L’adattamento italiano di Martin Eden è un’epopea onirica e romantica

La versione cinematografica del romanzo di Jack London firmata da Pietro Marcello vista con occhi statunitensi

Verso la fine del Martin Eden di Pietro Marcello, adattamento del 2019 dell’omonimo romanzo di Jack London del 1909 – nelle sale statunitensi a ottobre 2020 –, un esausto Luca Marinelli, che interpreta Eden, dichiara di fronte a un pubblico disorientato: «Lo scrittore Martin Eden non esiste. È un frutto delle vostre menti. Quello che avete davanti è un malandrino, un marinaio. Io non sono un mito. È inutile che ci provate, a me non mi fregate. A me non mi fregherete mai!».
Un finale inaspettato. La storia semi-autobiografica di London in origine tracciava la breve vita di un marinaio pressoché analfabeta che da Oakland, in California, abbandona il proprio lavoro da operaio per diventare un erudito, uno scrittore. Apparentemente, la decisione di Eden deriva dall’attrazione per la bella Ruth Morse, che appartiene a una famiglia borghese. Se vuole sposarla, come i due giovani evidentemente desiderano, Eden deve prima conseguire un’istruzione adeguata. London era sulla trentina quando scrisse Martin Eden, e alle spalle aveva già i romanzi Il richiamo della foresta, Il lupo di mare e Zanna bianca (tra l’altro Zanna Bianca è stato il primo romanzo che ho letto di Jack London, e il primo che ho adorato). Malato, ambizioso ed esasperato dagli obblighi mondani della fama, London partì alla volta del Pacifico su una barca da lui stesso costruita, e scrisse il romanzo durante il durissimo viaggio in mare.
 


Jack London con la seconda moglie Charmian che batte a macchina un suo scritto su una Remington Standard No.7, fotografia di Emily Hamilton scattata poco prima del viaggio nel Pacifico, 1907 (Collezione Sarah e Darius Anderson)



Inizialmente non sapevo cosa aspettarmi dal film di Marcello: nonostante le buone intenzioni, avrebbe potuto rivelarsi un adattamento kitsch. Confesso che temevo di trovarmi di fronte alla solita rappresentazione un po’ ruffiana della cultura americana. La mia diffidenza non ha nulla a che fare con la regia, ma in generale ho delle riserve nei confronti degli adattamenti cinematografici dei romanzi, in particolare quando ne sradicano la vicenda originale per inserirla in ambientazioni diverse. In realtà la trasposizione di Marcello del testo di London è resa valida ed efficace dalla sua ambientazione italiana, in cui Eden diventa un marinaio napoletano che poi si reinventa come operaio in una fonderia (questo, almeno, prima di raggiungere il successo).
 

La trasposizione di Marcello del testo di London è resa valida ed efficace dalla sua ambientazione italiana, in cui Eden diventa un marinaio napoletano che poi si reinventa come operaio in una fonderia


Il film, proprio come un classico del cinema neorealista, è pieno di episodi surreali che si intersecano con la trama, che potrebbero costituire una storyline a sé stante: flashback di Eden ragazzo che scrive il suo nome o che balla con la sorella maggiore, navi che affondano, treni che sfrecciano nelle campagne italiane. Martin Eden non avrebbe avuto successo senza un grande protagonista, e Luca Marinelli, con i suoi grandi occhi blu (apparso di recente anche nel film interpretato da Charlize Theron, The Old Guard), svolge benissimo questo ruolo, trasformando un buon film in un’opera straordinaria. Nell’arco di più di due ore, Marinelli trasforma il personaggio da sognatore esuberante, emotivo e in qualche modo ancora represso, in uomo non molto più vecchio, ma così profondamente disilluso e malato che sembra vivere su una linea temporale accelerata, invecchiando a vista d’occhio. Il personaggio di Ruth diventa Elena nella versione di Marcello, interpretata da una sobria Jessica Cressy.
 



A proposito del romanzo di London, il critico letterario Sam Baskett ha osservato che «da un certo punto di vista, Martin Eden, scritto in un momento di crisi della vita dell’autore, è una confessione non del tutto consapevole di una serie di fallimenti personali, incluso il tentativo di diventare lo scrittore iconoclasta ma al tempo stesso indulgente che avrebbe voluto essere». Uno dei titoli che London aveva originariamente concepito per il libro, Success, è un riferimento ironico all’eccesso di materialismo che affliggeva l’autore in quel momento. Anche se non si è mai vergognato delle sue origini, Eden rifiuta la vita noiosa del lavoratore sottopagato e sposa l’erudizione come una nuova, emozionante avventura. Attraverso l’instancabile lettura di Herbert Spencer, Charles Baudelaire e altri, diventa per molti versi più vicino alla realtà che non Elena e la sua insopportabile famiglia, che sembrano non saper cosa fare della loro ricchezza.
 

Una vita di costante delusione e priva di ideali conduce Martin Eden alla sequenza finale del film, ambigua e penosa, come la conclusione controversa del romanzo


Nei panni di Elena, Cressy è bravissima a indignarsi per le condizioni che il mondo impone al di fuori della sua tenuta, opportunamente recintata. Quando Eden viene ingiustamente definito socialista in un articolo di cronaca – è, invece, un feticista dell’individualismo che considera i socialisti come portatori di un’ideologia pericolosa – Elena lo lascia. Lei, come la sorella del protagonista, non si è mai interessata troppo dei suoi cupi scritti su povertà e disuguaglianza. A suo avviso, questo genere non vendeva, perché non portava gioia nella vita delle persone. Dopo una serie di fallimenti e di manoscritti rifiutati, tuttavia, i testi altisonanti di Eden attirano l’attenzione di un editore. Con il raggiungimento di una sempre maggiore visibilità, l’editore senza scrupoli riesce a trasformare le qualità che rendono la retorica di Eden così persuasiva e unica in un marchio. Quando è oramai chiaramente malato e sofferente, l’editore lo forza a compiere un tour pubblicitario negli Stati Uniti. Eden partecipa a un solo evento, dove pronuncia le parole che hanno aperto questa recensione.
A questo punto Elena si fa viva, implorandolo di sposarla. «Ho tradito il tuo amore, ma ora voglio viverlo», gli dice. Eppure, quando Eden impreca, Elena lo esorta a moderare il linguaggio, suscitando nel protagonista una risata ironica: «te la prendi ancora per le parolacce, come ai vecchi tempi», inveisce. E pensare quanto aveva voluto compiacere Elena e la sua famiglia – «come un cane al tuo fianco!». Una vita di costante delusione e priva di ideali conduce Eden alla sequenza finale del film, ambigua e penosa, come la conclusione controversa del romanzo.


Martin Eden sarebbe stato un film interessante in qualsiasi momento storico, ma si rivela particolarmente significativo nella società di oggi, in cui ci troviamo spesso a rivalutare e discutere il rapporto tra lavoro e piacere. Infatti, il film parla del ruolo dello scrittore e si chiede se la vita intellettuale possa rappresentare un valore in sé, sfuggendo al desiderio di profitto. Ma l’opera di Marcello si fa ancora più interessante quando ci spinge a chiederci perché orpelli e convenzioni siano così importanti nell’esistenza di ognuno. Quando la guerra incombe, quando la morte si avvicina, quando l’amore si rivela volubile, per che cosa la penna (o la macchina da scrivere) può battersi?


 

Aaron Robertson è giornalista culturale e editor di Literary Hub. Nel 2019 ha tradotto Oltre Babilonia di Igiaba Sciego, pubblicato da Two Lines Press nel 2019 con prefazione di Jumpha Lahiri. Questo articolo è stato pubblicato su Literary Hub il 16/10/2020  The Italian adaptation of Jack London’s Martin Eden is a dreamlike, Romantic epic
Traduzione di Laura Pellegrini


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