Pazzi per il Don Chisciotte

Le influenze del Don Chisciotte in Maniac, la miniserie Netflix diretta da Cary Fukunaga

Basta elencare i film tratti dal Don Chisciotte negli ultimi decenni per capire che quello tra la settima arte e la coppia composta dallo sparuto cavaliere e il suo scudiero è più di un amore da telenovela: è una relazione complicata ma durevole. Dalla pellicola incompleta di Orson Welles (Don Quixote, 1992), alla poco conosciuta ma coraggiosa riscrittura catalana ad opera di Albert Serra (Honor de Cavalleria, 2006) e infine al lavoro della vita di Terry Gilliam: L’uomo che uccise Don Chisciotte, presentato a Cannes quest’anno dopo una travagliatissima gestazione.
Anche le produzioni televisive sono sempre state molto sensibili di fronte alla narratività prettamente seriale del romanzo. Gli adattamenti per la tv danno spesso risalto a quegli episodi resi celebri dalle varie raffigurazioni artistico-pittoriche che si sono susseguite nei secoli soprassedendo su altri meno famosi. Caso emblematico: la miniserie spagnola dal titolo inequivocabile: El Quijote de Miguel de Cervantes (1992) diretto da Manuel Gutiérrez Aragón con Fernando Rey nei panni del cavaliere errante, che voleva riproporre integralmente le avventure de El ingenioso hidalgo ma, mancando i soldi, si è dovuta limitare a presentare gli episodi più noti.
 

È proprio rivivendo attraverso le innumerevoli opere di interpreti appassionati che questi personaggi-simbolo sono giunti fino a noi scarnificati, al pari di macchiette o simulacri svuotati della loro complessità


È innegabile che il Don Chisciotte si possa annoverare entro la cerchia dei personaggi-simbolo divenuti col tempo immortali. Eppure, come conseguenza della celebrità che li connota, è proprio rivivendo attraverso le innumerevoli opere di interpreti appassionati che questi personaggi-simbolo sono giunti fino a noi scarnificati, al pari di macchiette o simulacri svuotati della loro complessità, oltre che del loro significato primigenio. Restituirebbe loro dignità una lettura integrale e attenta dei romanzi che – finalmente – toglierebbe spazio a interpretazioni odierne davvero troppo ingenue, come quelle che continuano a vedere Amleto con il teschio in mano nel famoso “essere o non essere” mentre nel testo si legge che questa posa da pensatore la mantiene solo ripensando con nostalgia al giullare di corte di quando era bambino («Ahimé povero Yorick!»), oppure quelle che ammiccano al nostro cavaliere errante quasi esclusivamente come un tizio ridicolo, pazzo e pure un po’ patetico.

Maniac, uno degli ultimi prodotti seriali di Netflix diretto da Cary Fukanaga (regista della prima stagione di True Detective), usa il Don Chisciotte furbescamente: stratifica i rimandi su più livelli permettendo allo spettatore che ne sa meno di cogliere i riferimenti più accessibili, e allo spettatore più consapevole di cercare quelli più sofisticati. La strizzata d’occhio al vasto pubblico si ha già dall’incipit con Annie Landsberg (Emma Stone) che introduce il libro nella serie trovandone una copia in una scatola, lasciata incustodita per strada durante il trasloco di un ufficio. Piazzando la copertina del romanzo in primo piano per poche inquadrature si consente allo spettatore di entrare dentro il mondo cervantino con estrema facilità, evocandogli nella testa un sistema di azioni e immagini tanto noto quanto semplificato. Altri banalissimi riferimenti sono il titolo del secondo episodio (Windmills, mulini a vento), o l’oggetto che deve essere rubato dalla coppia Annie/Arlie e Owen/Ollie (Jonah Hill) nel quinto episodio: il capitolo perduto del Don Chisciotte di Cervantes, che dovrebbe rendere folli tutti quelli che lo leggono.
 

Questo citazionismo donsempliciottesco da un lato dimostra la necessità di abbracciare un pubblico molto ampio, dall’altro prepara il terreno ai più avveduti


Questo citazionismo donsempliciottesco usato in modo astuto da un lato dimostra la necessità di abbracciare un pubblico molto ampio con riferimenti al testo molto superficiali, e dall’altro prepara il terreno ai più avveduti, che potrebbero riconoscere nella costruzione stessa della serie una certa influenza della struttura narrativa del romanzo. Infatti, nel Don Chisciotte la storia dei vagabondaggi della coppia viene spesso interrotta da inserti che «costituiscono come dei tagli verticali nell’orizzontalità seriale delle avventure del cavaliere e del suo scudiero», come scrive Cesare Segre in Le strutture e il tempo (1974). Con questo espediente, Cervantes fa una panoramica dei generi letterari del suo tempo in chiave più o meno parodica, abbracciando il genere idillico-pastorale (Cardenio y Dorotea), il romanzo di avventura (Historia del cautivo), gli schemi della commedia degli equivoci (El curioso impertinente).

Anche in Maniac si fa una bella carrellata dei generi più sfruttati nel cinema in questi ultimi decenni come il classico schema quest del fantasy; la crime story con poliziotto e criminale undercover annessi (reminescenze scorsesiane alla The Departed incluse); il trittico alieni-cospirazione-distruzione del mondo. È proprio usando la strumentazione di un genere che lo si può scimmiottare con coscienza, perché non è possibile mettere in discussione x senza che questo x lo si conosca con accuratezza. E la parodia riesce quando, volendo riflettere su x, questa lo presenti senza prendersi troppo sul serio o – in alternativa – prendendosi talmente sul serio da sfociare nel grottesco. Ecco dunque che, in questo gioco meta-cinematografico, vediamo Annie nei panni di un elfo che trangugia acquavite sproloquiando in British English; criminali smembrati da avvitatori e seghe elettriche in modo consapevolmente eccessivo; assistiamo alla confessione di Owen/Snorri, un islandese che afferma di aver elettrizzato il suo amico alieno accidentalmente, provocandone l’implosione.

Tra la struttura narrativa di Maniac e Don Chisciotte c’è un’altra analogia, che guarda non più alle storie nelle storie, ma alla narrazione principale. La parodia nel Don Chisciotte è insita primariamente nel fatto che il romanzo parla delle avventure di un signore avanti con l’età che, dopo aver letto troppi libri di cavalleria, ha perso il senno credendo di essere lui stesso un cavaliere destinato a chissà quali prodezze. Ebbene, l’intreccio di Maniac, così come l’insanità di Don Chisciotte, è mosso da un desiderio molto nobile. Prendiamo la trama: Annie e Owen sono due giovani con problemi psichiatrici – lei depressa, lui schizofrenico – che si sottopongono ad una cura sperimentale il cui scopo è quello di mettere in commercio delle pasticche che sostituiranno «the old-fashioned talk therapy forever». Insomma, un medicinale in sostituzione del lettino dello psichiatra per curare tutti i mali della mente, e solo con una deglutizione giornaliera. Lo scopo è sì nobile, ma un tantino pretenzioso, oltre che semplicistico. Informa i soggetti del trial farmaceutico un video esplicativo narrato dai due dottori in carica che è recitato e montato talmente male da risultare farsesco. Come può lo spettatore, a fronte di questa presentazione grottesca, vestire di credibilità chi dovrebbe seguire i soggetti nel trial? Semplicemente, non può: i dottori sono da psicanalizzare tanto quanto i pazienti, anzi forse anche di più dato l’uso potenzialmente catastrofico che possono fare della loro conoscenza, come dimostra il procedere della serie. Il Don Chisciotte però non condivide pienamente la pateticità del personale medico, poiché il suo statuto da fool shakespereano sui generis prevede che, per quanto sia creduto pazzo, ci sia spesso della profonda saggezza nei discorsi che enuncia.
 

In Maniac i dottori sono da psicanalizzare tanto quanto i pazienti, anzi forse anche di più dato l’uso potenzialmente catastrofico che possono fare della loro conoscenza


Dialogando tra parodia postmoderna e preoccupazione esistenziale in chiave metafisica, in Maniac rieccheggia, neanche da troppo lontano, il vociare di alcuni personaggi da Trilogia di New York di Paul Auster (in cui c’è sempre il Don Chisciotte sotto il testo), o dall’ultimo 4321. Nella serie ogni inserto è una realtà parallela fuoriuscita dal multi-verso mentale dei soggetti sottoposti al trial che, vivendo tante possibili vite mai realizzate, devono riuscire a confrontarsi con i propri demoni interiori per guarire dalla loro malattia. Il percorso più difficile lo affronta Owen, affetto da schizofrenia. Il personaggio di Owen è stato scritto per impersonificare i profondi timori sulla precarietà della condizione umana contemporanea, tranciando di netto ogni limite tra realtà e finzione, così come accade nel Don Chisciotte. Per chi è affetto da schizofrenia è quotidiana la lotta per distinguere il vero dal falso, e anche se Owen dice sempre di essere «compos mentis 100 percent», basta poco per sconquassare il suo fragile equilibrio. Solo alla fine Owen riuscirà ad acquisire una chiara fedeltà verso se stesso, aspirando con concretezza a una vita normale nonostante la sua infermità. Don Chisciotte invece muore dopo esser rinsavito, perché non può continuare a vivere nella realtà scevra dalla sua finzione, una finzione così potente da influenzare quelle dei secoli a venire, come dimostrano ad oggi la pellicola di Terry Gilliam e Maniac che, dando ancor più credito a ciò che affermava lo scrittore basco Miguel de Unamuno in Vida de Don Quijote y Sancho (1905), continuano ad assicurare allo sparuto cavaliere e al suo scudiero un’esistenza autonoma, oltre che eterna.

Angela Marino


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