Immaginare Istanbul

Guida storico-sentimentale alla città turca a cento anni dalla nascita della Repubblica di Turchia

Istanbul l’ho incontrata d’inverno. Tutto, allora, sotto la sferza dei venti freddi provenienti dal Mar Nero e dalle steppe russe, richiama un sentimento di chiaroscuro, come in una pellicola cinematografica bruciata in un angolo, una massa indistinta che si espande per le strade, rendendo la città più vicina ad un passato dimenticato. Il paradosso stambuliota giace nella contrapposizione tra la robustezza della città, quel «mare di pietra» dall’aspetto «solido e lucente come la giada» descritto da un anonimo cronista cinese del VII secolo, e il suo statuto di città leggendaria, eterea, definita nei secoli da brame di potere e aneliti millenaristi.

La Nuova Roma di Costantino fondata nel 330, la mela rossa dei musulmani cinta d’assedio già nel 668, la Città d’Oro vichinga, la città depredata dai crociati franchi nel 1204, la grande Polis avvistata dai chierici russi al seguito di Michele di Smolensk a fine Trecento, rifulgente e purpurea, immersa nella campagna lacerata dalla peste nera e dalle invasioni mongole. E, ancora, la Bisanzio città sacra dove si fondono sentimento ed intelletto, cristallizzata nei versi dell’irlandese William Butler Yeats, il quale non vi mise mai piede, come il poeta russo Osip Ėmil’evič Mandel’štam, che cantò Santa Sofia in absentia («qui destinò il Signore / popoli e re a fermarsi») poco prima di morire in una fossa comune di un gulag siberiano. Per tutti, un assaggio di Paradiso, la possibilità di uno sguardo fugace e allucinato in un lontano passato di splendori e decadenza, di conquistatori e pellegrini in adorazione. Balcanici, slavi, anatolici, i volti rischiarati, nell’oscurità pregna d’incenso delle chiese ortodosse, dalla luce filtrante dalle cupole traforate. Suggestioni che ne fanno una città del possibile, legata a nostalgiche e contese memorie del passato, permeabile alle mille rappresentazioni che ha assunto nell’immaginario collettivo. 
 

Istanbul è un assaggio di Paradiso, la possibilità di uno sguardo fugace e allucinato in un lontano passato di splendori e decadenza


Il primo colpo d’occhio su Istanbul è una panoramica a volo d’uccello schermata dal vetro di un aereo. La disturba una nebbiolina fine, uggiosa, che si apre a squarci su blocchi compatti di palazzi residenziali, intervallati da grandi arterie di comunicazione, tralicci dell’alta tensione e moderne moschee dai colori sgargianti. Sono il frutto, queste ultime, della pervasiva estetica neo-ottomana imperante nel paese, in una logica che ridefinisce la religione e i suoi edifici sacri quali non-luoghi della modernità, manifestazioni di uno sviluppo economico onnivoro, totalizzante e impersonale. Sorvolando la città, ci si immagina nelle vesti del grigio impiegato Tahsin, il protagonista della commedia nera di Ramin Matin Ultima uscita (2018), costretto ad affrontare un’amara e iperbolica catena di peripezie per giungere in aeroporto e lasciare la metropoli. In questa Istanbul matrigna e inospitale, pervasa da fumi irrespirabili, deturpata da ciclopici cantieri, attraversata da metrobus borbottanti e infinite code di auto, Tahsin trascorre i giorni ad escogitare vie di fuga, fantasticando su chimeriche dimensioni ideali dall’aria pulita e senza traffico.

Mesi dopo il mio arrivo in Turchia, un suonatore di bağlama, incontrato in una terrazza a picco sui rilievi rocciosi che contraddistinguono il paesaggio lunare della Cappadocia, lontano dalle esalazioni della Città, confermò queste suggestioni: anche per lui Istanbul è una città assoluta, incontenibile, egoista, nella quale tutto accade, nasce, si spegne e che, in forza di ciò, attira con il suo canto ammaliatore schiere di individui destinati a dannarsi e a perdersi nel suo ventre. Del resto, secondo alcuni, è proprio il movimento “verso la Città” (dal greco èis ten pòlin), che avrebbe dato ad Istanbul il suo nome odierno, plasmandone il carattere metafisico di approdo esistenziale.

Istanbul è un organismo interconnesso composto da più città che si dischiudono come i petali di una rosa. Stambul, la città turca, Galata/Pera, la “città franca”, colonia della Repubblica di Genova tra XIII e XV secolo, eletta a centro culturale degli italo-levantini, e la riva asiatica, dove sorgono Üsküdar e Kadıköy, l’antico insediamento di Calcedonia. La configurazione della città, posta su sette colli e alla confluenza di tre grandi bacini d’acqua, le attribuisce una delle sue caratteristiche più particolari: la varietà dei punti prospettici dai quali può essere osservata. Così, scorci e panorami cambiano aspetto a seconda del punto di contemplazione. Santa Sofia vista dal lungomare di Moda in Asia, con il chiarore delle tremule luci di Ramadan e dei minareti che si riflettono sullo specchio d’acqua del Bosforo, quasi evanescente, è di una qualità diversa rispetto alla possente Santa Sofia incorniciata dai finestrini della metro sul ponte sul Corno d’Oro, con la sua cupola schiacciata, i minareti netti e taglienti in competizione con quelli della Moschea Nuova. Nella sua opera Cinque città (1946) Ahmet Hamdi Tanpınar scrive che «Istanbul non è soltanto una città di grandi opere architettoniche, ma anche di piccoli angoli e scorci inaspettati, e proprio in questi risiede la sua anima». I monumenti e gli edifici che costellano la città acquisiscono completezza e armonia in quanto parte di un tutto interagente, un contesto vivo di giochi di luce, di visuali cangianti, di rimandi continui tra altezze e piani diversi, reso possibile dalla stessa sistemazione spaziale di Istanbul: «città anfibia», secondo la definizione del poeta viaggiatore Alphonse de Lamartine, e solcata da una «moltitudine innumerevole di bastimenti» e da «sciami di caicchi turchi» sgomitanti «come la folla nelle piazze».
 

Lo scrittore Pamuk ricorda come molti abitanti di Istanbul «davano un’occhiata dalla finestra e dal balcone allo stretto e contavano le navi per capire se i disastri, la morte o i grandi sconvolgimenti erano in arrivo o meno»


Istanbul è interamente prona verso la sua linea direttrice fondamentale: il Bosforo, una frattura fisica e temporale che sembra calibrare la disposizione degli elementi della città, organizzandoli su un grande proscenio che si apre verso la ribalta del mondo. Lambisce placido le vite degli stambulioti e, in certi casi, scorre dentro le loro case dalle finestre affacciate sulle sue acque, simili a tanti mihrab rivolti alla Mecca. Lo scrittore Pamuk ricorda come molti abitanti di Istanbul «davano un’occhiata dalla finestra e dal balcone allo stretto e contavano le navi per capire se i disastri, la morte o i grandi sconvolgimenti erano in arrivo o meno». Il Bosforo incarna l’anima transeunte della città, la mancanza di sincronismo tra ciò che accade nelle due sponde, la manifestazione della perdita di un mondo irrecuperabile. Alla metà del XIX secolo, alla pervasività del Bosforo rispose la creazione di una “civiltà del Bosforo” autoreferenziale e impenetrabile incentrata attorno alle ville di legno edificate sulle rive dello stretto da notabili e burocrati ottomani. Profughi del progresso storico, naufraghi di un orizzonte di civiltà in frantumi sotto i colpi dell’occidentalizzazione e delle guerre, avevano così compiuto un ultimo, disperato tentativo di appigliarsi ai suoi fasti e ai suoi ricordi: si spense tra legna annerita e fumi d’incendi sospinti dal vento.

Il più inossidabile luogo comune su Istanbul vede schematicamente la città quale luogo d’elezione dove “l’Oriente incontra l’Occidente”. Istanbul, in realtà, scardina questa costruzione mentale: non rappresenta una città binaria, rigidamente smembrata in due tronconi, bensì un organismo composito, sfumato, dove mondi dissimili, incistati nel mare urbano, conducono segretamente «una vita chiusa di quartiere e di comunità […] costituita di rapporti infranti e fragili», per riprendere le parole di Pamuk. Ad Istanbul, Oriente e Occidente si confondono e si riorientano, modificando la propria consueta sede geografica. Nel lato europeo della metropoli sorge Çarşamba, una delle zone più conservatrici della città. Sulle teste degli uomini, avvolti nei loro caftani, troneggiano candidi turbanti bianchi, le donne indossano abiti neri che ne coprono integralmente il corpo. I negozi traboccano di boccette di profumi analcolici, rosari islamici, flessibili ramoscelli di legno utilizzati come strumenti per l’igiene orale, in linea con quanto prescritto in alcuni hadith, i detti del Profeta. Dalle finestre dello scheletrico e ombroso palazzo che ospita la principale scuola coranica del quartiere, si può abbracciare con lo sguardo il Liceo greco-ortodosso di Fener, legato alla parabola dei fanarioti, i ricchi mercanti ellenici che ricoprirono ruoli influenti nella politica ottomana. A poca distanza sorgono la sede del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e l’anonima Santa Maria dei Mongoli, unica chiesa bizantina preesistente alla conquista turca della città a non essere mai stata convertita in moschea. Sull’altra sponda del Corno d’Oro è visibile Hasköy, con le sue decadenti fontane ottomane e la sinagoga caraita edificata sotto il livello del terreno, in ossequio al Salmo 130 («Dalle profondità, ho gridato verso di te, Signore»), sbiadita memoria di una comunità ebraica proveniente dalla Crimea e ridotta all’osso dall’emigrazione negli Stati Uniti o in Israele.

Nel medesimo distretto, Beyoğlu, connessi dall’esuberante arteria di İstiklal Caddesi, si alternano Galata e Taksim, nucleo della città rivoluzionaria. È l’urbe dei cortei politici, dei manifesti di militanti marxisti-leninisti condannati a morte affissi ai muri, dei lacrimogeni e dei manganelli, delle “madri del sabato” in attesa, per decadi, di notizie sui figli scomparsi in seguito al colpo di stato militare del 1980, di Gezi Park e delle “tavolate della terra”, le cene di rottura del digiuno di Ramadan frequentate da musulmani, laici, ambientalisti, minoranze: attori sociali che, in quei mesi del 2013, aprirono l’orizzonte del possibile e resero obsoleta una visione di Turchia fondata sulla polarizzazione tra religione e laicità. Il lato asiatico della città, che si raggiunge passando sotto il Bosforo, incapsulati nei convogli dell’avveniristica Marmaray, è considerato la parte più moderna e vivace della città: palazzi residenziali, aree commerciali e spaziosi lungomari vedono morire il sole oltre i minareti delle moschee della penisola storica. Qui trova spazio una “città mortifera”, con i volti dei martiri del tentato colpo di stato del 2016 riprodotti sulle pensiline degli autobus, manifestazioni di un’austera epica nazionalista dotata di rituali ed espressioni collettive che hanno riplasmato il paese su nuove linee di faglia. Immagino questa fugace panoramica sentimentale di alcune delle anime di Istanbul come una cavalcata notturna, dietro i finestrini rigati dalle gocce di pioggia di un metrobus o di un taxi che scivola su uno dei ponti sul Bosforo. Ho sempre pensato che le città acquisiscano una tonalità brumosa e indefinita ma al tempo stesso rivelatrice di una dimensione intima e nascosta, se scorte attraverso la barriera trasparente di un finestrino.

Istanbul è una città da interpretare. Penso al fatto che, se la si volesse erroneamente ridurre ad un sistema binario, la coppia concettuale Oriente/Occidente dovrebbe essere soppiantata da una più veritiera endiadi. Da una parte la città “cava”, umida e terrosa, sepolta negli anfratti del sottosuolo, «echeggiante di cisterne, volte, archi, templi, acquedotti sotterranei», come scriveva Corrado Alvaro nel 1931. Dall’altra la città in superficie, regno di un’umanità strabordante, testimonianza della vocazione ecumenica che ha forgiato il destino della città. Tanpınar riporta che 
 

tutto l’antico Oriente era lì, in quelle strade. Uomini dal Turkestan, con le loro barbe ordinate e rotonde, zigomi alti, facce asciugate dalla santità e dall’astinenza, con le mani allacciate sotto lunghi mantelli di lana, si erano stabiliti in un angolo della città, come una cicogna malata separata dal suo stormo. […] Cinesi musulmani sposati a Ayvansaray o Hırka-i Şerif che ora avevano famiglie con bambini, ma i loro corpi erano ancora estranei ai nostri abiti. Gente dal Caucaso in berretti di pelliccia nera, le loro vite serrate da cinture con la fibbia d’argento. Yemeniti avvolti in lunghi mantelli bianchi che ricordano i vecchi pellegrini verso la Mecca.


Oggi, siriani, yemeniti, somali, uiguri in fuga da guerre e persecuzioni della contemporaneità hanno eletto Istanbul a capitale mondiale dell’esilio e della nostalgia. Una nostalgia postmoderna, quella dei negozi, dei ristoranti etnici, dei centri di telefonia dalle consunte insegne in caratteri arabi, degli interni delle case fiocamente illuminate, dei murales inneggianti alla Palestina libera, ai Fratelli Musulmani o all’opposizione siriana, delle “piccole patrie” trasposte e reinventate in un altro paese, ora più che mai fragili di fronte alle sirene del nazionalismo anti-immigrazione, nuovo collante dell’odierno panorama politico turco. Istanbul come madre consolatrice dei dolori di un mondo devastato, imploso, scorporata dal Medio Oriente e diventata estrema propaggine dell’Asia e porta d’Europa. Il carattere di città imperiale e forza catalizzatrice di uno spazio geografico ampio e variegato, già lo aveva notato Edmondo De Amicis nel 1878. Atterrito dalla prospettiva di rientrare nel “cerchio angusto” della sua vita ordinaria, scriveva in Costantinopoli che «là si parlava di persone e di cose di Tiflis, di Trebisonda, di Teheran, di Damasco […] io mi sentivo nel centro d’un altro mondo e tutt’intorno mi si aprivano nuovi orizzonti». Un sentimento che ho spesso condiviso durante le mie epidermiche incursioni nelle piccole patrie negate di Istanbul. La marginalità che si fa centro, la patria acquisita degli spossessati che diventa cantiere di nuove sintesi e rivendicazioni politiche.

Istanbul non è un ponte tra due mondi, ma un sapiente incastro di carne umana, di volti, di comunità neglette, di eroi e martiri, di rivoluzionari, di corpi prostrati sui quali non è certo possibile imprimere, come un marchio a caldo, etichette univoche. È la dimostrazione di come Oriente e Occidente non esistano quali dimensioni pure, isolate in vitro, ma siano la medesima realtà impura, rielaborata, iniettata di dosi massicce di alienante modernità occidentale, agghindata di veli e polverose fantasie orientaliste, presentata al mondo in guisa di megalopoli sterminata, organismo tracannante incapace di dare un ordine alle componenti ingurgitate, costrette invece a disporsi confusamente nel tessuto urbano. Rileggo le pagine di Bussola di Mathias Enard: «Oriente e Occidente non hanno maggiore valore euristico di quanto ne abbiano le destinazioni irraggiungibili che designano».

Sarebbe necessario, ho pensato durante il mio soggiorno, scrivere un compendio delle Istanbul immaginate e mai realmente vissute, le Istanbul dei sognatori che l’hanno bramata senza mai raggiungerla, che ne hanno percorso le strade e ammirato le vestigia nei propri deliri, consumati dalla febbre maltese, come Yeats, o rosi dalla malattia in un campo di transito sovietico, come Mandel’štam. Tante visioni composite che non potrebbero però prescindere dal riferimento alla nostalgia come filigrana attraverso la quale interpretare la città. Una melanconia esistenziale che Istanbul sceglie consapevolmente, avvertibile, in particolar modo, nelle sue rovine, nel sentimento di perdita di una civiltà di santi, tombe, cimiteri e logge sufi, rimpiazzata da un’altra, sulle cui soglie, come scrive Tanpınar, i turchi «hanno esitato per millenni». La nostalgia, il rimpianto, lo struggimento sembrano essere le peculiari malattie che affliggono gli stambulioti, chi ha trascorso esistenze intere tra i resti di più civiltà, entro un flusso di storie incommensurabilmente più grande rispetto ai singoli. La “metafora del finestrino” incarna questa disposizione d’animo. Tra l’individuo e la città si frappone un vetro appannato, all’origine di quella «proiezione malinconica della vita» che, come sostiene Pamuk, «è più attraente della vita stessa».
 

La nostalgia, il rimpianto, lo struggimento sembrano essere le peculiari malattie che affliggono gli stambulioti, chi ha trascorso esistenze intere tra i resti di più civiltà


Posso immaginarmi, come se li avessi davanti agli occhi, gli interpreti di questa visione, gli “scrittori tristi” di Istanbul, vagare tra i marginali sobborghi diroccati della città, vinti dagli eventi della storia, raccolti in solitudine ad elaborare guerre, spostamenti di popolazioni e migrazioni. Yahya Kemal e Tanpınar, alla ricerca di una bellezza scevra da influssi cosmopoliti, sintesi tra «il desiderio che nutriamo per il nuovo e il nostalgico rimpianto per quanto nelle nostre vite è andato perso», in grado di incarnare il nuovo volto della Turchia repubblicana e contrapporsi alle placide vedute pastello dei viaggiatori ottocenteschi, Reşat Ekrem Koçu, che non riuscì mai a completare la sua titanica Enciclopedia di Istanbul (1944-1973), il poeta Nazim Hikmet, che presenta nelle sue Poesie a Piraye tra le 21 e le 22 (1945) una Istanbul la cui povertà «resiste alle descrizioni», devastata dalla tubercolosi e dalla fame, piegata da una «miseria invincibile».

Sembra quasi che coloro che abbiano scritto, in epoche e contesti differenti, su Costantinopoli/Istanbul fossero, in realtà, rappresentanti di un unico, corale sentimento di perenne perdita e logoramento. Una categoria di scrittori che certamente guadagnerebbero un posto d’eccezione nel prontuario degli «avventurieri della nostalgia» di Enard e che potrebbero figurativamente collocarsi in quel «colossale sepolcro» del quale parla De Amicis descrivendo Santa Sofia: sineddoche dell’intera città, al cospetto della quale «si prova maggior rammarico pensando a ciò che fu, di quello che si goda nell’ammirazione di ciò che è ancora». Istanbul e le sue rappresentazioni sono inscindibili da questa attitudine mentale, che ne innerva implacabilmente sviluppi storici e ricorrenze psicologiche: ne risulta una sembianza circonfusa da un’atmosfera traslucida entro la quale si muovono figure abbacinate da allucinazioni del passato e miraggi di un possibile da costruire.

 

Fotografie di Vanni Rosini


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