Jonathan Swift

Dublino, 30 novembre 1667 – Ivi, 19 ottobre 1745

Coronati gli studi al Trinity College di Dublino, nell’Irlanda dov’è passato il padre, l’inglese Swift ritorna in Inghilterra per farsi segretario di sir William Temple, distinto ambasciatore all’Aja, ma abbraccia il sacerdozio (1694) quando l’aspettativa d’una carriera politica svanisce; alle prebende irlandesi preferirà l’attività pubblica che a Londra svolge whig, poi tory (1710) pur senza ricoprire cariche, e quella letteraria di cui nel circuito – diremo d’avanguardia – d’Addison e Steele, “giornalisti” già quotidiani, s’apprezza più dei libelli ecclesiastici e politici l’asperrima satira sociale: da qui, conclusa con l’egemonia dei tories e la Guerra di Successione Spagnola (1714) l’esperienza londinese, Jonathan Swift caverà il suo maggior lascito allorché ritorna in Irlanda e, già celeberrimo decano della cattedrale di Dublino per Drapier’s letters (1724) dissacranti l’amministrazione inglese dell’isola, dà alle stampe Gulliver’s travels (1726). Da Lilliput a Brobdingnag, dall’isola volante di Laputa al paese dei cavalli saggi, Swift leva contro gli abietti costumi dell’intera umanità l’accusa d’un’opera fondata non su fantasia poetica, ma sulla logicità inesorabile d’un razionalista patologico il cui disgustato disagio per il contemporaneo tracima dalla superficie favolistica che pure, estrema beffa, ha fatto del maestro di satira che aveva in odio i bambini un nume della letteratura per ragazzi.

 

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