In viaggio verso l’utopia

Il mutamento fisico e psicologico in La fuga dei corpi, romanzo on the road tra dissoluzione e promesse infrante

Due figure indistinte camminano in un ambiente desertico: una è più indietro, insegue, l’altra prosegue per la sua strada senza voltarsi indietro, non accenna a fermarsi. Due corpi che fuggono. Da cosa, non è dato sapere; verso dove, nemmeno. La copertina del romanzo d’esordio di Andrea Gatti, La fuga dei corpi, pubblicato da Pidgin Edizioni, già evoca gran parte degli elementi che emergono poi all’interno del testo, e fa immergere fin da subito il lettore nel mondo dei protagonisti Vanni e Daniel. La storia comincia quando i due decidono di abbandonare la loro vita per partire alla volta della spiaggia di Cala Bruja in Spagna, dove sorge una leggendaria comunità autosufficiente e si conduce uno stile di vita selvaggio a contatto con la natura. I due giovani sono molto diversi l’uno dall’altro: Daniel, da una parte, appare più disilluso e nichilista nei confronti del mondo e insegue in tutti i modi il miraggio di una vita libera; Vanni invece è un personaggio più innocente, che sembra desideroso solo di un po’ di avventura. Per buona parte del viaggio prova a stringere amicizie e relazioni con le persone incontrate per strada, ma l’amico gli impedisce di soffermarsi a coltivarle e lo convince a proseguire nella direzione prefissata. Nonostante le loro differenze, i due riescono a instaurare un rapporto di sinergia, al punto che Daniel diventa una sorta di mentore dissoluto per il compagno e lo trascina con sé nella fuga verso quella vita utopica che Cala Bruja sembrerebbe promettere.
 

La storia comincia quando i due protagonisti, Vanni e Daniel, decidono di abbandonare la loro vita per partire alla volta della spiaggia di Cala Bruja in Spagna, dove una comunità autosufficiente conduce uno stile di vita selvaggio a contatto con la natura


Per raccontare le loro vicende, l’autore affida alternativamente la narrazione in prima persona ai protagonisti. In questo modo assistiamo al graduale sgretolamento delle loro personalità che, all’inizio ben distinte, vanno piano piano a parcellizzarsi e confondersi l’una con l’altra. Contribuisce ad accentuare questa sensazione di fusione dei personaggi la scelta dell’autore di non utilizzare le virgolette per indicare i dialoghi e di non tradurre quelli in francese e spagnolo presenti nel testo, creando così un coro di voci e lingue sulla pagina che, facendosi sempre più indistinguibile, nel finale raggiungerà il grado massimo di caos. Più si va avanti, infatti, più l’alternarsi delle voci si fa frenetico, fino ad arrivare all’epilogo dove le parole di Vanni e Daniel si sovrappongono le une sulle altre, al punto che risulta difficile per il lettore capire chi stia parlando.

Una caratteristica di chi viaggia è l’impossibilità di rimanere uguali a sé stessi. Così Vanni e Daniel evolvono continuamente grazie al loro vagabondare e soprattutto grazie al confronto continuo che li porta a scoprire anche le loro parti più oscure e violente:
 

Posso chiederti una cosa?
Dimmi.
Cosa ci facciamo coi coltelli in caso di pericolo? Intendo il pericolo vero.
Daniel medita una risposta mentre fuori i grilli cantano il sonno di migliaia di anime disperse.
Be’, li usiamo.
In che modo?
Per spaventare.
E se non bastasse?
Daniel spalanca gli occhi e guarda verso l’autostrada ma non sta vedendo niente.
Allora, in quel caso, dovremmo colpire in fretta e scappare.


Scoprire le terribili possibilità a cui potrebbero spingersi costringe i due ragazzi a rinunciare all’idea di sé che si erano fatti fino a quel momento. Il viaggio in questo senso diventa un rito di passaggio durante il quale entrambi devono spogliarsi delle proprie vesti per diventare qualcosa di nuovo: mentre suonano in strada per guadagnare i soldi necessari a sopravvivere, tracciano dei simboli sciamanici per terra e indossano maschere da lupo e agnello; si eclissano così dietro questi emblematici costumi, che si insinuano gradualmente sottopelle divenendo parte della loro personalità.

L’autore è sempre attento a descrivere la corporalità dei personaggi in scena: la fatica, la fame e i desideri carnali sono sempre al centro della narrazione, e attraverso di essi il lettore può comprendere la dimensione morale e spirituale dei protagonisti. La riflessione sull’interiorità passa sempre attraverso la materia dei corpi, non solo quelli di Vanni e Daniel, ma anche delle persone attorno a loro, che diventano uno specchio per arrivare alla comprensione di sé: «A sconvolgermi, è qualcosa di più umiliante: la feroce consapevolezza che, gli occhi di quell’uomo, sono anche i miei».
Daniel, che all’inizio del romanzo è il personaggio più dissoluto e nichilista, si accorge della propria brutalità osservando i comportamenti licenziosi degli abitanti di Cala Bruja. Nei loro occhi ritrova l’insensatezza delle sue azioni e capisce quanto abbia corrotto l’anima di Vanni il quale, dal canto suo, si allontana dal giogo dell’amico, divenendo sempre più aggressivo e incapace di riconoscere le atrocità compiute da chi gli sta intorno. Vanni si sente tradito, è una creatura ferita e accecata dal dolore che cerca conforto nell’illusione della vita apparentemente salvifica di Cala Bruja. Daniel si accorge dell’insensatezza di questa illusione ma non riuscendo a recuperare la fiducia del compagno di viaggio i due entrano sempre più in collisione fino ad arrivare al finale dove il lettore assiste all’apice della loro violenza.

La fuga dei corpi affonda le sue radici in un testo di viaggio come Sulla strada di Jack Kerouac, ma dalla letteratura americana ricava anche il topos della fine del “sogno” (non americano in questo caso): Vanni e Daniel incarnano il desiderio di fuga da un mondo ingiusto alla ricerca di una società che purtroppo esiste solo nelle loro speranze, tant’è che i loro sogni si trasformano in incubi quando si scontrano con l’orrore della realtà, e se nella prima parte del romanzo i due protagonisti riuscivano a incastrare le loro personalità come due pezzi complementari di un puzzle, alla fine cambiano fino a non poter più essere amici. La loro è una mutazione psicologica che tuttavia prende forma a partire da un mutamento della carne:
 

La mia pelle è ancora scura, curtida, come si dice del cuoio appena lavorato, ma sta perdendo elasticità e acquistando secchezza. Sulle braccia iniziano ad apparire piccole squame. Tu hai già perso gran parte di spalle in cambio di un mappamondo di carne scura e rosa, ben visibile dalla canottiera.


Il loro fisico avvizzisce, cambia colore e rimpicciolisce, le fatiche del viaggio si fanno sentire sia sul piano psicologico sia su quello materiale. Daniel e Vanni non sono più le persone che erano prima di partire e a questo cambiamento si accompagna un’inevitabile e continua lotta: l’unico modo che avranno per ricongiungersi sarà un atto di violenza, uno strappo che gli permetta di riavvicinare i loro corpi martoriati.
 

Il loro fisico avvizzisce, cambia colore e rimpicciolisce, le fatiche del viaggio si fanno sentire sia sul piano psicologico sia su quello materiale. Daniel e Vanni non sono più le persone che erano prima


L’esordio di Andrea Gatti è riuscito soprattutto per il modo in cui l'autore riesce a far emergere dalla pagina la corporalità dei suoi personaggi grazie a una lingua evocativa, capace di emozionare. Alla solidità della prosa si affiancano poi una coerenza strutturale e stilistica che guidano il lettore fra i meandri di significato di un romanzo che riesce a catturare le ansie e i desideri di una generazione. Nella prima pagina di La fuga dei corpi troviamo infatti la domanda: «Chi racconterà la tragedia dei nostri anni di pace?» e l’autore, con questo libro, centra l’obiettivo di dare la sua personale risposta.


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