Il magico mondo di Kaurismäki

Il viaggio del regista finlandese tra sfortunati e perdenti, da Nuvole in viaggio a L'altro volto della speranza

«Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire a occultare i problemi alla vista e alla mente, ma non a farli scomparire». Si esprimeva così il sociologo ebreo di origine polacche Zygmunt Bauman, scomparso nel gennaio 2017, nel suo libro La società sotto assedio. Le parole di Bauman riassumono perfettamente le problematiche europee e mondiali degli ultimi anni. Ogni mese sulle coste italiane sbarcano migliaia di migranti (si prevede che nel 2017 ne arriveranno 250mila), molti dei quali, soprattutto i richiedenti asilo politico, diretti verso la Scandinavia. Nel 2016 la Finlandia ha iniziato ad adottare misure restrittive nei confronti dei richiedenti asilo, arrivando a dichiarare che Afghanistan, Iraq e Somalia sono nazioni sicure. È in questa burrascosa atmosfera sociale e politica che nasce L'altro volto della speranza di Aki Kaurismäki. Il cinema del regista finlandese si è sempre occupato di tematiche sociali, raccontando storie di uomini e donne in difficoltà con uno stile personalissimo, fatto di dialoghi laconici e immagini pittoresche. Il suo esordio alla regia è datato 1983 con il film Delitto e castigo, adattamento contemporaneo del romanzo di Dostoevskij, dove si possono già individuare elementi stilistici che ritroveremo in tutti i suoi lavori successivi. È però con Calamari Union (1985) e Ariel (1988) che Kaurismäki inizia a farsi conoscere e acquistare consensi nei cineclub e cinema d'essai. In Ariel, tramite lo sguardo di Taisto (minatore in Lapponia licenziato per esubero del personale), mostra la crisi economica finlandese degli anni ottanta. Il film è il secondo tassello della cosiddetta “Trilogia dei perdenti”, iniziata con Ombre nel paradiso (1986) e conclusasi nel 1990 con il desolante La fiammiferaia. Nello stesso anno il regista girerà anche Ho affittato un killer, nel quale un immigrato francese che vive in Inghilterra (interpretato da Jean-Pierre Leaud) viene improvvisamente licenziato e abbandonato nella sua disperata solitudine, fino alla decisione di ingaggiare un killer per togliersi la vita. Kaurismäki ambienta la storia in squallidi locali di periferia, utilizzando la commedia per riflettere sugli effetti della politica liberista della Thatcher nella Londra degli anni ottanta.
 

In "Ho affittato un killer" Kaurismäki ambienta la storia in squallidi locali di periferia, utilizzando la commedia per riflettere sugli effetti della politica liberista della Thatcher nella Londra degli anni ottanta


Seguiranno Vita da bohéme, che in un bianco e nero ad alto contrasto mette in scena le vite di Marcel (scrittore parigino), Rodolfo (pittore albanese) e Schaunard (musicista irlandese) nella capitale francese, e nel 1994 Tatjana e Leningrad Cowboys Meet Moses (sequel di Leningrad Cowboys Go America del 1989), che racconta il ritorno in Russia di uno stravagante gruppo musicale dopo il crollo del Muro. Del 1996 è invece Nuvole in viaggio, primo capitolo della trilogia dedicata alla Finlandia, seguito nel 2002 da L'uomo senza passato (che lo consacrerà a livello internazionale) e Le luci della sera (2006). L'uomo senza passato, dopo aver vinto il Grand Prix della Giuria e la Palma alla migliore attrice per Kati Outinen a Cannes, ricevette la nomination all'Oscar per miglior film straniero. Kaurismäki tuttavia non si presenta alla cerimonia affermando (poche ore dopo l'attacco delle forze Usa su Bagdad) che non avrebbe potuto festeggiare mentre il governo statunitense stava «preparando un crimine contro l'umanità per puri interessi economici». Nel 2006, invece, fu lo stesso Kaurismäki a ritirare Le luci della sera da candidato finlandese per gli Oscar, in corsa per la nomination a Miglior film straniero. Il 2011 è l'anno di Miracolo a Le Havre, film poetico sull'immigrazione che fece applaudire e commuovere il pubblico di Cannes. Il tema dell'immigrazione è onnipresente nella filmografia di Kaurismäki, ma è con i suoi ultimi film che acquisisce il ruolo di assoluto protagonista. In un'intervista rilasciata pochi giorni prima dell'uscita del film, il regista asserì che Miracolo a Le Havre sarebbe stato il primo capitolo di una trilogia ambientata in città portuali e che per girare il secondo avrebbe aspettato almeno cinque anni. Kaurismäki è stato di parola e nel 2017, il secondo film, L'altro volto della speranza, è stato presentato al festival di Berlino e ha vinto l'Orso d'argento per la miglior regia in una premiazione in cui il regista, in evidente stato di ebrezza, ha costretto il direttore della Berlinale a scendere in platea per consegnargli il premio, disertando successivamente la conferenza dei premiati. Miracolo a Le Havre e L'altro volto della speranza rappresentano i primi due capitoli della “Trilogia delle città di mare” e presentano caratteristiche speculari, sia nella trama che nello stile di Kaurismäki, che non si limita solo a filmare la società in cui viviamo, ma inserisce sempre quel tocco in più, autobiografico, soggettivo e appassionato, come la continua presenza di gruppi che suonano, jukebox e alcol, tanto alcol (pub e bar, presenti in almeno una sequenza di ogni suo film, sono i luoghi prediletti dal regista anche nella vita quotidiana). Questi elementi sono tutti riscontrabili nel L'altro volto della speranza, che riflette sulla delicata situazione politica europea e sulle difficoltà dei rifugiati. In un'intervista al Festival di Berlino ha dichiarato: «Io considero il maltrattamento dei migranti e dei rifugiati un crimine contro l'umanità. Nei secoli passati l'Europa era il cuore della cultura dell'accoglienza, oggi è un covo di criminali che stanno distruggendo le democrazie».
 

«Io considero il maltrattamento dei migranti e dei rifugiati un crimine contro l'umanità. Nei secoli passati l'Europa era il cuore della cultura dell'accoglienza, oggi è un covo di criminali che stanno distruggendo le democrazie»


L'altro volto della speranza ha inizio nel porto di Helsinki dove Khaled, giovane rifugiato siriano, è riuscito ad arrivare clandestinamente a bordo di una nave carica di carbone. Dopo essersi visto negato il diritto di asilo dallo stato finlandese, il ragazzo è in attesa di essere rimpatriato ad Aleppo. Wilkstrom è un commerciante di camicie in crisi di mezza età che, dopo aver lasciato la moglie, decide di abbandonare la sua attività e di rilevare un ristorante di periferia con dei soldi vinti al poker. Khaled, dopo essere fuggito per evitare l'espulsione, incontra Wilkstrom che lo assumerà nel suo ristorante e lo aiuterà a ritrovare sua sorella. La storia del film ha un tono favolistico, il modo in cui Wilkstrom vince la partita a poker e come Khaled riesce ad evitare l'espulsione sono filmate in maniera volutamente irreale. La novella di Kaurismäki però, come le più classiche favole, non è composta solo da buoni disposti a soccorrere e aiutare i più deboli, e quindi non mancano personaggi malvagi come il gruppo di skinhead che intimidiscono, picchiano e accoltellano Khaled. Il regista, grazie soprattutto all'uso di luci e colori sospesi, racchiude la storia in uno spazio senza tempo, riuscendo a raccontare la contemporaneità servendosi di elementi del passato. Nel film vi sono continui elementi anacronistici: l'abbigliamento dei personaggi, le ambientazioni e soprattutto la strumentazione tecnologica. Il mondo mostrato da Kaurismäki è straniante per lo spettatore, lontano dalla nostra quotidianità. Ma è proprio in questo mondo favolistico e irreale che il maestro finlandese riesce a raccontare la contemporaneità, mostrando drammi, difficoltà e sofferenze. Nei suoi film la parola molto spesso risulta superflua, la forza espressiva delle immagini e la bellezza delle inquadrature trasmettono quel senso di solitudine e disagio senza bisogno di alcun elemento aggiuntivo.
 

Ogni sequenza dei film di Kaurismäki, che puntualmente si chiude con una dissolvenza in nero, potrebbe essere un paragrafo di un capitolo e ciascun film potrebbe essere il capitolo di un'unica storia


Ogni suo lungometraggio indaga una sfaccettatura diversa della società, la stessa problematica da un punto di vista differente ma anche un problema diverso dallo stesso punto di vista. Ogni sequenza dei suoi film, che puntualmente si chiude con una dissolvenza in nero, potrebbe essere un paragrafo di un capitolo e ciascun film potrebbe essere il capitolo di un'unica storia. Con L'altro volto della speranza Kaurismäki scrive un altro pezzo di storia, uno dei capitoli più belli della sua filmografia. Un regista capace di interrogarsi e di proiettare sullo schermo la realtà quotidiana in maniera originale e soggettiva. Come diceva Alexandre Astruc (nell'articolo “Naissance d'une nouvelle avant-garde: la camérastylo” del 1948), il regista deve rappresentare (scrivere sulla pellicola) il suo mondo mentale tramite la cinepresa, così come scrittori e poeti raccontano tramite la penna e il mondo di Kaurismäki è così personale che lo spettatore spesso non riesce a capire se sia più giusto indignarsi o essere felici (nel film in uno scambio di battute tra Khaled e Mozdak il primo esclama: «Non ho ancora capito se devo ridere o piangere»). Questa inadeguatezza è causata da quello che potremmo definire “Effetto Kaurismäki”, una situazione sospesa tra mestizia e allegria dove risulta sfuggevole ed evanescente una distinzione. Con L'altro volto della speranza Kaurismäki ha fuso tante tematiche care al suo cinema, il dramma dell'immigrazione, la solitudine, il razzismo, il lavoro e la tolleranza delle persone. Nella pellicola Khaled non viene mai percepito come una minaccia, non si parla mai né di Isis né di terrorismo, il giovane ragazzo siriano viene raccontato come un profugo a cui è stato negato il diritto d'asilo alla ricerca di quello che resta della sua famiglia. Il cineasta finlandese affronta la contemporaneità in modo inconsueto, riponendo fiducia nella magnanimità dei cittadini sempre più convinto, come ha affermato al Festival di Berlino, che lo scopo del cinema sia quello di cambiare il mondo. Peter von Bagh, critico cinematografico e amico (nonché connazionale) del regista scomparso nel 2014, al quale è dedicato il film, scriveva: «Kaurismäki ha descritto una Finlandia marginale, un mondo di sfortunati e di perdenti, di cui coglie la luce magica, la sofferenza autentica, la compassione profonda, e l'umorismo, con un fantastico senso dello stile».

Giulio Nassi


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