Cercare nel bosco le parole

Il lettore è disposto a perdersi? In territorio selvaggio di Laura Pugno e il valore disorientante della letteratura

Se la lettura è un luogo di conforto, un giardino, allora il lettore è un corpo stanco che chiuso dentro casa aspetta siano le parole che sarebbero potute essere sue, quelle che avrebbe voluto conoscere, a venire a bussare. Leggere, però, assomiglia più a un’avventura nel bosco che ad un tè in salotto. Forse allora le parole vengono a bussarci ma non entrano, ci aspettano sull’uscio della porta, ci chiedono di seguirle al di là del giardino. Noi, il corpo, la mente, il giardino, la casa, le parole che ci vengono a prendere per portarci fuori, al di là del recinto, fuori, nel bosco che ancora non conosciamo. Leggere è una contraddizione che ci spinge a ricercare la verginità confortante del conosciuto per mezzo della letteratura, che è inconoscibile, sgusciante, un taglio nel nostro inconscio, espansione liquida di significati inesauribili.
 

Provi rabbia, tu che leggi? Dietro la patina della dolcezza, del conforto, come una pellicola sulla lingua, c’è la rabbia. Potrebbe portarti a uscire di casa, quella casa con un grande giardino, avventurarti.

Attraverso la rabbia – la delusione: qualcosa era stato promesso – torniamo ad intravedere il selvaggio, per un attimo. Ma poi quel qualcosa si spegne. Ci alziamo, andiamo in cucina, prendiamo un bicchiere di latte.

(Qualcosa non vuole finire).


In territorio selvaggio di Laura Pugno (Edizioni Nottetempo) è un libro senza impieghi in cerca di un lettore coraggioso. La narrazione non ha infatti uno scopo determinato e si abbandona a pensieri liberi, che sembrano trascritti direttamente su carta come pensati per la prima volta. In questo rapporto dialogico, dove la scrittrice interroga se stessa e chi sta leggendo, c’è come una sovrapposizione di ruoli e, in assenza di personaggi, il lettore diventa un protagonista attivo che è chiamato a collaborare alla realizzazione di senso del testo. A partire dalla parola “selvaggio”, gli appunti dell’autrice proseguono passando per “bosco”, “comunità”, “romanzo”, fino a perdersi in riflessioni personali che non rispecchiamo prettamente i significati delle parole citate. È un libro recidivo che cade sugli stessi quesiti, su domande sfinite da risposte smorzate, che continuano a metterci alla prova in un turbinio di pensieri interrotti, monologhi spezzati e paragrafi che non si consumano. Dentro queste pagine non ci si può aspettare di trovare qualcosa che ci assomigli e, nel negare questa ricerca, alla fine lo si trova. È anche un libro generoso, perché non può smettere di darsi. Lo si potrebbe leggere sempre, come un consiglio di cui fidarsi perché detto ogni volta da qualcuno che non conosciamo, un bosco senza orizzonti.

Con questo non bisogna sbagliare nel giudicarlo, non è una trappola magniloquente e non vi s’intuisce nessuna velleità narcisistica: soltanto non c’è alcun interesse nel trattare la scrittura come un qualcosa che deve per forza risolversi. Laura Pugno non si aspetta nessuna risposta né da se stessa né tantomeno da noi e, così facendo, ci accompagna fuori dal giardino del conosciuto.
 

È questa la sua forza: alle parole non affibbia la responsabilità di essere capite, il conforto del lettore è negato


È questa la sua forza: alle parole non affibbia la responsabilità di essere capite, il conforto del lettore è negato e, così, i pensieri isteriliti dai paragoni che facciamo con quello che già ci è noto sono banditi. Questo rovesciamento – la letteratura che si scrive per capirsi e non per essere capita – evita di schiacciare ogni cosa sotto il peso dei dialoghi e nell’andare avanti, pagina dopo pagina, sentiamo l’aumentare del languore, la fame di parole che, private di un giudizio netto, eludono ogni dovere di essere colte. Così il desiderio si scioglie, la mente si rilassa e il corpo si abbandona. In questo metaromanzo viviamo una situazione limite, siamo sempre sospesi tra il desiderio e il timore di conoscerci per quello che, ancora, di noi non sappiamo
 

È solo irreale, il loro bisogno di conforto? No? È funzionale della letteratura, dell’arte, dargli questo? No, certo? La letteratura è occhi nuovi, straniamento, bosco.

Ma se non troveranno conforto nel bosco, li avremo perduti. Saranno, saremo, perduti a se stessi in un modo di cui non sono nemmeno consapevoli. E qualcosa in più della letteratura, lo sappiamo, è in gioco.

Dobbiamo dunque trovare il modo di portarli, i lettori, nel bosco, uno per uno. I volti emergono dal buio solo uno alla volta.

Sta già accadendo, questo?

 

Del resto non abbandonarsi, resistere al bosco, significa assecondare lo svuotamento della letteratura. Il rischio è l’estinzione della prosa, lo svilimento dello scrittore, la mercificazione delle parole, la svendita della riflessività in cambio delle immagini accomodanti. Vogliamo davvero rinunciare alla forza delle parole? Renderle sempre, per forza, sostituibili da un’immagine, negare la loro forza? Scegliere di essere appagati è delimitare in prospettive di corto respiro quello che c’è al di là del giardino. Se decidiamo di paragonare a noi stessi soltanto qualcosa che ci assomiglia, allora rinunciamo alla “volontà di appagamento”, come scriveva  Novalis, riportato da Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso: «Io do poca importanza alle mie possibilità di essere appagato (vorrei anzi non averne). Ciò che invece, indistruttibile, continua a risplendere, è la volontà di appagamento. Attraverso questa volontà, io derivo: io formo dentro di me l’utopia di un soggetto sottratto alla rimozione: io sono già quel soggetto».

La comunità di lettori non può cedere all’approssimazione di un ricatto indegno, dove tra il sentire e il capire c’è in palio la giusta o sbagliata percezione di ciò che si sarebbe dovuto comprendere. La scommessa che facciamo con le parole non ha premi in palio, e in questo senso la letteratura non aggiunge, piuttosto lavora per sottrazione.


Il romanzo è una forma di potere? Lo è nella forma in cui il raccontato è pensabile. La ferita può essere così profonda da rendere inconcepibile l’idea di qualcosa, o qualcos’altro. A volte, dopo molti anni, la domanda “come è stato possibile che io non abbia neanche immaginato, tutto questo?” rende visibile l’esistenza della ferita, la cicatrice perfettamente nascosta nella pelle, indistinguibile, che addirittura sembra reagire al sole, come fosse pelle.

Nell’aperto, nel bosco fuori, questa pelle morta ricomincerà a far male? È possibile, non certo. Ogni corpo della comunità porta le stesse ferite invisibili e le proprie. La notte, con le finestre aperte, il selvaggio e il selvatico cominceranno ad insinuarsi, si tradurranno in richiamo. La porta è aperta, e, forse, riuscirai ad attraversarla.


Per riprendere le parole del Manifesto del terzo paesaggio di Gilles Clément, che Laura Pugno cita nei capitoli finali del suo libro, l’evoluzione del lettore sta nel ricercare i luoghi che sono assenti da ogni precondizione umana. Bisogna saper quindi distinguere tra il residuo, ovvero lo spazio che deriva dall’abbandono, e la riserva, quindi lo spazio che non è ancora stato sfruttato ma che è già territorio mappato. Malgrado le incertezze, i dubbi, le preoccupazioni, malgrado tutti i desideri appagati, è meglio chiudere la porta di casa alle spalle e seguire le parole nel bosco.


Selene Mattei


Commenta