Rompere le linee

Su The Human Voice di Pedro Almodóvar, cortometraggio con Tilda Swinton ispirato all’opera di Jean Cocteau

Venezia, settembre 2020. Pedro Almodóvar presenta alla 77a edizione della Mostra del Cinema il suo cortometraggio The Human Voice, libero adattamento della pièce di Jean Cocteau La voce umana, uscito finalmente in sala lo scorso 13 maggio. Girato a Madrid e montato subito dopo la fine del lockdown, è il primo film in lingua inglese del regista spagnolo, che aveva già citato esplicitamente l’opera di Cocteau ne La legge del desiderio (1987) e l’aveva pure utilizzata come spunto, sebbene con delle varianti comiche, nella sceneggiatura di Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988). Ma l’origine del rapporto con Cocteau e con l’opera risale a molti anni prima.

Parigi, febbraio 1930. Jean Cocteau presenta per la prima volta al comitato di lettura del teatro de la Comédie-Française il suo lungo monologo intitolato La Voix humaine, bussando alle porte della casa di Molière, la cui pomposa tradizione viene ormai derisa e bistrattata dagli irriverenti gruppi di artisti e intellettuali dell’avanguardia parigina. Eppure Cocteau, amante del classicismo e conservatore controcorrente, rimane fedele al desiderio che muove tutta la sua opera: rinnovare la tradizione “da dentro”, sovvertendo deliberatamente le sue forme. Non vi è ne La Voix humaine un intreccio in senso proprio, e l’insieme della pièce è di un classicismo dei più serrati: un atto, una camera, un personaggio, un amore dalle tinte tragiche vissuto come rassegnazione disperata di fronte alla sofferenza e alla solitudine che possono incombere solo con la fine di una relazione. L’autore afferma di aver concepito l’opera ispirandosi a un certo «disordine delle linee»: desidera portare sul palco il senso dell’abbandono, questo dolore universale rappresentato dallo sconforto di una donna che, con bugie e pretesti ingenui, cerca di rendere interminabile la conversazione con l’uomo che invece la vuole lasciare. Da questo disequilibrio dei ritmi, spietato e straziante, sopraggiungono silenzi, esitazioni e riprese, nonché tutte quelle frasi assurde che vengono in mente agli innamorati che vorrebbero dire l’essenziale, ma che invece l’angoscia dell’abbandono paralizza. Formalmente (o meglio, apparentemente) classica, La Voix humaine viene accolta dal comitato di lettura della Comédie-Française. La presenza in scena del telefono, inconfondibile richiamo alla contemporaneità, non sembra essere presa in considerazione.
 

In passato ci vedevamo. Potevamo perdere la testa, dimenticare le nostre promesse, rischiare l’impossibile, convincere quelli che amavamo abbracciandoli, attaccandoci a loro. Uno sguardo per cambiare tutto. Ma con questo apparecchio, ciò che è finito è finito.


Come indicato da Cocteau, il monologo de La Voix humaine non ha bisogno di tanti elementi per arrivare allo spettatore: al contrario, la sua potenza sta proprio nelle parole trattenute a cui non può certo dare piena espressione il telefono, apparecchio diabolico per cui ce qui est fini est fini («ciò che è finito è finito»). Per questo l’autore insiste sull’interpretazione dell’attrice protagonista, che deve dare «l’impressione di sanguinare, di perdere sangue, sofferente come una bestia che zoppica, per terminare l’atto in una camera piena di sangue». Amante abbandonata, il personaggio femminile de La Voix humaine pende dalle labbra dell’amato, interlocutore invisibile, le cui intenzioni sono nascoste dalle interferenze, dal vuoto e dal silenzio, all’altro capo del telefono, mentre spetta allo spettatore immaginare le sue repliche in questo gioco crudele e ancora così attuale. Senza dare troppo nell’occhio, Cocteau unisce e scombina quindi in un colpo solo tragedia, dramma e commedia sotto gli auspici di questo accessorio moderno e dei qui pro quo a cui può portare.

Da oltre trent’anni, Almodóvar maneggia questo testo di Cocteau, affascinato com’è dalla narrazione delle passioni e dai temi dell’abbandono e della solitudine. In The Human Voice, come c’era da aspettarsi, il regista non si limita ad un semplice adattamento-omaggio e, stando a quanto affermato da lui stesso in occasione della conferenza stampa al Lido, «digerisce» Cocteau e lo fa suo. Lo riprende per trasformarlo in un feroce «atto di vendetta», seguendo come direttive proprio la solitudine e il duello in amore. Interpretato da Tilda Swinton, il suo personaggio non è sottomesso come quello di Cocteau, ma è molto più sfaccettato, modulato con credibilità sul presente: in effetti, il regista trova anacronistica la donna che succube, inerme aspetta la telefonata del suo amato, e nasce proprio da qui l’interesse per una riscrittura di questo personaggio femminile – riscrittura a cui tra l’altro partecipa pure l’attrice britannica, apportando i suoi preziosi consigli da madrelingua inglese. Così, nella loro accoppiata originale e azzeccatissima, Almodóvar e Swinton si appropriano del classico francese e lo ritoccano per rinfrescarlo in chiave contemporanea (Cocteau docet). Per quanto libero e innovativo sia l’adattamento, però, non si può dire che Almodóvar e Swinton non rispettino le istruzioni di base date da Cocteau nella prefazione all’opera originale:
 

Ogni posa [dell’attrice, ndr] deve servire una determinata fase del monologo-dialogo (fase del cane – fase della bugia – fase dell’abbandono, ecc.). La nervosità non si mostra con l’impazienza, ma con questa serie di pose che devono intagliare il culmine dello sconforto.


Come una bambola rotta, nel suo sontuoso vestito rosso, o ancora nel suo sgargiante completo blu elettrico, il personaggio di The Human Voice mette in scena queste diverse pose nei confronti del suo ex amante al telefono, risultando sempre imprevedibile: si finge distaccata, mente, soffre, si innervosisce, si dispera, si contraddice, giustifica sé stessa e quello che prova, torna sui suoi passi per poi perdere il controllo, tanto da portare lo spettatore a interrogarsi sulla sua stabilità psicologica e sull’effettiva esistenza del suo interlocutore. La voce umana, l’unica voce che si può udire nel corso dei trenta minuti del film, è difatti la sua; l’altra voce, quella all’altro capo del telefono, potrebbe essere inesistente, nonostante la sua assenza sappia rivelarsi opprimente.

Almodóvar segue passo dopo passo la protagonista nella sua delirante telefonata, in cui l’esasperazione dei sentimenti la fa da padrona: respirazione affannosa, sguardo intenso, ciuffo tremolante sulla fronte, Tilda Swinton incarna alla perfezione il contrasto delle emozioni che tormenta la fine della relazione amorosa, accompagnata dalla musica tesa e coinvolgente di Alberto Iglesias. Nell’attesa della telefonata da parte dell’ex amante, a cui ha già preparato le valigie, la vediamo uscire di casa solo una volta per comprare un’accetta e una latta di benzina, agguerrita come una nuova Black Mamba – e infatti non manca il riferimento a Tarantino, quando la protagonista prende tra le mani proprio il dvd di Kill Bill. Come se stessimo assistendo ad un omicidio premeditato, la vediamo picchiare con l’ascia il completo nero del suo amato, sul quale poi appoggia teneramente la mano e si addormenta distrutta dopo aver ingerito una manciata di pillole («tredici», come confesserà al telefono). Sconvolta dalla paura dell’abbandono e da una morbosa attrazione per la vertigine, la protagonista di The Human Voice rievoca al telefono la felicità incondizionata del passato e si attacca disperatamente all’illusione che l’amante possa tornare, mentre la sola compagnia di cui può godere è quella del cane, Dash, anch’esso anima in pena poiché abbandonato dal padrone. Dichiara Almodóvar:
 

The Human Voice è una lezione morale sul desiderio, anche se la protagonista si trova proprio sull’orlo dell’abisso. Il rischio è una parte fondamentale dell’avventura di vivere e di amare. Il dolore è molto presente nel monologo; […] il film descrive lo smarrimento e l’angoscia di due esseri viventi tormentati per la mancanza del loro padrone.


La sensazione di illusione e di smarrimento si percepisce soprattutto quando il personaggio di Tilda Swinton passa da una stanza all’altra dell’appartamento, che piano piano si apre su uno studio cinematografico vuoto (il luogo dove metterà in atto la sua vendetta nella scena finale del film). Stando sempre alle parole di Almodóvar, lo scopo in The Human Voice è proprio quello di mostrare che i personaggi del cinema vivono in un mondo finto, ma per farlo era inevitabile partire da un ambiente più realistico e allargarsi sulla messa in scena solo in un secondo momento. In questo modo si perdono nel cortometraggio i confini tra amore e odio, razionalità e follia, realtà e finzione, teatro e cinema, componenti fuse nell’atmosfera tanto sofisticata quanto flamboyante che ospita l’universo del monologo di Cocteau: l’arte della mise en abyme si fa così per Almodóvar vero e proprio strumento di creazione, e non un semplice esercizio stilistico per il suo adattamento cinematografico. Se da una parte il regista premio Oscar si cimenta per la prima volta con l’inglese e con il cortometraggio, dall’altra parte non rinuncia al suo classico linguaggio e alla sua estetica, che anzi sublima: The Human Voice è un film barocco, come lo definisce lo stesso Almodóvar, è esagerato e scomposto, ma è proprio questo disordine delle linee che lo rende irresistibile.

 

Traduzione degli estratti dall’opera di Jean Cocteau a cura dell’autrice


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