Persone mai del tutto ricostruite

Come la letteratura può raccontare il disturbo mentale, tra La squilibrata di Juliet Escoria e i manga di Kabi Nagata

Sono diversi i titoli che hanno cercato e tuttora cercano di narrare i disturbi mentali da angolazioni diverse, come memoir, fiction o fumetti. Una tematica che è ovviamente complessa ma che rischia di cadere in banalizzazioni, per non parlare poi del pericolo di contaminare la narrazione romanticizzando il tema. Le conseguenze di una rappresentazione banale e stereotipata sono quelle di aumentare i tabù sulla malattia mentale, sulle dipendenze e sul suicidio o, ancora peggio, di accentuarne la stigmatizzazione. Una narrazione scorretta alimenta un sistema che va a intendere le terapie come semplici strumenti che da un oscuro punto A devono condurre a un luminoso e accettabile punto B, allontana le persone dal cercare aiuto o le fa cedere ad alternative che invece di stabilire una cura efficiente propongono soltanto una feroce ipermedicalizzazione. Chi è affetto da disturbi è tutt’ora, nell’ottica generale, un soggetto costretto all’eterna marginalizzazione, il cui ruolo in società è compromesso nel momento in cui il disturbo appare.
In Italia, secondo i dati raccolti da EpiCentro ISS per il World Mental Health Day, la depressione è il disturbo più diffuso, con una prevalenza dei sintomi nelle fasce con difficoltà economiche, bassa istruzione, persone sole, disoccupate. Eppure il 38% degli adulti non chiede aiuto. Narrare la malattia è una questione delicata ma il linguaggio mainstream continua a propagare lo stigma, attraverso una semplificazione fatta da etichette distribuite a caso, in maniera crudele e poco professionale: un universo che utilizza la psichiatria e la psicoterapia per affibbiare colpe, assolvere e dare opinioni e non per cercare di trovare soluzioni o offrire comprensione.
 

Narrare la malattia è una questione delicata ma il linguaggio mainstream continua a propagare lo stigma, utilizzando la psichiatria e la psicoterapia per affibbiare colpe, assolvere e dare opinioni


Nella narrativa intanto i disturbi mentali e la perdita di una persona cara sono temi che in alcuni grandi romanzi molto conosciuti sono stati ben rappresentati, come L’anno del pensiero magico di Didion, Body Art di DeLillo, L’amore fatale di McEwan; ma oltre a questi ben noti titoli negli ultimi anni sono uscite altre opere, di autori e autrici molto giovani ed esordienti, che hanno saputo tratteggiare con precisione e senza filtri questi temi. Uno è il romanzo di Juliet Escoria La squilibrata, uscito in autunno per Pidgin Edizioni. Come  le prime due opere uscite in Italia per J-Pop Manga di un’altra esordiente – ovvero le  raccolte della mangaka Kabi Nagata, La Mia Prima Volta - My Lesbian Experience With Loneliness e Lettere a Me Stessa - Dopo la Mia Prima Volta – il romanzo di Escoria utilizza la narrazione in forma di lettere e diario personale.

Entrambi i titoli sono opere a metà tra il memoir e l’autofiction narrate in prima persona dalle autrici, che ripercorrono le proprie esperienze con la malattia mentale, affrontate in luoghi, tempi, e di conseguenza anche in modi, completamente differenti. La squilibrata di Escoria (Juliet the Maniac in originale) è praticamente un romanzo di formazione. Diviso in quattro parti, ciascuna composta da brevi capitoli, la narrazione è inframezzata da reperti come lettere, cartelle cliniche, disegni, tappe che hanno costellato la vita di Escoria, o Juliet, nel momento in cui da normale studentessa modello diventa una ragazza che soffre di allucinazioni e attacchi di panico. Escoria scopre di soffrire di disturbo bipolare di tipo I in prima liceo, e da quel momento inizia un percorso che non è semplice spirale discendente, ma vera e propria montagna russa tra ribellione adolescenziale e una forza distruttiva che erode in maniera lenta e metodica il terreno su cui Juliet poggia i piedi.
 

Lì mi disse che ero bipolare, di tipo I a cicli rapidi. Mi piaceva la specificità di quelle espressioni. Mi piaceva che il mio problema, adesso, avesse un nome.


Juliet ha episodi di autolesionismo, comincia ad abusare di sostanze, viene ricoverata due volte in un ospedale psichiatrico dopo due tentativi di suicidio. Cambia scuola, cambia amicizie e nel frattempo viene sbalzata su diversi binari di psicofarmaci, che la rendono apatica, le fanno perdere i capelli e ingrassare, fino a che i suoi genitori non la iscrivono alla “Redwood Trails School”: «Era un collegio terapeutico, qualunque cazzo di cosa significasse». Anche alla Redwood le terapie non sono controllate, il ricorso agli psicofarmaci è continuo e sperimentale. La Redwood non è un ambiente sano, infatti vi si verificano più episodi terribili di cui Juliet è testimone. Ma lì la protagonista si innamora e comincia a comprendere quanto il suo mondo – ma anche quello di chiunque altro, non solo di chi è malato («Noi siamo gli stramboidi, signore») – non è un mondo dove l’equilibrio può davvero regnare.

Sono essenziali nel libro di Escoria le lettere dal futuro che l’autrice scrive a sé stessa, dove si riflette con un punto di vista più lucido su ciò che ha passato e avrebbe dovuto ancora passare. Tuttavia anche le lettere non lasciano trasparire un mondo o una visione adulta dove adesso è tutto ordinato e in equilibrio. Le lettere dal futuro servono perché il passato conta e perché ciò che è stato continua a ripercuotersi sul presente, in diverse forme:
 

Mio marito ride sempre quando dico che sono stata in un collegio. «I collegi sono per ragazzini ricchi,» dice. «Tu sei stata internata.» E ha ragione.


L’invasione del proprio spazio, l’incombente sensazione di perdere il terreno, il controllo e la consistenza di sé, sono al centro dei documenti che Escoria inserisce e queste lettere dal futuro, diversi piani della narrazione che aiutano il lettore a comprendere come sia stato crescere in questo modo, sentendosi continuamente sradicati, una mente ma anche e soprattutto un corpo che desidera esserci e al tempo stesso sta venendo trascinato da una forza contraria verso un’altra direzione. Qualcosa che può colpire chiunque, studentesse modello o ragazze solitarie.

Anche per Kabi Nagata il diario e la lettera sono i mezzi con cui fare i conti con la propria malattia. In La mia prima volta Nagata narra il percorso che l’ha condotta ad avere il suo primo rapporto sessuale a ventotto anni con una sex worker. Viene messa in scena la solitudine e la depressione nella società giapponese dove produrre, eccellere, avere desideri standardizzati è la prassi. Il corpo di Nagata in una delle prime pagine viene rappresentato mentre sfuma via e si dissolve perché quello che le accade la fa sentire così, immateriale e insufficiente: mollata l’università dopo soli sei mesi, cambia diversi lavori, nessuno dei quali full-time e quindi considerati come lavori “non veri” e di poco conto, affronta disturbi alimentari ed episodi depressivi e le sue paure si vanno a ripercuotere sui propri desideri sessuali.
Nagata è costretta a chiedersi, poco alla volta, cosa desidera, accettando il fatto che le manca ogni tipo di contatto, in primo luogo quello con sé stessa. Non affronta un una terapia né cerca aiuto, ma si trova a dover ricomporre un pezzo alla volta le parole con cui definirsi, tramite desideri e azioni che non debbano necessariamente rendere conto delle aspettative altrui. Lettere a me stessa riprende dove era terminato il volume precedente, e ancora la mangaka si trova a fare i  conti con difficoltà che sembrano insormontabili: cercare di essere indipendente dai genitori, trovare degli affetti stabili, l’alcolismo e la depressione che continua a impedirle di mantenere forma e colore.

Sia Escoria che Nagata mettono in scena le proprie esperienze personali, i propri percorsi che, giusti o sbagliati che siano, dimostrano che non c’è un binarismo, non esiste un confine valicabile tra mente perfetta e mente malata, che non è possibile, tramite etichette o piccole definizioni che andranno solo a ghettizzare e stigmatizzare, liquidare esistenze complesse in poche parole. La malattia mentale non è un neo né un difetto di dizione, non è qualcosa che si può bruciare o correggere, ma qualcosa che è profondamente collegato all’ambiente che ci circonda. Siamo spinti a considerarci corpi che devono produrre continuamente risultati e provare sentimenti di serenità standard, routine in perfetto equilibrio e in linea con le aspettative. Ma non c’è equilibrio perché, come Escoria e Nagata riescono a trasmettere a chi legge le loro opere, ogni secondo che passa i nostri corpi sono sempre più contaminati da ciò che incontrano sul percorso.
 

Non esistono conseguenze logiche, esistono, come nel romanzo di Escoria, percorsi accidentati e persone mai del tutto ricostruite in società e sistemi che spingono affinché il singolo sia sempre pronto ad eccellere


Un approccio al disturbo mentale che guarda solo a un futuro dove la terapia è il mezzo per tornare funzionali, in un mondo che continua a pressarci per esserlo, è un approccio scorretto. Non esistono conseguenze logiche, esistono, come nel romanzo di Escoria, percorsi accidentati e persone mai del tutto ricostruite, in società e sistemi che spingono affinché il singolo sia sempre pronto ad eccellere. La narrativa che vuole occuparsi di questi spazi deve scegliere di selezionare le giuste voci, eliminando i filtri e mettendosi a nudo come in questi casi ricorrendo a lettere e diari, mettere al centro cosa significhi essere corpi e avere continuamente coscienza di essere in movimento, alla ricerca di una risoluzione che prima o poi potrà apparire, ma che non è semplice né scontata. La protagonista di Escoria non è un puzzle che alla fine può trovare il pezzo mancante e per questo le ultime lettere che compongono il romanzo non provengono dal futuro ma sono ben salde nel passato e nel presente e, da lì, continuano a parlare alle Juliet di tutti i tempi possibili.


Commenta