Genesi | L'intimità di uno sguardo

Le fotografie di Anna Sanesi e la sua mostra Genesi, a Prato dal 24 aprile all'8 maggio

La prima fotografia di Anna Sanesi che ho mai visto era lo scatto dall’interno di una camera. La finestra semiaperta, le tende morbide modellate da una luce soffusa, il materasso senza lenzuola che si affaccia alla base del quadro. Una foto che gridava intimità. Era così povera, spoglia come il muro a lato della finestra, e nella sua essenzialità, nel calore che trasmetteva pure nella semplicità dei suoi elementi, raccontava già tutto del suo sguardo. Uno sguardo capace di entrare negli interstizi della vita quotidiana e catturarne l’eternità, isolando l’ordinarietà di un gesto o di un sorriso in un’immagine. Vidi questa fotografia e gliene chiesi altre, avevano tutte forte questa componente intima, qualunque fosse il soggetto che inquadrava: una strada sbirciata da una veneziana, le mani di un’amica fra i capelli, il volo dei piccioni da una piazza, i fianchi di Notre Dame.

Da quel momento, su questa rivista, di foto di Anna ne abbiamo pubblicate tante: scatti dai musei, alberi sulle colline, figure in specchi d’acqua, la copertina del nostro primo numero su carta con un lampione avvolto dal volo di uccelli e quella (potentissima) del numero 4 a tema Conflitti, dove una Tour Eiffel rossa di fuochi d’artificio sembrava prendere fuoco sotto i colpi della contemporaneità. Ai tempi la pubblicammo per parlare del terrorismo islamico che assediava Parigi, all'indomani dell'incendio di Notre Dame assume signficati ancora diversi.
Ma le sue fotografie vanno oltre la cronaca, vivono isolate nello spazio e nel tempo. Quello di Anna è un immaginario fatto di mani, volti, riflessi, nature morte, oggetti dimenticati. Un immaginario di finestre socchiuse che si nascondono al mondo e allo stesso tempo lo inquadrano, ci dicono dove guardare attraverso griglie, infissi, tende e zanzariere, timide e protette dai muri della casa eppure affascinate da ciò che sta fuori, in quel mondo che possono solo intravedere.
 

Quello di Anna è un immaginario fatto di mani, volti, riflessi, nature morte, oggetti dimenticati 


La sua mostra Genesi, dal 24 aprile all’8 maggio alla sede del Consorzio Santa Trinita a Prato, è un’opportunità privilegiata per sbirciare dentro questa intimità; una possibilità per noi, mondo di fuori, di guardare dentro quella finestra, oltre le tende e il materasso e l’obbiettivo della sua macchina fotografica fin dietro di lei, dentro la casa. La ricostruzione della propria nascita attraverso la famiglia di Anna, ottava di diciassette fratelli, con le immagini rubate al quotidiano, le fotografie d’archivio, la contaminazione tra colori e bianco e nero. Le corse a perdifiato e i giochi in giardino, i volti giocosi e gli abbracci: l'infanzia dei ragazzi di una famiglia così numerosa diventa un'infanzia collettiva, perennemente reiterata nei gesti e nei tratti che, come quelli degli uomini tutti, sono sempre diversi e sempre gli stessi. Un'infanzia perpetua che è anche origine perpetua, una continua nascita.
 

“Genesi” è il sostantivo femminile che indica l’origine, la formazione: può avere un valore biblico o giuridico; può intendere la creazione di un qualcosa di ben più intimo, quotidiano, familiare. Anna Sanesi racconta la sua personale genesi, integrando i suoi scatti con le fotografie di archivio della sua famiglia, ricostruendo in questa mostra la sua visione più intima della propria quotidianità. Una quotidianità fatta di luoghi familiari, di stati d’animo, sintetizzata dai colori, dalle espressioni e dagli stessi volti. Il risultato vuole essere un legame che integra ciò che il nucleo familiare è stato prima di lei e ciò che con lei è diventato. Con questo progetto, elaborato negli anni, Anna realizza un ritratto di famiglia a cui vuole dare piena dignità e compimento.


L’origine è la sua o quella del suo modo di guardare? Entrambe, forse. Il suo occhio è personale, ma ancor prima che originale è originario: le immagini che cattura, a guardarle, sembra che siano sempre state lì. Con la copertina un po’ sbiadita, come il titolo di un album di Crosby, Stills, Nash & Young, anche le sue istantanee sono Déjà vu di vite che non abbiamo vissuto, che ci risuonano dentro come se fossimo stati lì con lei a scattarle e fossimo anche noi, in qualche modo, parte di quella storia personale. Se le sue foto fossero una canzone di quell’album, sarebbero un classico come Our House, eteree e delicate, morbide e piene a prima vista e poi leggère, quando il tuo sguardo sta per lasciarle. Eterne, ma con la coda nostalgica di un coro cantato quasi a cappella che stringe lo stomaco e avvolge tutto, ricordandoci la caducità di ciò che ci circonda, la poesia che ci sfugge dalle mani e il dolore, nel trattenere anche solo per il tempo di uno scatto quegli attimi di bellezza.


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