La condizione femminile più diffusa che ci sia

Limiti e sacrifici dell'emancipazione ne La donna gelata di Annie Ernaux

Di donne aggraziate, discrete, alle prese con il cucito o ai fornelli, non ce n’erano in famiglia. Quelle che ricorda sono tutte «donne da esterni», rustiche, sboccate. A casa, sua madre non aveva chissà quanto tempo da dedicare alle pulizie: spolverare mobili e mettere in ordine non erano mestieri impellenti, doveva piuttosto badare alla drogheria e tenere la contabilità, mentre spettava a suo padre andare a prenderla a scuola per poi cucinarle il pranzo. Questo era l’ordine delle cose per Annie Ernaux, ed è questo lo scenario su cui si apre il suo racconto ne La donna gelata.
Tradotto da Lorenzo Flabbi per L’orma, il libro ripercorre le tappe che hanno segnato la vita dell’autrice francese dagli anni Quaranta agli anni Settanta, raccontando dell’infanzia e dell’adolescenza in Normandia, nella provincia di Yvetot, degli anni universitari a Rouen, del matrimonio e della nascita dei figli. Già conosciuti in gran parte dai suoi lettori, gli elementi autobiografici riproposti qui da Ernaux ruotano attorno ad un nuovo epicentro narrativo, che dal suo entourage personale e familiare si estende questa volta per indagare gli effetti dell’educazione femminile ricevuta. Alla ricerca di risposte e verità il più possibile oggettive, l’autrice prova in particolare a spiegarsi ne La donna gelata come la ragazzina vivace e divoratrice di libri, cresciuta inseguendo ideali di indipendenza e affermazione personale, sia finita per trasformarsi nel perfetto cliché della donna borghese degli anni Sessanta.
 

Pronta a giurare che la condizione femminile più diffusa che ci sia non diventerà mai la mia


Liberando la sua penna da ogni resistenza emotiva e psicologica, Annie Ernaux ci accompagna tra i ricordi del suo passato, interrogandosi sulla sua condizione di bambina, ragazza, donna: il tentativo è sempre quello di “disseppellire cose” per comprendere le scelte che hanno delineato il suo percorso, e di conseguenza la realtà che le ha determinate. A questo scopo, richiama alla memoria le figure femminili che hanno abitato il paesaggio della sua infanzia e della sua adolescenza, presentando già nelle prime pagine una dicotomia cruciale per la sua visione del mondo: da una parte ci sono le donne «spicce, brutali, dagli scoppi d’ira incontenibili e con la tendenza a imprecare» della sua famiglia, dall’altra le donne delicate, angeli del focolare «che in silenzio fanno nascere l’ordine e la bellezza». Nonostante questo divario, è proprio la donna più vicina a lei, sua madre, che l’incanta con la sua forte personalità e che la persuade dell’importanza dell’immaginazione, dello studio, trasmettendole quella passione per la lettura che si rivelerà salvifica.
 

Al di sopra delle immagini comunque episodiche di mia nonna e delle mie zie, si staglia quella della donna bianca la cui voce risuona in me, mi avvolge: mia madre. Come avrei potuto, vivendo accanto a lei, non essere persuasa della magnificenza della condizione femminile, o persino della superiorità delle donne sugli uomini? Mia madre è la forza e la tempesta, ma anche la bellezza, la curiosità per il mondo, l’apripista sulla strada verso il futuro, che mi dice di non aver mai paura di niente e di nessuno.


Felice della complicità che le unisce, la piccola Ernaux può dedicarsi proprio come lei alla lettura, piuttosto che occuparsi delle “classiche” faccende domestiche; fantasiosa e avida di sapere, è legittimata a rincorrere i suoi sogni in assoluta libertà e, all’interno del nido, può contare per questo anche sulla calorosa figura del padre: ben diverso dai padri indifferenti e autoritari delle altre famiglie, quelle che lo riguardano sono «tutte immagini di dolcezza e premura», dal modo in cui le insegna a infilarsi il cappotto tenendo strette le maniche, alle filastrocche canticchiate mentre le prepara il pranzo.

Cresciuta all’interno di un contesto familiare così insolito, con un padre e una madre che non rispettano i ruoli tradizionali, né tanto meno attribuiscono sesso alla realizzazione personale, l’autrice protagonista comincia a provare un senso di inadeguatezza nel momento in cui, a scuola, si confronta con le sue compagne piccolo-borghesi. Si accorge infatti di quanto la sua famiglia sia sui generis, lontana dai canoni che accomunano e armonizzano il loro mondo, e ai quali viene educata anno dopo anno. Senza aver mai conosciuto la soddisfazione che può ricevere una ragazzina “a modo”, che mette a posto la propria camera e sparecchia la tavola, l’autrice protagonista si percepisce disorientata rispetto alle sue coetanee, obbligata a compilare un puerile «quadernetto dei sacrifici» in cui annotare di impedirsi di parlare quando si ha qualcosa da dire, fare le cose anche quando non se ne ha voglia, aiutare la mamma nel ménage domestico: nulla a che vedere con quello che le era stato impartito fino ad allora dai suoi strambi genitori. Una contrapposizione che diventa fonte di disagio per la piccola Ernaux, specchio di una disparità sociale che relega i suoi modelli di riferimento fuori degli schemi imposti dalla classe dominante. Condizionato in particolare dall’amica Brigitte e dal suo “sguardo indagatore”, questo passaggio è doloroso, poiché implica un cambio di prospettiva nei confronti dei propri genitori, specialmente della figura materna. Sta proprio qui una delle maggiori tensioni del libro, una tensione di cui si intinge la parola scritta, secca, affilata, e che richiama alcuni passaggi di Una donna, dove Ernaux parla con sincerità ruvida e struggente della madre, delle sue origini modeste, della vergogna che provava nei confronti del suo essere troppo brusca e grossolana («Le rimproveravo di essere ciò che io, in procinto di emigrare in un ambiente diverso, cercavo di non sembrare più»).
 

La subordinazione nei confronti dei ragazzi, il loro riconoscimento e apprezzamento, sembrano costituire l’unica forma d’amore possibile, e per ottenerlo è indispensabile essere altro da sé


Sempre più consapevole della distanza che c’è tra il suo vissuto e il modo in cui le viene insegnato, o meglio imposto di comportarsi, crescendo si rende conto anche delle diseguaglianze che ci sono tra l’educazione femminile e quella maschile. Mentre alle femmine viene raccomandato di essere sempre attente, sobrie, misurate, ai maschi è concessa una maggiore libertà, senza che nessuno faccia loro particolari osservazioni sulla loro condotta. Si affacciano così gli anni della scoperta e della curiosità nei confronti dell’altro sesso, e con essi il desiderio di piacere e di essere amata. La subordinazione nei confronti dei ragazzi, il loro riconoscimento e apprezzamento, sembrano costituire l’unica forma d’amore possibile, e per ottenerlo è indispensabile apparire dolce, frivola, remissiva. Essere altro da sé, la carta vincente: «È già lì, il mio dramma, la spaventoso spauracchio al quale non saprò sottrarmi». Dopo un’adolescenza passata a rincorrere un amore maschile idealizzato, Ernaux, giovane adulta, osserva quanto possa apparire ormai vuota, mutilata la vita di chi preferisce stare per conto proprio e pensare a sé, ma poi eccolo il tassello mancante, «l’uomo, la spalla solida, antimetafisico, dissipatore di ossessioni». Cariche di disincanto, le pagine che l’autrice dedica all’incontro con quello che diventerà suo marito si impregnano di cattivi presentimenti, come se una voce fosse lì a sussurrarle che il futuro a cui sta andando incontro non è quello che desidera per davvero.

Il matrimonio è considerato per lo più un’«avventura necessaria», una pura formalità per rendere contenti i propri genitori – d’altronde non sembrano esserci sbocchi alternativi nella concezione borghese dell’amore. Pur essendo in sintonia nei primi tempi, con vedute e orizzonti comuni – «seri e fragili, una coppia moderna e intellettuale» –, basta poco perché i due giovani si ritrovino intrappolati nei soliti ingranaggi sociali, che stabiliscono che sia la moglie a occuparsi delle mansioni domestiche e della cura dei figli, mentre il marito può dedicarsi tranquillamente al suo lavoro e ai suoi interessi.
 

Io mi infilavo nell’unico posto della città in cui non sarei stata fuori luogo con un bambino piccolo, uno spazio tutto al femminile, dalla cassiera alle clienti, con carrelli in cui si poteva trasportare contemporaneamente cena e figlio senza stancarsi. Il supermercato, la ricompensa delle mie uscite.


La protagonista si ritrova a indossare una maschera e recitare un copione già scritto per lei da altri, costretta a rinunciare a sé per trasformarsi nell’«ubbidiente parte attiva di un sistema asettico, armonioso, che gravitava attorno a lui, il marito, e che lo rassicurava»; la nuora perbene a cui la suocera, tanto perfetta quanto affettata, consiglia con entusiasmo plastico di provare le spugnette abrasive. Ogni interesse o desiderio personale è mortificato, sacrificato di fronte alle tacite regole e alle aspettative latenti che si creano attorno al suo ruolo di donna tuttofare, e che sovrastano le sue ambizioni intellettuali e professionali: la vita si appiattisce, mentre il soufflé si gonfia nel forno.
 

Sempre attenta al bisogno degli altri. Come se per una donna non ci fosse nulla, proprio nulla, di più importante. Non lo conoscevo, il catalogo delle perfezioni femminili, ma ho cominciato a familiarizzarci.


Cronista lucida del suo passato, Annie Ernaux scandaglia con caustica ironia la condiscendenza e i conformismi sociali e culturali che l’hanno portata a cristallizzarsi così nella sua forma di donna gelata. In questo, l’io autobiografico travalica la sfera personale per sconfinare nell’universale, è capace di dare espressione al sentire di chissà quante altre donne, ribaltando con una dura pars destruens l’ideale della vita di coppia e della maternità, e gettando luce sui limiti dell’emancipazione femminile («Il vero motivo era che non riuscivo più a immaginare di cambiare qualcosa nella mia vita, anche solo una virgola, se non avendo un altro figlio. Non cadrò mai più in basso di così»).

L’attualità dell’opera di Ernaux è straripante, e ci porta inevitabilmente a riconoscere quanto questi retaggi caratterizzino ancora oggi la nostra società: per constatarlo, basta soffermarci sulla vicenda editoriale del libro stesso. Pubblicato per la prima volta nel 1981, La Femme gelée non riscuote alcun successo (anzi è oggetto di polemica, in quanto storia “privata” di una donna e della sua critica sterile contro la condizione femminile); come racconta la stessa Ernaux a Ilaria Gaspari in una recente intervista su 7 Corriere, dopo esattamente quarant’anni il libro è risorto e risulta oggi tra i più venduti in Francia, oltre ad essere proposto nelle scuole.
Esplorando ancora una volta le possibilità dell’autobiografismo, Annie Ernaux ci cala dunque in un racconto schietto, che grazie ad una prosa lineare e pungente rimette in gioco emozioni e pensieri soffocati per frugare tra le pieghe di quella spontanea passività che, contro ogni pronostico, l’ha portata a fare sua «la condizione femminile più diffusa che ci sia». La donna gelata è un libro intimo, onesto, che non lascia impassibili, ma attraversa le generazioni per ritrarre con franchezza un vissuto collettivo rievocando i volti e le immagini legate all’educazione della sua autrice. Ernaux riscrive così la storia di una donna che, frammento dopo frammento, prende coscienza di sé e della sua esistenza in relazione alla società patriarcale in cui vive: «Tutta la mia storia di donna», scrive, «è la storia di una scala scesa con riluttanza».


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