Incroci

Terra, amore e coltura di un futuro condiviso, un racconto dal concorso letterario Petrarca.fiv 2021

Lo sai, questa tensione con Luna le dispiaceva. A Eleonora non piaceva il modo in cui Luna lasciava disordine nella stalla – dove si lavora, specie in più persone, va tenuto tutto a posto. Per lei Luna stava un po’ troppo a pontificare sugli incroci di indica e sativa da provare nell’orto, anticipava troppo l’ora in cui iniziare a cucinare, e ad Eleonora succedeva spesso di finire a buio da sola. Ma se la faceva passare, faceva un respiro, perché le piaceva come Luna le sistemava il cuscino per la meditazione, come senza parlare, con gesti di carezza, le faceva prendere una posizione più giusta nell’asana, e anche il resto. E poi erano loro, ormai.

   Il casale non era troppo lontano da Raggiolo, quindi era lontanissimo da tutto. Loris però era cresciuto lì, ci passava le estati con i nonni. Zone interne, confini del mondo, battuti all’avventura coi palmi e le ginocchia sanguinanti. Aveva iniziato ad andarci con Raùl, che si erano conosciuti alle superiori; quel luogo aveva iniziato ad appartenere anche a lui, e quindi aveva iniziato ad amarlo – quel fianco scosceso, la previdenza che richiede la legna da ardere, trovare dentro le mani le risposte alle difficoltà. Così quando le cose, come sai, si misero meno bene, morti ch’erano i nonni senza che nessun erede avesse in calcolo Raggiolo, Loris e Raul chiesero a Luna ed Eleonora se volevano venire anche loro, conoscenze non troppo vecchie fra cui s’erano sempre annusati con piacere. E oh, come vedi era andata.

   Beghe: il tetto era da rifare, c’era qualche ampliamento meritevole che Loris sapeva come tirare in porto. Mancava il cash, come a tutti, e i rifornimenti di tutto scarseggiavano: a volte riuscivano a farsi portare quello che gli serviva coi droni, ma tante volte i prezzi erano alti e si doveva fare con quel che c’era. Luna aveva questa fissa di mettere su una piantagione seria, ma non aveva convinto molto, anche perché da quelle parti non c’era un gran giro in cui vendere, e specie a Loris quel fumare poi gli toglieva le energie, quindi era sempre scettico, ma con discrezione, e anzi gli faceva piacere che Luna fumasse perché fumare la eccitava. Fu Raul che ebbe l’idea, comunque.

   C’erano almeno dieci altri casali, nei dintorni, e tutti disabitati. Specie uno, quello dei Malpighi, aveva un fienile rifatto da non più di una ventina d’anni, e le travi erano legno buono, che dura più di una vita. Si potevano prendere le tegole, la trave e i travetti che servivano da lì. Chi se ne sarebbe accorto? Eh, però t’immagini, non è un lavoro che si fa in due. Anche cannibalizzando i gusci d’altri edifici, servono soldi. Ma Raul, come ti dicevo, ebbe l’idea. Anche se funzionò solo alla terza spedizione.

   Eleonora e Luna quella volta rimasero a casa. Eleonora sarebbe voluta andare di nuovo, ma qualcuno doveva badare agli animali, e in effetti Raul e Loris conoscevano meglio la via, e la stagione era meno buona. Luna lavorò con lei di lena, e a Eleonora non dispiacque quando lei, al calare del sole, le arrivò dietro e la baciò sul collo, e le toccò tutta la pelle. Raul e Loris andarono a piedi, a piedi, parlando come facevano sempre, e tenendosi le mani addosso, sulle spalle, nelle mani, mentre ciascuno reggeva la sua pala; Loris avrebbe voluto parlare a Raul di un paio di cose che non gli andavano bene, e una era Luna, ma il profilo del borgo di Rocca Ricciarda già torreggiava arroccato sullo sperone del monte. Loro cercavano la vecchia Rocca, quella dei conti Guidi, spazzata via, ma ancora mezza sepolta. «Ci passava il mondo, ci passava il mondo di qui», ripeteva Raul ripensando alle lezioni di archeologia, e riguardando sul telefono le planimetrie che la sua amica Irene gli aveva mandato della vecchia Rocca – bella tesi di dottorato, non ne fecero nulla, e poi Irene se n’è andata.

   Eccoli arrivati. Aspettano, restando a guardarsi e a dire lazzi col batticuore, che il sole cali un po’, che arrivi quel lungo crepuscolo fra pomeriggio e sera in cui i boschi s’immergono, ogni forma si confonde, sale il pericolo e non si capisce più niente. Ma con abbastanza luce per maneggiare le vanghe. Il terreno è un inferno da scavare, da principio, materiale di riporto a ogni affondo incastrava le lame, ma via via diventa più leggero, e Loris si compiace di averle rifilate. «Da quella parte c’era l’ingresso da Pratomagno», dice Raul mentre scavavano. «L’altre volte s’era andati troppo esposti, questa qui, questa dove siamo era una stanza, era in una parte più riposta, dice l’Irene, e il livello del solaio è quello, l’impiantito è sotto di così, e non vedi se… lo racconta la fonte di questo castellano che ti dicevo. Vedi vedi». Vanno rapidi, hanno poche decine di minuti e poi la notte, a Raul dispiace, pensa che Irene avrebbe potuto trarre qualcosa di scientificamente interessante da uno scavo lì, ma sono altri tempi, e Loris sente che ha toccato una cosa che non è l’ennesimo pietrone. Ci si precipitano sopra, e all’ultima luce d’arancio che si fa verde aprono quel che resta di una cassa di legno, e dentro una cassetta, e nella cassetta videro sbrilluccicare i fiorini, terrosi. Si abbracciano e si baciano senza far rumore. Di notte il bosco non è tuo, lo sai.

   Così tornano a casa nel profondo della notte, avendo camminato alla luce dei led, anzi solo di quello di Loris, sobbalzando a ogni falcata di pipistrello. Loris vorrebbe subito lanciarsi su TOR a lavorare per lo smercio, Loris quando vede davanti a sé una cosa che va fatta e fatta bene non sa aspettare, ma le trovano addormentate insieme vicino al camino radioso che va spengendosi lentamente, senza vestiti di sotto. Loris e Raul ne sono galvanizzati, decidono di stapparne uno di quello buono, di quello preso nel casale dei Galeazzi, dove avevano trovato una cantina formidabile, oltre a una bella biblioteca, infatti avevano preso anche qualche libro da non lasciare ai topi. Il rumore dello stappo le sveglia, si ricompongono appena con due coperte, ridendo complici, e li trovano con la cassetta rovesciata sul tavolone di cucina e i bicchieri pieni. Dalla finestra, a quel punto, si sarebbe potuta vedere una bella compagnia su di giri, come immagini, ma per la verità accadeva abbastanza spesso.

Già dalla sera successiva iniziano ad avvicendarsi droni flemmatici sull’aia per raccogliere questo o quel pezzo dell’antico tesoro e portarlo a sicura destinazione di collezionista, di capitano che poi magari avrebbe riseppellito quelle monete per fingere le proprie abilità di domenica, con la moglie o i colleghi, nel ritrovare pezzi inestimabili – anche se quasi tutte finivano nelle teche di albergo a Macao, a Tokyo, a Dubai, se aveva ancora senso pensarle come città.

   Così, vedi, il tetto si fece. Venne Moreno col trattore, con lui c’erano Vasile e Dimitru, che si vollero far pagare bene ma tirarono giù il fienile e alla fine fecero quasi tutto loro: il cash non era più un problema. Allargarono anche la stalla, la serra, l’orto, sbancarono un po’ di acquapendente per un laboratorio casaro. Tutto legno e pietra buona di cava, presi dai Malpighi. Tanto anche loro, lo sai, non se ne fanno più di nulla. E riservarono anche un bel pensiero al vecchio Paoli, quello che su Crestalvento aveva piazzato le pale. Un tipo ingegnoso, che gli dava sempre delle belle dritte, oltre all’elettricità, in cambio uova e galline e del maiale quando diventava animoso e Raul, con Eleonora, faceva quello che c’era da fare. Già, non mancava molto a quel momento dell’anno. La prima volta non si scorda mai, lo fecero insieme seguendo le istruzioni di un almanacco, Loris e Luna non c’erano. Dopo quasi un giorno intero di lavoro misero a scaldare l’acqua per lavarsi, e si tolsero la morte di dosso scopando, e col vinaccio della Favini, che non sa fare niente: quando morirà andranno a prenderle i fucili.

   Al Paoli portarono una cassa di rossi misti, di quelli che uno non si sarebbe comprato nemmeno ai tempi, e che ora si trovavano solo dove venivano fatti e nei bei mercati internazionali. Lui volle che bevessero insieme. Fecero una festicciola, lui tirò fuori la chitarra e ballò – e fu piacevole, perché al casale nessuno sapeva suonare. Era anche bravo a raccontare le barzellette: disse quella del maiale e del contadino, e ne sapeva diverse forti su Renzi. Tornando a casa il mattino dopo erano felici – e se non si può contare sulle centrali nucleari come in val Padana, ci si deve stringere così.

   L’elemento di scambio e devianza veniva dalla via giù a valle, quella che passa per Bibbiena. Chi viaggiava tendeva a non fermarsi nelle cittadine, lo sai, per l’acqua amara che fa ammalare, e spesso scansavano Bibbiena facendo la fatica d’inerpicarsi per la stradina del loro casale, riprendendo la via con un giro più ampio: avevano ormai una certa reputazione d’ospitalità. Erano belle occasioni di scambio. Chi arrivava ricaricava le bici, aveva sempre qualcosa da lasciare o da prendere, da vendere o da comprare. La sala era attrezzata, a Raul ricordava un po’ le grandi sale del vecchio nord, ci potevano stare a dormire diverse persone, coi sacchi a pelo. Quando c’erano ospiti Loris si dileguava. Gli facevano sembrare il posto meno suo. A volte videochiamava suo fratello, allora. Parlavano di film, di ricette, di panificazione. Lui Raggiolo non l’aveva mai potuta sopportare e a Roma forse stava bene: lo sai, Roma regge sempre. A modo suo.

   Poi Eleonora iniziò a stare male. Una volta mentre impastava il pane con Loris. Vomitò, e continuò a stare male. Alla medica, da remoto, bastò una domanda per far nascere il dubbio – subito certezza, poi confermata. Loris e Raul si abbracciarono forte. Non ci avevano pensato, ma fu istintivo. Sarebbe stata una creatura loro. Luna carezzava i capelli di Eleonora. Era solo un po’ gelosa, ma si rimediava facilmente. Avrebbe lasciato un po’ andare gli incroci di indica e sativa. Vedrai che creature splendide.


 

Scritto per il concorso Petrarca.fiv 2021 dal tema “Condividere il futuro”
In copertina una fotografia di Emanuele Zarlenga


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