Domiziano

Roma, 24 ottobre 51 – Ivi, 18 settembre 96

Quando gli premuore senza figli il fratello Tito (81), Tito Flavio Domiziano persevera nella riorganizzazione dell’impero avviata dall’oculato genitore Vespasiano dopo il «longus et unus annus» 69: reprime gli abusi dei governatori, promuove i cavalieri negli uffici supremi contro i liberti introdotti da Claudio e soprattutto s’applica con lungimirante realismo, anziché a conquiste, a consolidare i confini; sul Reno, è già il sistema fortificato del limes. Ma la censura perenne (85), l’appellativo di dominus et deus, il cerimoniale troppo greco e l’uso spregiudicato del patibolo segnalano una tendenza autocratica in odio all’ordo senatorius: se costringe Domiziano a concedere a Decebalo un foedus danubiano che a Roma sa di pace comperata, la ribellione di Saturnino in Germania Superiore (87) gli permette d’instaurare un regime di terrore che, coniugando esecuzioni per tradimento e confische, associa scientemente repressione politica e finanziamento delle casse imperiali, inaridite dalle spese edili e militari. Da qui la congiura di palazzo, radicata pare fin nel talamo, che ancora origina dallo stesso stoico seno senatorio – quello di Tacito, di Plinio il Giovane – che sotto Domiziano ha fatto carriera, e sul suo cadavere decreta la dammatio memoriae per consegnare alla posterità l’immagine falsata d’un pessimo e dispotico imperatore.

 


Commenta