Alexander Dubček

Uhrovec, 27 novembre 1921 – Praga, 7 novembre 1992

Cresciuto tra le desolazioni kirghise dell’Asia centrale sovietica ove s'è stabilito suo padre Stefan, membro del Partito comunista cecoslovacco, Alexander torna diciassettenne nella patria che resistendo vorrà liberare dal tedesco che l’ha squartata e digerita: scalando il Partito giungerà al Presidium del Comitato Centrale da cui al volgere del 1967 – forte dell’appoggio del Partito come dei riformisti e dei nazionalisti slovacchi – Alexander Dubček rovescia il primo segretario Antonín Novotný per prenderne il posto (1968). Subito concessa maggiore libertà di stampa e riabilitati i purgati del tardo stalinismo, in aprile Dubček vara un programma di riforme economiche e democratizzazione politica, ma la «Via cecoslovacca al socialismo» causerà un’escalation di tensioni diplomatiche con l’Unione Sovietica che porta il Patto di Varsavia all’invasione della Cecoslovacchia (agosto 1968) e Dubček a Mosca: da qui tornerà a Praga per chiedere ai propri concittadini di collaborare al drastico ridimensionamento delle riforme avviate, pronunciando il commosso e drammatico discorso che Kundera ricorda con Insostenibile leggerezza. Presto infilato nei panni stretti d’ispettore forestale, quando cade il Muro Dubček torna alla ribalta per diventare Presidente dell’Assemblea federale, poco prima che un incidente automobilistico lo tolga al ruolo d’autorevole leader dei socialdemocratici slovacchi. 

 

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