La grande bellezza di Paolo Sorrentino

con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso

Uscito a mani vuote da un’edizione di Cannes ricchissima, il sesto lungometraggio di Paolo Sorrentino mette in scena le vicende di Jep Gambardella (T. Servillo), giornalista di successo e autore de L’apparato umano – opera che lo rese celebre in gioventù – , che si muove con passo regale nella mondanità romana, inseguito da un fantasma di vacua decadenza. Nel morboso e consumante festeggiare lo accompagnano il sodale Lello (C. Buccirosso) e il fraterno Romano (C. Verdone), onesto come la genuina Ramona (S. Ferilli), figlia di un compagno di tempi andati.

Scritto dal regista con Umberto Contarello, La grande bellezza soffre della megalomania di un autore che tenta di farsi artista, la ricerca dell’errare prolifico dell’arte non supportata dall’incostanza nel racconto. Se si percepisce l’intenzione di restuire l’assenza e lo smarrimento, non riesce compiuto il tentativo di portare il vagare a leitmotiv stilistico-narrativo, una prova che soltanto i più grandi sono riusciti a superare. Allo stesso modo difficilmente si può perdonare la rappresentazione della figura della Santa, presentata in toni grotteschi e sopra le righe e che Sorrentino tenta poi inutilmente di far prendere sul serio, e gli inutili camei di Venditti e della Ardant, la cui presenza vorrebbe assumere i tratti di una visione in una sequenza raffinata e onirica che, soltanto abbozzata e mal collocata, perde la sua ragion d’essere.E quando anche lo spettro di un passato dimenticato potenzialmente fecondo di significato si perde nella miriade di sensazioni, accadimenti, perle senza una conchiglia che le delimiti e ne racchiuda il senso, ci si chiede se l’ambizione di Sorrentino, in regia ma soprattutto in una scrittura che cerca di soddisfare quest’ambizione nell’esaltazione dell’anti-narrativo, non si sia trovata davanti lo stesso problema di Jep, a confronto con l’idea di Romano di un’insensata intervista: «In questo paese purtroppo per farsi prendere sul serio bisogna prendersi sul serio» «Roma’, ma che gli raccontiamo?!».

Rimane la grande capacità del regista napoletano di dipingere, anche grazie a e nonostante l’eccessiva oleografia fotografica di Luca Bigazzi, situazioni e affreschi di potente bellezza e di straordinaria profondità, la bravura unica nel raccontare una vita in pochi attimi, di rendere altrettanto grandi le storie dei personaggi minori – la bambina che dipinge, i nobili in affitto. Nel ruolo di Jep Gambardella, che allunga la fila di nomi e personaggi singolari (indimenticabili Tony Pisapia, Titta Di Girolamo e Geremia de’ Geremei), un fine Servillo che si muove all’interno di un mondo alienato di riferimento felliniano – la passeggiata in Via Veneto, la giraffa nella notte – come l’ambiente di cui tratta. Una Roma della decadenza di satirica, cinica e nostalgica rappresentazione  – «Ma tu che lavoro fai?» «Io? Io sono ricca» «Bel lavoro»
La vita di Jep non è dissoluta, ma verso una perenne, logorante dissoluzione, verso un bivio in cui può scegliere se tornare a galla o affondare, bruciare o rinascere, e dove si lascia cullare. Servillo ne restituisce le contraddizioni, tra fascino per il dissoluto e consapevolezza del proprio fallimento, immortalato in una raffinata e profonda dilatazione dei tempi, nella sospensione nel vuoto: l’assenza d’aria, spazio, senso, in un eterno treno dei desideri diretto verso il nulla. 
Alla romanità di una Ferilli e di un Verdone gli unici personaggi che affascinati dai vizi della Città Eterna ne subiscono il contagio sopravvivendovi con la purificazione della fuga e della morte, nell’ingenuità fatta coscienza dell’anagrammatica specularità dei loro nomi, a loro volta custodi del nome della Città: quella Ramona che sottende ambizione e quel Romano che a Roma non è adatto. 

Percorso da un umorismo dolce e spietato, è anche il più divertente dei film di Sorrentino, che concilia il suo grottesco marchio di fabbrica con una critica lucida e attuale del costume della società del Duemila nella povertà dei riferimenti alti, nel continuo e vuoto citare – «Mi dedico al mio nuovo romanzo. Una cosa proustiana» «Ma dai, Proust è il mio scrittore preferito… anche Ammaniti» – , nel ritrarre danzanti mediocri attori inconsapevoli della tragedia umana, ricchi gonfiati in salotti borghesi da un chirurgo estetico a loro molto caro, nell’intrattabile trattato su un niente incomprensibile – «Le cose sono troppo complicate per consentire ad un solo individuo di capire». Il nulla ricercato e il sofisticato apparire, denudati  nella loro vergogna dal grandioso monologo in terrazza, smascheramento di Stefania, presa d’atto dello squallore disgraziato e dell’uomo miserabile in un rassegnato invito alla compassione schopenaueriana. 

Incostante, a volte eccessivo, schiacciato dall’ostentata ricerca del capolavoro vive allo stesso tempo del peso e dell’ampiezza del respiro di Sorrentino. «Roma la notte, intesa come la intendono i protagonisti del film, vale a dire sempre con riti sociali molto esasperati, con un grande afflusso di mondanità, ha molto del patetico. E poi da un momento all’altro la notte diventa alba e dal patetico si passa al sublime». Come il Viandante sul mare di nebbia, Jep osserva una Roma deserta e desolante, silente e grandiosa. E il coro di Taverner si leva alto: la grandezza, lo sconforto, il niente velato d’immenso.
 

«È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura.
Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi, lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile» 

ITA-FRA 2013 – Dramm. 142’ ★★★


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