Il ruggito animalesco di Toni Ligabue

La vita e la pittura di Ligabue in Volevo nascondermi di Giorgio Diritti

La pianura padana è un posto magico, quasi mitologico, o almeno così è percepita dai lettori di Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati, i cui bizzarri personaggi si muovono in un territorio sterminato e sempre uguale a se stesso: sarà anche per questo, vien da dire, che diventano un po’ matti, così diversi dal comune consorzio umano.
Prima di questi autori, un altro, rispondente al nome di Cesare Zavattini, cui è riconosciuto l’indiscutibile contributo alla storia del cinema italiano ma resta ancora troppo poco considerato come scrittore, aveva disseminato le sue prose di individui altrettanto singolari – si pensi per esempio a I poveri sono matti (1937) o a quel Totò il buono (1943) poi divenuto Miracolo a Milano (1951), uno dei capolavori neorealisti di Vittorio De Sica.
Anche l’arte e la poesia figuravano tra le innumerevoli passioni del più noto braccio destro di De Sica, e queste trovarono sfogo nel poemetto Toni Ligabue (1967), poi ristampato da Bompiani semplicemente come Ligabue. Con i versi, Zavattini raccontò la vita dell’infelice genio italo-svizzero che trovò la consacrazione artistica a Gualtieri, non distante dalla Luzzara dello sceneggiatore-scrittore-poeta che, nello stesso anno della pubblicazione del testo, ideò il Museo Nazionale di Arti Naïves, fondato poi da Renato Bolondi.
 

Con i versi, Zavattini raccontò la vita dell’infelice genio italo-svizzero che trovò la consacrazione artistica a Gualtieri, non distante dalla sua Luzzara


Nei Naïves fu inserito anche Antonio Ligabue: una definizione per lui piuttosto stretta, come del resto lo è per artisti quali Pietro Ghizzardi (da ricordare anche il suo diario Mi richordo anchora, uscito con Einaudi nel 1976 e poi con Quodlibet nel 2016), Bruno Rovesti e Nerone, difficili da collocare in un canone per la loro formazione da autodidatti e per la vena istintiva e primordiale. Sono personaggi come quelli dei narratori delle pianure: lunatici, talvolta folli e soprattutto, in fondo all’anima, eternamente bambini. Più che di essere spiegati, meritano di essere raccontati.
Non è un caso che nello sceneggiato Ligabue (1977) diretto da Salvatore Nocita, incentrato sulla vita del maggiore dei Naïves, spunti di nuovo Cesare Zavattini in veste di sceneggiatore. A interpretare Toni Ligabue è Flavio Bucci: un ruolo-chiave per la carriera dell’attore da poco scomparso, nonché uno dei principali motivi per cui il film televisivo viene ancora oggi ricordato. Oltre all’interpretazione di Bucci, un indimenticabile Ligabue, dello sceneggiato vanno menzionate le splendide musiche di Armando Trovajoli, compositore per Scola, Risi, De Sica, e le atmosfere brumose, umide e povere nelle quali si muove il protagonista, valorizzate dalla messa in scena di Nocita, scarna ma funzionale al racconto.

La notizia dell’uscita del film di Giorgio Diritti, quantomeno per chi aveva bene in mente il lavoro di Nocita e Bucci, ha generato aspettative alterne sulla sua riuscita: sarà all’altezza di dello sceneggiato? E soprattutto: Elio Germano sarà un Libague credibile quanto lo è stato Flavio Bucci? La risposta è “sì”, e non perché Volevo nascondermi sia infinitamente superiore al Ligabue di quattro decenni fa: è un’opera con intenti differenti, quasi opposti, dove il linguaggio cinematografico prevale sulla linearità del racconto televisivo dell’epoca e che fa tabula rasa dei didascalismi che spesso contaminano l’odierno cinema nostrano. Con questo suo quarto lungometraggio, dopo il meno riuscito Un giorno devi andare (2013), il regista bolognese trova in Antonio Ligabue una storia pressoché perfetta per la sua idea di cinema.

Nato a Zurigo nel 1899 da una ragazza-madre italiana costretta a fuggire dal bellunese per lo scandalo, Antonio Costa diventa Laccabue quando la madre sposa Bonfiglio, originario di Gualtieri. La vita del futuro Ligabue, che si farà per sempre chiamare così a causa dell’odio per il padre adottivo, più tardi accusato d’aver avvelenato la moglie e i figli con della carne avariata, è sin dal principio vagabonda e infelice: vive poco con la madre e con Bonfiglio Laccabue e viene in seguito affidato a una coppia di svizzeri tedeschi coi quali avrà buoni rapporti, seppur anch’essi travagliati. Antonio conosce la fame e la povertà che gli conferiranno l’aspetto rachitico e il gozzo: una sorta di marchio per un bambino già etichettato come inferiore in quanto italiano.
 

Antonio Costa diventa Laccabue quando la madre sposa Bonfiglio, originario di Gualtieri


Il ragazzo dimostra da subito grande predisposizione al disegno, e quando i figli dei ricchi vorranno sottrargli gli animali da lui disegnati, la cosa più preziosa che possiede, reagirà con i violenti scatti d’ira che segneranno la sua intera esistenza. Se dapprima si cerca di trovare una soluzione, di dar la colpa del carattere sanguigno alla sua italianità, in poco tempo Antonio verrà fatto rimbalzare da una casa di cura all’altra, fino all’espulsione dalla Svizzera. A circa vent’anni, senza sapere mezza parola d’italiano, farà ritorno nella sua terra d’origine, più precisamente a Gualtieri, il paese del detestato Laccabue.

Se in Svizzera era «l’italiano», in Italia sarà il «tedesco» e, come spiega Carlo Vulpio nella biografia Il genio infelice, in Toni detto «al màt». A suo modo un apolide, Antonio si distinguerà nuovamente per la sua natura solitaria, da nomade e girovago, senza una fissa dimora: la sua prima casa sarà una capanna sulle rive del Po, dove con mezzi di fortuna dipingerà e modellerà i primi quadri e sculture, raffiguranti in prevalenza animali, i suoi soggetti preferiti: tigri, cani, galline, cavalli, conigli e molti altri, affiancati da un discreto numero di autoritratti. Dopo anni di derisione, di prese in giro, di attacchi e di indifendibili chiacchiericci da parte delle persone, Ligabue troverà un supporto economico e umano nell’amico artista Renato Marino Mazzacurati, che ne comprese le potenzialità e il genio. Ciononostante, per Toni le cose non si semplificheranno, che più avanti affronterà tre ricoveri in manicomio, con ulteriori gravi conseguenze per la sua psiche.
 

Il successo è una rivalsa per Toni «il matto», che grazie a un gruppo di intellettuali tra i quali spicca Giancarlo Vigorelli otterrà una mostra tutta per sé nella Capitale


La sua arte continua a crescere e a espandersi anche fuori dai confini emiliani, ma la solitudine di Antonio, benché pittore stimato e in buone condizioni finanziarie, non avrà mai del tutto fine, specie se si guarda ai rapporti con l’altro sesso. Il successo è ad ogni modo una rivalsa per Toni «il matto», che grazie a un gruppo di intellettuali tra i quali spicca Giancarlo Vigorelli otterrà una mostra tutta per sé nella Capitale: per chi come lui un tempo scambiava i suoi dipinti migliori con qualche uovo o un pezzo di pane, vale una beatificazione. Quando infine l’emiparesi lo colpirà nel 1962, mettendogli fuori uso la parte destra del corpo, quella usata per dipingere, Ligabue vivrà al Ricovero Carri di Gualtieri – dove già aveva trovato ospitalità in precedenza – fino alla morte sopraggiunta tre anni dopo.

Nel mettere in scena questo percorso segnato dal dolore, dalla sofferenza e da qualche piccola gioia, Volevo nascondermi rifugge innanzitutto l’agiografia, l’impostazione superomista (o per meglio dire supereroistica) tipica di troppi film biografici coevi; in più, è vincente la scelta di una narrazione non convenzionale e frammentata, costruita, specie nella prima parte, da un gioco di analessi e prolessi dove troviamo momenti rilevanti della vita dell’artista: l’infanzia in Svizzera, l’arrivo in Italia, i primi passi col disegno e la pittura, il precario vivere nei pressi del Po fino ai rarissimi scorci d’equilibrio.
Il vissuto di Ligabue viene filtrato attraverso un accurato lavoro sulle immagini. La fotografia di Matteo Cocco sfrutta le luci naturali e valorizza sia i paesaggi padani sia quelli svizzeri; mette in risalto i peculiari cromatismi dell’arte di Ligabue ribadendo al tempo stesso la centralità del territorio e della natura, dove Toni trovò la propria dimora e l’ispirazione per le sue tele.

Nel fare questa operazione, Giorgio Diritti, autore anche della sceneggiatura, fa sua la lezione di Ermanno Olmi, e come negli altri suoi film dà molto peso alla lingua, dal tedesco del cantone svizzero fino al dialetto emiliano di Gualtieri; ed è quindi quasi consequenziale l’uso di attori non professionisti per i ruoli dei comprimari, anche se trovano spazio alcuni noti caratteristi – su tutti, Gianni Fantoni nella parte di Antonini.
Ma la straordinaria interpretazione di Antonio Ligabue appartiene a Elio Germano, uno dei punti di forza del film senza tuttavia esserne l’unico vero motore. Il lavoro dell’attore romano, meritatamente premiato con l’Orso d’argento a Berlino, è estremamente mimetico, tanto da rasentare la trasformazione: sorprendente è la riproduzione della postura, delle movenze e del volto di Toni (un encomio va quindi anche al trucco), così come la ricerca fatta per restituirne la voce, l’improbabile parlata a metà tra il dialetto di Gualtieri e le reminiscenze del tedesco.

Volevo nascondermi, da questo punto di vista, dimostra quanto sia imprescindibile la stretta connessione tra il regista e l’attore. Se Germano tira fuori tutto il suo talento, Giorgio Diritti lo tiene a bada


Volevo nascondermi, da questo punto di vista, dimostra quanto sia imprescindibile la stretta connessione tra il regista e l’attore. Se Germano tira fuori tutto il suo talento, Giorgio Diritti lo tiene a bada, fa sì che non vada mai fuori dalle righe e che non divori il film; lo inserisce in sequenze dove non è il solo a farla da padrone: ad accompagnarlo ci sono sempre fotogrammi studiati nel dettaglio, silenzi fondamentali per la comprensione della tormentata psiche del personaggio e le musiche di Marco Biscarini e Daniele Furlati a contrappuntare gli episodi più intensi, senza mai essere invasive.

Germano/Ligabue è nel contempo mattatore di numerose scene madri: dai versi animaleschi emessi durante la lavorazione dei quadri alle drammatiche crisi di rabbia e di pianto, nelle quali a farne le spese sono gli stessi dipinti; dalle liberatorie corse in motocicletta alle parentesi più tenere in cui Toni diverte i bambini imitando gli animali e costruendo loro bambole e giocattoli, fino alla commovente scena della mostra a Roma, dove l’artista fugge via in preda alla vergogna per poi tornare a prendersi gli applausi. Germano e Diritti riescono a porre l’accento su ogni sfumatura di Antonio Ligabue, un uomo da un lato fragile, costantemente segnato dalle ferite della vita, e dall’altro lato determinato nel trovare la sua salvezza nell’arte, nella quale immette tutte le sue privazioni, le insicurezze, le ingiustizie e le sfortune tramutandole nel feroce ruggito di una tigre.

Uno dei film più interessanti usciti nel 2020, non solo in Italia, purtroppo come molti altri penalizzato dal nefasto periodo d’uscita a cavallo del lockdown: per fortuna, ha trovato una seconda vita nelle sale dal 19 agosto scorso, forse riuscendo solo parzialmente a recuperare quanto era andato perduto. La speranza è che Volevo nascondermi continui a circolare e a essere visto. Confidiamo dunque nell’home-video, nelle piattaforme on demand e nelle sale cinematografiche che in questo periodo difficile continuano a tenere duro. Se nel suo piccolo riuscisse a diventare un cult, sarebbe tutto molto in linea con la parabola del suo protagonista, la cui storia non deve essere dimenticata.


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