prima. Non è bizzarro, presidente? Sarebbe l’ora che fosse questo paese a caricarsi sulle spalle chi non ce la fa, e non a chiederlo a noi, che siamo già così stanchi. Sarebbe l’ora che lasciasse seriamente spazio ai giovani, a quelli veri che le Torri non le hanno viste cadere, e che non li riprendesse se stanno tutto il giorno lì a cazzeggiare con l’iphone, perché se alzano la testa trovano il deserto.

Le riascolti le parole che ha detto, presidente. E ci beva su anche lei. «Giovani che non finiscono gli studi», beva. «Giovani che non trovano lavoro», beva. «Giovani che si suicidano per la pressione delle università», beva. «Giovani che vengono ignorati dalle istituzioni», beva. «Giovani schiacciati dalle disuguaglianze sociali», beva. «Giovani le cui competenze vengono costantemente frustrate», beva. «Giovani che non possono permettersi una casa propria», beva. «Giovani che non possono costruirsi una famiglia», beva. «Giovani che emigrano», beva. «Giovani che sopravvivono», beva. «Giovani che vorrebbero prendersi il proprio futuro», beva, «ma a cui i vecchi tolgono le possibilità».


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