Confessioni di un nipote

Una storia di libri, miniere e francobolli tra il destino di Ippolito Nievo e quello di uno zio lontano dall’Italia

Nel marzo 1861 l’Italia stava per nascere. Ippolito Nievo, uno dei Mille assieme a Garibaldi, era rimasto a Palermo in qualità di ministro delle finanze della Spedizione. Mentre i borbonici di ieri cambiavano bandiera e battevano cassa, in Sicilia arrivava Giuseppe La Farina, inviato dall’ala conservatrice del parlamento con l’obiettivo di screditare i Mille e mettere fuori gioco i repubblicani. Nievo, costretto a difendersi dalle accuse di malversazione, partì da Palermo il 4 marzo, imbarcandosi sul piroscafo Ercole alla volta di Napoli, da dove avrebbe proseguito per Torino. Come nel più classico dei misteri italiani, aveva con sé le carte che provavano il rigore della sua gestione, ma fu inghiottito assieme ai suoi fascicoli dalle acque del Tirreno.

Un secolo più tardi, nel marzo 1961, l’Italia festeggiava il proprio centenario. Cos’era rimasto di quel sogno risorgimentale dopo due guerre mondiali, il ventennio mussoliniano, una tragica esperienza coloniale e un’immensa emigrazione dovuta alle difficili condizioni economiche? Allora se lo chiedevano in molti, ma l’8 giugno di quell’anno i riflettori erano tutti puntati sul castello di Colloredo di Monte Albano (Udine), dove era in corso una cerimonia per l’emissione di un francobollo in memoria di Ippolito Nievo:
 

Avevo in mano il francobollo e lo guardavo. Un flash improvviso mi abbagliò scattandomi una foto. Il volto inciso sul francobollo diventò splendente. Il mare si ingrandì, diventò enorme, in grandezza naturale. Il volto si allargò e divenne chiarissimo, poi si dissolse riapparendo di colore naturale e allontanandosi nel mare che lo avvolgeva. Nel bollo l’uomo aveva una macchia rossa sul petto. Era un berrettino da guerra, rosso. Rimase il colore e cambiò la forma che si mise a pulsare. […] Mi scossi e tutto riprese le proporzioni reali. Il lampo del flash sparì col suo chiarore, le persone intorno tornarono a muoversi, il francobollo rientrò nelle mie mani. Mi rimase l’impressione che fosse possibile estrarre una storia precisa da quel volto perduto nel francobollo.


Si apre così il terzo capitolo de Il prato in fondo al mare di Stanislao Nievo, dedicato alla tragica fine del suo avo e alla ricerca del relitto dell’Ercole affondato nel Tirreno: un romanzo folle, spiazzante e labirintico che ho letto e riletto per anni, e ancora oggi continuo a riprendere a intervalli regolari.
 


Venticinque anni prima, il 27 maggio 1936, nella friulana Gonars era nato Guerrino Veronesi, uno dei miei zii paterni. Nel Friuli di quel tempo, flagellato prima dal fascismo, poi dalla guerra e infine dalla miseria, parlare di studio fra le masse contadine era una specie di bestemmia: la vita non era fra i banchi, bensì nei campi, a zappare la terra e a sudare sotto il sole. Così fu anche per Guerrino che, dopo aver imparato a leggere, scrivere e far di conto, andò subito a lavorare per aiutare la famiglia. Nel 1955, compiuti i 19 anni, decise di non prestare servizio nell’esercito e di trasferirsi in Olanda, uno dei cinque paesi che aveva firmato con l’Italia il trattato di Parigi per l’istituzione della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Dopo aver abbracciato i suoi familiari (compreso mio padre, che all’epoca aveva cinque anni), partì per un lungo viaggio in treno che lo condusse a Herleen, dove lo attendeva la miniera di carbone ‘Oranje Nassau III’, in funzione dal 1914. In città conobbe Kitty e dalla loro unione nacquero due figli (Giorgio e Sandra), tre nipoti (Manuela, Kim e Kelly) e attualmente quattro pronipoti (Max, Ilana, Devlin e Finn). La sua vita, interamente spesa per la famiglia, è terminata il 25 agosto 2021.
 

Dopo aver abbracciato i suoi familiari (compreso mio padre, che all’epoca aveva cinque anni), Guerrino partì per un lungo viaggio in treno che lo condusse a Herleen, dove lo attendeva la miniera di carbone ‘Oranje Nassau III’


Prima, durante e dopo il funerale ho riabbracciato i miei parenti, perfettamente olandesi ma con salde radici italiane («I’m so proud of my Italian family» mi scrive Manuela, mentre faccio ritorno a casa). Ho rivisto i luoghi che avevo già conosciuto anni prima: le amene colline del Limburgo, popolate da mucche al pascolo; la vecchia casa di mio zio, una delle tante costruite per i minatori dall’amministrazione locale; la scuola e il nuovo quartiere residenziale sorti al di sopra della miniera, chiusa negli anni Settanta quando estrarre carbone era diventato troppo costoso (e mio zio fu costretto a cambiare lavoro); il ‘Carboon Café’, dove Guerrino e i suoi colleghi si ritrovavano dopo una lunga giornata trascorsa nelle viscere della terra. Sono stati giorni intensi, ma camminando lungo quelle strade non ho potuto fare a meno di meditare sui cosiddetti ‘valori’ che da sempre ci hanno insegnato a onorare.


La miniera Oranje Nassau III, a Herleen, in uno scatto del 1935



La Costituzione Italiana, entrata in vigore nel 1948, all’articolo 52 stabiliva (e ancora stabilisce) che «il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge»: l’obiezione di coscienza non era certo prevista (lo sarà soltanto dal 1972) ed era anzi perseguita dall’autorità pubblica, a volte persino con il carcere. Eppure mio zio, nel 1955, preferì voltare le spalle a tutta la retorica nazionalistica che gli aveva procurato soltanto repressione, guerra e miseria per dare un futuro a sé stesso e alla sua famiglia, anche a quella rimasta in Friuli. Da questa sua scelta, coraggiosa e a suo modo ‘europeista’, è sgorgato un fiume di vita, qualcosa che forse non sarebbe mai nato se fosse rimasto in Italia.

Guerrino è stato un protagonista, del tutto inconsapevole e proprio per questo assolutamente puro, di quel travagliato percorso che ha portato all’unificazione dell’Europa, di cui proprio la CECA è stata il primo embrione; la sua lunga discendenza italo-olandese è anzi l’incarnazione perfetta della bontà di quel progetto, di quella ‘patria allargata’ nata sulla concretezza del bisogno in seguito al più spaventoso conflitto di tutti i tempi. Dopo aver ingrossato le masse contadine, mio zio è stato il primo membro della famiglia Veronesi a diventare un salariato stabile, con una propria coscienza di classe che rendeva più sopportabile una esistenza forgiata da industria pesante, fuliggine sul volto e calli sulle mani. Ma Guerrino è stato anche il simbolo del Friuli più arcaico, attaccato alle sue tradizioni e ai suoi piccoli segni identitari: il senso della famiglia, la generosità nascosta sotto una scorza di apparente durezza, una tavola su cui non mancavano mai salame, vino e grappa.
 

La lunga discendenza italo-olandese di Guerrino è l’incarnazione perfetta della bontà del progetto di unificazione dell’Europa, di quella ‘patria allargata’ nata sulla concretezza del bisogno in seguito al più spaventoso conflitto di tutti i tempi


Questo e anche altro è stato ricordato durante il funerale, una emozionante cerimonia laica con musiche, parole e immagini della vita di mio zio, svoltasi all’interno di una bella sala accanto al crematorio, immersa in un parco ridente e verdissimo. Quel rito, quel contesto e soprattutto la visita ad alcune strutture sanitarie e di accoglienza (luoghi talvolta mirabili) mi hanno fatto riflettere su un paradosso: nell’ateissima Olanda ho ritrovato molta più attenzione alla dignità della persona rispetto alla cattolica Italia. E forse, nel dibattito che investe il nostro paese a proposito di R.S.A. e sanità territoriale (ma anche in merito all’eutanasia), uno sguardo a cosa succede da quelle parti sarebbe il caso di darlo.

Poche ore prima del funerale, dopo un pranzo a base di gulash (che da Udine a Kiev è il piatto della memoria), mio cugino Giorgio ci ha consegnato gli album di francobolli collezionati da suo padre per anni, con passione e rigore maniacali. La sera, tornati in albergo, mi sono messo a sfogliarli, scegliendo fra tutti un volume rosso carminio, molto più piccolo rispetto agli altri. Colpito dal suo aspetto dimesso, quasi timido, ho sollevato la copertina; in mezzo a quei quadretti colorati, fra Italie turrite, Torri di Pisa e Colossei blu, in calce alla prima pagina ho trovato il francobollo del 1961 dedicato a Ippolito Nievo. Stupore, commozione, battito accelerato: d’improvviso, come al suo pronipote Stanislao, l’eroe dei Mille mi è apparso enorme, con il suo sguardo fiero puntato verso di me.
Quel francobollo ora appartiene a noi, come Guerrino aveva sempre voluto, ed è come se una parte di lui fosse tornata in Italia, almeno idealmente, dopo il suo ultimo viaggio. Sicché oggi so almeno una cosa di quel fenomeno misterioso chiamato ‘morte’: so che un filo sottile unisce le miniere di Herleen in cui si calava mio zio al «prato in fondo al mare» in cui mi sono immerso per tanti anni, accompagnato dalle parole di entrambi i Nievo. Se quel filo rappresenti o meno l’immortalità dell’anima, su cui tanto ha dibattuto la filosofia antica, può saperlo solo Guerrino. Ovunque si trovi in questo momento.


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