Vladimir Nabokov | Maestro di scrittura, ma non del racconto breve

Dentro il racconto | La narrativa breve di un grande romanziere e poeta del Novecento

A Parigi, alla fine degli anni ‘30, Vladimir Nabokov si fece beffe di un critico ostile, Ales’ Adamovič, pubblicando una poesia con lo pseudonimo di Vasilij Šiškov. Adamovič lo proclamò un capolavoro, poi, quando la verità venne a galla, disse che Nabokov non era altro che «un parodista abbastanza abile da saper imitare il genio». Questo giudizio, citato con soddisfazione dall’autore in una nota a una raccolta del 1975, è divertente e preoccupante allo stesso tempo: i racconti di Nabokov sono costruiti con un linguaggio che spesso merita, a mio parere, di essere definito geniale. Tuttavia, i racconti di per sé sono giochi di specchi attraverso i quali Nabokov passa da uno stile all’altro con l’energia di un bambino irrequieto che si diverte a pescare freneticamente da un baule di travestimenti; l’impressione è che si tratti di esperimenti, certo interessanti, ma non sempre riusciti.
 

Nabokov forse sentiva poca affinità con il racconto breve, che definiva «una piccola forma alpina» del romanzo


Questo è in parte dovuto alla scrupolosità con cui il figlio di Nabokov, Dmitri, ha riordinato l’archivio paterno, riempiendo gli spazi vuoti tra le opere più famose con bagatelle scritte per imprecisate riviste émigré. Un’altra ragione è che Nabokov forse sentiva poca affinità con il racconto breve, che definiva «una piccola forma alpina» del romanzo. Affermazione che suona piuttosto strana detta da uno scrittore che ha raccolto quasi 800 pagine di racconti. Ma resta il fatto che Nabokov abbandonò questa forma letteraria nel 1951, anche prima che il successo di Lolita lo liberasse dalla necessità di scrivere per pagarsi l’affitto. Vi ritornò più tardi solo per (come disse lui) «inglesizzare» racconti mai tradotti, e per ritradurre quelli che riteneva mal resi. Durante gli anni tra le due guerre, che trascorse a Cambridge, Berlino e infine Parigi, la narrativa breve di Nabokov fu dominata da meditazioni sul dolore (suo padre fu ucciso a Berlino nel 1922), la perdita della patria e l’ascesa del totalitarismo. Esempi interessanti di queste tematiche sono Il ritorno di Čorb (1925), che prende in prestito dal mito di Orfeo; la borgesiana Una visita al museo (1939), e l’impasto fantastico-realista di Nuvola, lago, castello del 1936, che può essere visto come un’appendice al suo romanzo kafkiano, Invito a una decapitazione (1935).
 


Alcuni critici definiscono maldestro il tentativo di Nabokov di coniugare il realismo del XIX secolo con il modernismo. Ma anche se nessuno dei suoi racconti funzionasse (e così non è), varrebbe comunque la pena leggerli per le metafore e le similitudini. Ecco un elenco di alcune delle mie preferite, e la lista potrebbe essere molto più lunga: i fari di un’auto descritti come «zanne diritte color mandarino [...] immerse nel grigio acquoso dell’asfalto» (Un uomo occupato); «candelabri simili a ragni di ferro» (Dettagli di un tramonto); il «gaio colpo di pistola» emesso da un’asse del pavimento calpestata in una mattina gelata (Natale); un cespuglio di lamponi che profuma l’aria «dell’umore rosso scuro dei lamponi» (Nataša); il palato e l’ugola di una donna che assomigliano al «posteriore di un pollo lesso» (Il Leonardo);  «canne d’organo di enormi ghiaccioli» (Mademoiselle O); e bicchieri che crescono «come funghi all’ombra delle sedie» a una festa.

Quest’ultimo esempio è tratto da Le sorelle Vane, uno degli ultimi racconti che Nabokov scrisse prima di passare unicamente alla stesura di romanzi e poesia, e anche uno dei migliori. Come nei precedenti racconti Il ritorno di Čorb e Ultima Thule, prende in considerazione la possibile interazione tra l’aldilà e il mondo corporeo, spiegando giocosamente la sua posizione con un acrostico nel paragrafo finale. Anche Segni e simboli (1948) è metafisico, sebbene molto più cupo. Rappresenta l’apice del lavoro di Nabokov nel racconto breve, ed è per me uno dei grandi racconti del secolo scorso. Una coppia di anziani ebrei si reca in un ospedale psichiatrico a trovare il figlio, solo per essere mandata via perché il ragazzo ha tentato nuovamente di suicidarsi. Soffre di mania referenziale, una condizione per cui «immagina che tutto quanto gli accade intorno sia un riferimento velato alla sua personalità e alla sua esistenza. […] Le nuvole nel cielo che lo fissa si trasmettono l’un l’altra, con lente segnalazioni, notizie incredibilmente particolareggiate sul suo conto. I suoi pensieri più reconditi vengono discussi, al cadere della notte, con un alfabeto muto, da alberi che gesticolano oscuramente». Nel corso delle sei pagine del racconto ogni dettaglio è deprimente, e ogni paragrafo è affollato di presagi: un cesto di marmellate, un treno fermo, un uccello morente, una ragazza che piange, una chiave dimenticata, carte da gioco cadute. La donna pensa alle difficoltà che lei e il marito hanno affrontato. Sfogliare un album di fotografie genera ulteriori riflessioni sconsolate: «Zia Rosa, una vecchia signora pignola, spigolosa, dagli occhi stralunati, che era vissuta in un tremulo mondo di cattive notizie, bancarotte, incidenti ferroviari, escrescenze cancerose – fino a quando i tedeschi non l’avevano messa a morte, insieme a tutti quegli altri di cui si era data pensiero».
 

Il racconto sfida brillantemente il modo di presentare la «realtà» all’interno della finzione


Alla fine i genitori fanno una cena di mezzanotte e decidono di riportare il figlio a casa. Sono interrotti da due telefonate: numeri sbagliati. La storia finisce con il telefono che suona per la terza volta, lasciando al lettore il dubbio che la chiamata annunci l’inevitabile morte del figlio. Il racconto sfida brillantemente il modo di presentare la «realtà» all’interno della finzione, e traccia un parallelo tra la malattia mentale del figlio e l’idea del racconto come una macchina rigidamente calibrata in cui nulla è senza scopo o significato. Non c’è da meravigliarsi che Nabokov fosse più felice nelle più ampie e libere distese del romanzo.

 

Chris Power è un critico letterario e scrittore inglese, autore della raccolta di racconti Mothers (2018) e del romanzo A Lonely Man (2021). Dal 2007 tiene sul Guardian la rubrica monografica dal titolo A brief survey of the short story, di cui questo articolo pubblicato il 25/08/2010 fa parte A bief survey of the short story part 28: Vladimir Nabokov  | Traduzione di Serena Mannucci

Tutte le citazioni sono tratte dalla raccolta Una bellezza russa e altri racconti (Adelphi, 2008), traduzione di Franca Pece, Ugo Tessitore, Dmitri Nabokov, Anna Raffetto


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