Curare un giardino per curare il mondo

Tra ritorno alla natura e riconquista della realtà in Elogio della terra, diario botanico del filosofo Byung-Chul Han

Byung-Chul Han è nato a Seul, in Corea del Sud, ma da anni vive in Germania, dove lavora e insegna. È senza dubbio uno dei più apprezzati filosofi contemporanei. Leonardo Caffo, nel supplemento ‘Sette’ del Corriere della Sera, si è spinto a presentarlo come il più famoso al mondo: non so se sia vero, se si tratti di un’esagerazione o se questa fama sia in qualche modo misurabile. Sicuramente è da anni che se ne parla, e se ne parla bene, più o meno ovunque. La prima volta che l’ho sentito citare era il 2014, durante un seminario sugli effetti della comunicazione digitale. La seconda volta è stata pochi mesi dopo a un concerto di Vasco Brondi, che ne lesse alcuni passi, estasiando il pubblico. A un certo punto è diventato difficile trascurarlo, anche per chi come me non frequenta in modo assiduo gli scaffali di filosofia. Un indice chiaro dell’impatto che Byung-Chul Han ha sul dibattito culturale è dato dalla difficoltà diffusa che si riscontra nel commentarlo, nell’aggiungere qualcosa a ciò che lui ha già scritto. Ho scoperto che ogni tanto c’è chi lo guarda con il sospetto che di solito è riservato a ciò che piace a tutti. Per quanto il paragone sia irrituale e per certi versi azzardato, l’apprezzamento trasversale verso Byung-Chul Han somiglia a quello che in Italia è riservato a Zerocalcare, che è seguito e amato non solo da chi legge fumetti: fa talmente bene ciò che fa che pensarne male è impossibile, e dirne bene è davvero troppo facile.
 

Elogio della terra è un diario botanico, ma anche un breve trattato sullo scorrere del tempo, sulla materialità dell’attesa, sulla meditazione che l’accompagna, sulla meraviglia, la sconfitta o la conquista che accompagna ogni fioritura.


Il successo di Byung-Chul Han credo non sia dovuto tanto alla facilità di accesso, che richiede comunque di superare una soglia linguistica e argomentativa non sempre alla portata di tutti, ma all’oggetto delle sue analisi e alla chiarezza degli intenti. La sua è una filosofia sociale che muove i passi da Heidegger e dalla fenomenologia, e con straordinaria abilità di indagine e di sintesi porta il lettore a dirsi: ecco quel che accade intorno a me, ecco quel che sta succedendo ai miei simili, ecco come mi sento. La sua opera, resa nota con merito in Italia da Nottetempo, è costellata di saggi perlopiù brevi e densissimi che in buona sostanza si occupano di decostruire alcuni dei più significativi fenomeni della contemporaneità: la dittatura del digitale (Nello sciame), del performativo (La società della stanchezza) e più in generale gli effetti profondi della politica e della cultura capitalistica sull’umanità (Eros in agonia, La scomparsa dei riti, Psicopolitica). Il filosofo ha avuto il merito di dare una spiegazione e un nome ai mali che ci affliggono, e alcune delle categorie su cui si è più soffermato – su tutte forse quelle legate alla società della performance – hanno sicuramente lasciato un solco profondo, per lucidità ed efficacia, nel nostro tempo. Per questo motivo genera quasi spaesamento l’ultimo suo testo, Elogio della terra. Il suo percorso di critica e decostruzione trova qua un contraltare per certi versi inaspettato. Byung-Chul Han in questo libello si concentra sulla proposta di realizzare un giardino segreto, in coreano Bi-Won, un giardino di inverno:
 

A me manca, in tutta evidenza, una saggezza da giardiniere, visto che ho preso la decisione di allestire un giardino che fiorisca di continuo, da gennaio a dicembre. Io preferisco la metafisica, il desiderio metafisico, alla saggezza del giardiniere e al suo ‘lasciar andare’.


Con questa dichiarazione, che è presa di coscienza e manifesto programmatico, si apre l’esperimento del filosofo. Un atto concreto, realizzato pazientemente da Han nella sua casa berlinese, e presentato con dovizia di particolari. Elogio della terra è un diario botanico, quindi, ma anche un breve trattato sullo scorrere del tempo, sulla materialità dell’attesa, sulla meditazione che l’accompagna, sulla meraviglia, la sconfitta o la conquista che accompagna ogni fioritura. Il libro non è però solo un cantico francescano, né solo un esercizio di filosofia zen. È anche questo, ma soprattutto è un percorso di conquista della realtà: «solo le narrazioni generano senso e tenuta» scrive Han, «l’ordine digitale, numerico, è privo di storia e memoria, quindi frammenta la vita». O ancora: «La digitalizzazione del mondo, che equivale a una totale umanizzazione e soggettivizzazione, fa scomparire del tutto la terra».

Il percorso di ritorno alla terra è per l’autore in primo luogo un cammino di redenzione, esperienza di fede e di sentimento: «L’indugiare nel giardino in fiore mi ha reso di nuovo credente». La ragione spesso cede il passo all’amore e al dolore, al Romanticismo, all’abbandono verso la natura. In questa sorta di libro di meditazione si ha l’impressione che il filosofo cerchi e trovi la felicità nel particolare. Ci perdiamo insieme a lui alla scoperta dei cicli che portano alla nascita del piè di gallo, dell’agnocasto, del gelsomino d’inverno o del calicanto. Il testo è intermezzato da continui rimandi e fonti di ispirazione, dalla letteratura e dalla filosofia. Tra le parole di Han e le 24 illustrazioni di Isabella Gresser compaiono citazioni di Kant e Novalis, Adorno e Goethe, Thoreau e Barthes.

Questi frequenti richiami ai pensatori del passato si sposano con la poesia e la dovizia botanica che caratterizzano i brevi capitoli del libro, dedicati ciascuno a un fiore diverso. Il brevissimo capitoletto intitolato Sulla felicità, conclusione ideale della prima parte («Lavoro significa in origine travaglio e affanno. Lavorare in giardino, invece, rende felici. In giardino mi riprendo dal tormento della vita»), lascia poi spazio al lungo capitolo conclusivo intitolato Diario dal giardino, che raccoglie quindici mesi di appunti, dal luglio 2016 al novembre 2017. A pensarci, quello che oggi potrebbe apparire il racconto contingente di un isolamento forzato, è ambientato ben prima della pandemia. Ed è forse questa la parte più bella del libro, illuminata da una scrittura piena di grazia, più calibrata e allo stesso tempo più libera rispetto ad altre sue opere.

Nel luglio del 2017 Byung-Chul Han lascia il giardino e arriva in Italia, a Napoli. Nel diario racconta di essere in città per una conferenza, aperta declamando alcuni versi da La pioggia nel pineto di D’Annunzio, che il filosofo definisce «divino canto della terra». Han racconta poi di meditare sul sacrificio di Gesù sulle pendici del Vesuvio, di «impregnarsi» di Spirito Santo nella Basilica di Santa Chiara: ma il ricordo del giardino è sempre presente, e ogni pensiero richiama quello della fioritura attesa. Tornato in Germania, si ricongiunge alla sua opera. Ecco uno stralcio dal diario del 3 settembre 2017.
 

I fiori più belli al momento sono quelli dell’ibisco bianco ormai altissimo e degli anemoni giapponesi. Mi verrebbe da chiamarli radiosi perenni, Coruscis perennis. L’ibisco sfoggia grazia e purezza. E, come molte altre belle piante, viene dall’Asia – il mio giardino segreto è quindi un giardino dell’Estremo Oriente. Il calicanto, Chimonanthus praecox, presente in giardino da ormai tre anni, si trattiene ancora dal fiorire. Dovrebbe emanare un profumo ammaliante. Spero che fiorisca l’anno prossimo. Lo sperare è la modalità temporale del giardino, per cui il mio elogio della terra è rivolto alla terra che verrà.


Eppure, terminato il libro, lo spaesamento rimane. Perché dai testi di Byung-Chul Han, come quei pazienti innamorati del proprio male, aspettiamo diagnosi nefaste, esami invasivi, forse un’autopsia. Il tema di fondo di Elogio della terra – il ritorno a un tempo dell’attesa – era già presente in nuce nei precedenti libri del filosofo, per cui lo screening generale, per rimanere nella metafora medica, lo avevamo già avuto. Nel 2017 ne Il profumo del tempo. L'arte di indugiare sulle cose (Vita e Pensiero Editrice) scriveva che «L'ipercinesi quotidiana sottrae alla vita umana ogni elemento contemplativo […] la crisi del tempo sarà superata nel momento in cui la vita activa, anch'essa in piena crisi, accoglierà nuovamente in sé la vita contemplativa». Era già tutto lì, no? Di conseguenza da Han non ci aspetteremmo veramente una cura, né che sia proprio questa – curare un giardino per curare sé stessi e il mondo. Elogio della terra è godibile, coltissimo, documentato, apprezzabile sotto ogni punto di vista: eppure suona fin troppo semplice. Byung-Chul Han conclude in modo puro e disarmante. Questo il messaggio con cui si chiude il diario, il 20 novembre 2017:
 

La terra è un’artista, una giocatrice, una seduttrice. È romantica. Suscita in me un sentimento di riconoscenza. […] La terra è bella, magica. Dobbiamo proteggerla, trattarla bene, elogiarla, invece di sfruttarla brutalmente. Il Bello ci impone il trattar bene. L’ho imparato, l’ho vissuto.


Ho pensato: tutto qua? Ho impiegato un po’ di tempo a capirlo, e non sono sicuro di esserci riuscito. Queste poche righe potevano essere state scritte da Papa Francesco nella Laudato si’, o da un qualsiasi autore di un qualsiasi libro che in questi anni ha reso florida la pubblicistica su tematiche naturalistiche e sul rapporto tra uomo e ambiente. Ma – e forse è questo il punto di Elogio della terra – quel che ci dice l’autore non è solo che la terra è bella, come potrebbe dire un bambino, ma che lui l’ha imparato, che lui l’ha vissuto. Ecco da cosa viene lo spaesamento: dal fatto che dopo esserci fatti guidare da Byung-Chul Han nell’analisi, dopo averlo riconosciuto come un faro nella tempesta, come l’intellettuale capace di dar nome ai mali del nostro tempo, siamo costretti a fermarci. E dobbiamo decidere se fidarci ancora: se oltre a voler capire in che guaio ci siamo cacciati, ci interessa davvero seminare, scavare con le mani nella terra e conoscere non solo i nomi del male, ma anche il nome dei fiori.

 

In copertina foto di Evie S. da Unsplash 


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