Negativi criminali

La criminalità organizzata nel cinema italiano tra Gomorra, Anime nere a Sicilian Ghost Story

La produzione cinematografica in tema criminale e mafioso vanta alcune pellicole considerate tra le più belle mai girate, anche perché, attratti dal genere, tanti tra i più grandi autori internazionali hanno deciso di affrontare il tema con risultati eccezionali. Ricordiamo tutti le epopee della leggendaria famiglia Corleone della trilogia del Padrino di Francis Ford Coppola, personaggi straordinari come Tony Montana di Scarface di Brian De Palma o David “Noodles” Aaronson di C’era una volta in America di Sergio Leone e via dicendo. Questa grande carrellata di capolavori ha contribuito a creare una realtà mafiosa fatta di personalità complesse, affascinanti, tragiche e in alcuni casi eroiche, capaci di compiere imprese crudeli e spietate, ma straordinarie. Storie che intendono rapire lo spettatore seducendolo con una rappresentazione della criminalità organizzata in chiave epica.
Da una parte perciò abbiamo la bellezza di queste storie piene di sangue e tradimenti, ma anche cariche di onore e gloria, in cui la figura dell’antieroe trova il suo massimo splendore e protagonismo, e dall’altra il grande solco che si crea tra quello che è il fenomeno sullo schermo e il suo contraltare reale, perdendo ogni tipo di riferimento e scrollandosi di dosso ogni tipo responsabilità sociale leagata ad un tema così complesso – il che, per l’arte, non è necessariamente un difetto.
 

Se negli Stati Uniti resiste l'epica mafiosa di Coppola, De Palma e Sergio Leone, in Italia l’ottica nel pensare il genere si è ribaltata rispetto al modello americano


In Italia, da qualche tempo a questa parte, l’ottica nel pensare il cinema che racconti la criminalità organizzata si è ribaltata rispetto al modello americano. Probabilmente la ragione è proprio quella responsabilità sociale molto forte verso un tema così delicato e legato a doppio filo alla storia del nostro Paese. Nel 2008 esce il film Gomorra di Matteo Garrone, tratto dall’omonimo best-seller letterario del giornalista Roberto Saviano – tra gli autori della sceneggiatura. Il film, così come in precedenza il libro, diventa un caso nazionale e arriva a rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar per la statuetta di miglior film straniero. La forza innovativa della pellicola è la scelta di rappresentare la camorra privandola di ogni tipo di spettacolarizzazione e anzi cercando di mostrarla nella maniera più cruda e reale possibile partendo sia dal linguaggio dei personaggi che dalle ambientazioni (in questo caso le famose “vele” di Scampia). Le quattro storie presenti nel film raccontano di innocenti e collusi, certo, ma sempre vittime del sistema marcio in cui si trovano loro malgrado ad orbitare, un dato importante che permette un’osservazione da un punto di vista esterno e allo stesso tempo da quello di chi subisce le conseguenze più negative dell’ambiente in cui si trova. La lente non è puntata sulle gesta dei protagonisti e sulla loro personalità, questi diventano semplicemente un pretesto per parlare invece del funzionamento della camorra all’interno di un tessuto sociale più ampio, che coinvolge tutta la nazione e che comprende vari settori dallo smaltimento di rifiuti tossici, passando per il monopolio di servizi di artigianato (nel caso del film ci si interessa di sartoria) fino a casi più classici come quello di guerra interna tra famiglie e le diatribe che stanno dietro il controllo di un certo territorio.

Soprattutto l’ultima storia citata, quella di Marco e Ciro, è interessante perchè esplicita in maniera chiara e pulita la differenza  che c’è tra la realtà e la finzione raccontata nel cinema, in quanto i due ragazzi, nel mito di Tony Montana, cercano di controllare la loro zona di appartenenza, facendo uno sgarbo al boss locale, ma vanno incontro ad un successo ben diverso da quello del mitico personaggio impersonato da Al Pacino. Qui, scegliendo di mostrare gli ingranaggi della grande macchina malavitosa, si ha l’intenzione di educare lo spettatore e di infondere un disgusto e un’indignazione sempre consapevoli e informate.
 

La forza innovativa della pellicola è la scelta di rappresentare la camorra privandola di ogni tipo di spettacolarizzazione, e anzi cercando di mostrarla nella maniera più cruda e reale


Sulla scia del film di Garrone c’è Anime Nere di Francesco Munzi, uscito nel 2014, tratto dal romanzo omonimo di Gioacchino Criaco che racconta una storia più tradizionale legata alle vicende di un’importante famiglia affiliata all’andrangheta calabrese. Quello che viene proiettato sullo schermo è un grande dramma familiare con dei rimandi e degli spunti narrativi che si legano molto alla tradizione dei film in tema mafioso, come gli omicidi su commissione, le cadute di personaggi di spicco delle famiglie malavitose e le famose cene tra clan, ma tutto quanto viene spogliato di ogni tipo di epicità, di mitizzazione e di spettacolarizzazione. Il linguaggio usato è anche questa volta assolutamente realistico e anche questa volta nella storia si sceglie di parlare non solo di malavitosi in quanto tali, ma anche di personaggi esterni alla malavita, costretti a subirne gli inevitabili danni collaterali. Nelle mani di Luciano, l’unico dei tre fratelli ad essersi voluto tirare fuori dagli affari di famiglia, al contrario di Luigi e Rocco che sono le vere e proprie menti del clan, risiede il destino della famiglia intera. Anime nere è esemplare nell’eliminare tutti i pregi di una vita similea, come la ricchezza, la fama, la gloria, per lasciare in primo piano solamente il dolore, la crudeltà e alla fine anche la povertà di un’esistenza chiusa in un mondo angusto, con le sue regole e le sue tradizioni che non possono portare altro che sofferenze per chiunque vi si avvicini, fino ad una conclusione miserabile e priva di onore, epicità o degna di ricordo.
 

Anime nere è esemplare nell’eliminare la ricchezza, la fama, la gloria dall'immaginario filmico per lasciare in primo piano solamente il dolore, la crudeltà e la povertà di un’esistenza chiusa in un mondo angusto


Dopo la camorra di Gomorra e l’andrangheta di Anime nere, il caso cinematografico del 2017, Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, si occupa di mafia tradizionale. I due registi decidono di portare sullo schermo la vicenda di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito di mafia e collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, prima rapito e poi ucciso e sciolto nell’acido nitrico per cercare di mettere a tacere il padre – azione compiuta peraltro da Giovanni Brusca, il membro di Cosa Nostra e poi anch’egli collaboratore di giustizia che confessò di essere stato il mandante della famosa strage di Capaci nella quale perse la vita il giudice Giovanni Falcone il 23 maggio del 1992 e prima ancora di aver utilizzato l’auto bomba che uccise Rocco Chinnici, istiture del pool antimafia a Palermo, morto il 29 Luglio del 1983. Il film si svolge su due piani separati: il primo è quello che vuole mostrare l’evento di cronaca nera nella maniera più cruda e reale possibile, il secondo è quello legato alla figura della piccola Luna, compagna di scuola di Giuseppe che non si rassegna alla sua scomparsa perché follemente innamorata del coetaneo. Luna funge da catalizzatore di tutti quelli che sono i sentimenti che i due registi vogliono comunicare al pubblico, nella maniera più esasperata possibile. La bambina smette di vivere la sua vita, cade in una profonda e delirante depressione causata da un isolamento dovuto alla complicità e all’omertà che la fagocitano ogni giorno della sua vita e che assorbono tutte quante le figure che la circondano, a partire dai genitori, passando per i compagni di scuola e gli insegnanti, fino ad arrivare ai carabinieri incaricati di indagare sulla sparizione del bambino.

Sicilian Ghost Story non si mostra timido, oltrepassa la parte informativa e analitica del fenomeno mafioso e arriva direttamente alla denuncia feroce attraverso le scene del rapimento del tredicenne palermitano, trattato come un animale (e forse anche peggio) e alla figura della bambina innamorata. I mafiosi prendono la forma di veri e propri orchi, che non esitano a calpestare anche il fiore più innocente e pulito come la favola di due bambini che si vogliono bene. Il fenomeno mafioso in Italia è oggetto di un ragionamento più profondo rispetto a quello di altri Paesi, per questi gli autori cinematografici nostrani hanno cercato e cercano tutt’ora di trovare la corretta prospettiva per raccontarlo, provando a smuovere le coscienze di tutti e di portare allo scoperto una realtà che è così vicina a noi. La cosa che più colpisce è come abbiano trovato la soluzione: non aggiungendo drammaticità, non spettacolarizzando, ma lavorando per sottrarre l’artificio filmico, raccontando semplicemente le cose così come sono, senza enfatizzare nulla, senza mai tirare la corda.

Jacopo Fioretti


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