Ugo Foscolo

Zante, 6 febbraio 1778 – Londra, 10 settembre 1827

Arrivato dall’indimenticabile Zacinto nella Venezia crepuscolare (1792) d’Isabella Teotochi Albrizzi, Ugo Foscolo coniuga l’urgenza letteraria alla politica, e crede in Bonaparte liberatore fino all’esecrato Campoformio (1797); l’irriducibile complessità interiore che l’obbliga a peregrinare per l’Alta Italia e, quand'è spenta ogni illusione, a Londra (1816) per morirvi povero e poeticamente muto, s’incarta in Ultime lettere di Jacopo Ortis (1802), lirico romanzo epistolare che ai modelli settecenteschi (Rousseau e Goethe) aggiunge nettissima la nota politica, dunque all’introspezione l’invettiva, aprendo squarci dalla letteratura alla storia; quest’umanità Foscolo riuscirà, maturando, a purificarla dall’eccessivo pathos nella disciplina formale del sonetto, cogliendo nei quattro del 1803, fondati sui leitmotiv morte esilio e solitudine (tra essi Alla sera), la trasformazione del linguaggio tradizionale che prosegue nelle odi per risolversi nel capolavoro, I Sepolcri (1807): qui l’eredità della lirica italiana si integra alla suggestione europea del sepolcrale, secondo l’impero di un «sublime» che coi salti mortali di un procedere allusivo e con intense concentrazioni di significato vuol parlare all’immaginazione e al cuore della futura resurrezione delle virtù politiche e morali, l’unica possibile nell’universo materialistico di un Foscolo sicuro dell’immortalità che solo concede la poesia, redentrice; e infine placato, ai fervori preromantici Foscolo farà seguire l’armoniosa vetta neoclassica dell’incompiute Grazie, l’ironico disincanto di Didimo Chierico, alter-ego sorto dalle ceneri dell’Ortis.


«avverso al mondo, avversi a me gli eventi»​

 


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