Enough!

Le molestie di un padre e il perché la violenza è una questione di potere, dalle pagine del Summerset Review

Quando avevo circa sedici anni, mio padre, con la sua faccia da profeta irato dell’Antico Testamento, si chinò su di me e sentenziò: «Tutti gli uomini sono lupi». Alla fine venne fuori che il lupo era lui. Dapprima cercò di sedurmi: lasciava intravedere i suoi genitali quando io e mio fratello andavamo a dargli la buonanotte, fissava lascivamente il mio seno mentre scendevo le scale in bikini. Poi, l’epilogo: era un sabato d’estate ed eravamo da soli in casa, mi tirò a sé e mi mise sulle sue ginocchia, appoggiò le dita sul cavallo dei miei pantaloni a fiori e iniziò a strofinare. Riesco quasi a ricordare il profumo del suo dopobarba, a sentire il suo respiro accelerato nel mio orecchio, a percepire la pressione fastidiosa contro la mia clitoride. In qualche modo riuscii a liberarmi prima che andasse oltre. Papà non ha mai ammesso ciò che ha fatto, non si è mai scusato. Fisicamente, ero illesa. Ma la cicatrice emotiva che mi ha lasciato è rimasta lì a infettarsi, come una ferita non curata.
 

Non ho parlato. Chi mi avrebbe creduto? Dopotutto, mio padre era un diacono, un onesto padre di famiglia, un eroe della seconda guerra mondiale


Come molte altre giovani donne, non potevo parlare di quello che era successo. Ho nascosto il ricordo in un antro della mia mente. L’ho rimosso. O almeno così pensavo. Invece, il male che avevo subito è stato il motore di molte mie azioni: ho fatto sesso occasionale senza provare alcun piacere, con uomini di cui conoscevo a malapena il nome e che il giorno dopo non ricordavo più. Probabilmente era un insieme di molte cose che mi spingeva ad agire in quel modo: ripicca, ribellione, mancanza di autostima, reazione al tradimento, la convinzione che il sesso dovesse essere piacevole e che, se l’avessi fatto con abbastanza uomini, alla fine ne avrei trovato uno che mi avrebbe soddisfatto. 
Non ho parlato. Chi mi avrebbe creduto? Dopotutto, mio padre era un diacono, un onesto padre di famiglia, un eroe della seconda guerra mondiale. Non potevo dirlo a nessuno. Papà lo avrebbe negato. I miei genitori mi avevano già etichettato come “piantagrane”. Forse la colpa era mia. Meglio insabbiare ogni ricordo di quel sabato.
 

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Solo più tardi, da adulta, ho capito che avevo la possibilità di reagire quando gli uomini mi toccavano il sedere, mi chiedevano di salire sul sedile posteriore della loro auto o sostenevano che era mio dovere svuotargli le palle. Avrei potuto rifiutare, vomitare la mia rabbia contro un aggressore. Quando lavoravo come cameriera, mi è stato chiesto di strizzarmi in abiti succinti, fatti apposta per esaltare le fantasie di uomini arrapati. Forse i nostri costumi da gattine sexy davano l’impressione che fossimo disponibili, che fosse permesso toccarci, palpeggiarci e altro ancora.
Quando lavoravo nel cocktail bar di un hotel, i clienti a volte facevano scivolare la chiave della loro stanza sul mio vassoio, nel caso in cui avessi avuto voglia di salire di corsa al piano di sopra alle due del mattino a fargli un pompino. Una volta, un gruppo di universitari iniziò a lanciarmi addosso i cubetti di ghiaccio dei loro drink, mirando alla mia scollatura. Poco prima uno di loro aveva “accidentalmente” lasciato che la sua mano mi sfiorasse la parte superiore della gamba mentre mi chinavo per appoggiare il suo drink sul tavolo. La scarica di cubetti fece esplodere la mia rabbia. Senza pensarci, agguantai un boccale di birra dal mio vassoio e un arco giallo urina atterrò sul loro tavolo. Tirai dei bicchieri da cocktail contro quegli schifosi, li offesi pesantemente e li buttai fuori dal bar, urlando oscenità con tutto il fiato che avevo in gola. Gli ospiti dell’hotel seguirono sbalorditi lo spettacolo.
 

È successo perché ero sua subordinata, profondamente consapevole dello squilibrio di potere?


Allora perché non sono stata in grado di scatenare quella rabbia quando una guardia carceraria di grado superiore al mio mi ha rivolto dei commenti offensivi nel carcere di San Quentin, dove lavoravo? È successo perché ero sua subordinata, profondamente consapevole dello squilibrio di potere? Più probabilmente è stato perché il nostro capo, il sergente che era a due metri di distanza, ha sentito tutto e non ha detto nulla. Se ne stava lì a masticare e sfumacchiare il suo sigaro da venticinque centesimi. La guardia un po’ viscida, che avevo segretamente ribattezzato “il dirigibile” a causa della sua grottesca obesità, una volta disse: «Ehi, tu come li conti i detenuti, ti tiri giù i pantaloni e ti metti a novanta?». Si mise a mimare la mossa, dandosi una pacca sul sedere enorme. Il sergente, che era nelle vicinanze, si finse occupato con il cambio delle lenzuola nelle celle. A quell’epoca i programmi di formazione sulle molestie sessuali non esistevano, e non c’era neanche modo di segnalare abusi. Le alternative erano ingoiare il rospo o gettare la spugna. Il Dipartimento Penitenziario ha dovuto perdere una causa da alcuni milioni di dollari prima di introdurre un corso di formazione sulla prevenzione delle molestie e assegnare al personale il compito di gestire le denunce.


Lo squilibrio di potere carcerario diventa violenza in una sequenza di Orange Is the New Black



Ma i corsi di formazione e una nuova linea politica non hanno impedito a qualche collega di fare lo stronzo. Un paio d’anni dopo ero chinata sul cofano di un camion della manutenzione carceraria, controllavo il vano motore in cerca di droga o di armi. Mentre le mie natiche in uniforme erano sospese in aria, qualcuno arrivò alle mie spalle, mi prese per i fianchi e spinse il cazzo contro il mio sedere. Troppo spaventata per sferrare un pugno sull’inguine del mio aggressore, gridai e mi voltai. Era un poliziotto, un uomo che avevo scambiato per un tipo simpatico e rispettabile.
«Hagan, ma che cavolo stai facendo?», balbettai mentre mi toglieva le mani di dosso.
Un sorriso furbesco gli sollevò gli angoli della bocca, «Scusa, non ho potuto resistere». Gli occhi di Hagan scintillavano.
Mi sentii sporca, sudicia, violata. Anche impotente
, incapace di esprimere la profondità della mia rabbia, dopo anni di molestie accumulate e di palpeggiamenti indesiderati.
Ero arrabbiata più con me stessa che con l’agente Hagan, per avergli permesso di trattarmi come il suo giocattolino sessuale. Finii per lamentarmi di questa storia con la mia psicologa la settimana successiva, e lei mi esortò ad affrontarlo. Qualche giorno dopo lo feci, ma rimasi delusa, non si scusò davvero. E così repressi la mia rabbia come una bambina timorosa. Non riuscivo a spiegare la mia reticenza, avevo forse paura di dare sfogo alla mia furia?
 

La sua faccia diventò paonazza, fece retromarcia verso la porta mentre gli altri clienti alzavano lo sguardo. «Mi dispiace», disse, «Pensavo ti piacesse».


Cosa fa credere agli uomini che sia giusto fare stronzate del genere? Pensano che sia un complimento, un modo per confermare la desiderabilità di una donna? Ricordo ancora un tipo con le guance rosse e i capelli color carota che entrò in un bar dove lavoravo e mi pizzicò il culo prima ancora di aver ordinato da bere. Non era la sua prima volta. Ma sarebbe stata la sua ultima. Gridando a squarciagola, gli dissi: «Tieni le tue luride mani lontane da me, schifoso. Che problemi hai, non riesci a trovarti una donna e quindi vieni qui a toccarmi il culo…». La sua faccia diventò paonazza, fece retromarcia verso la porta mentre gli altri clienti alzavano lo sguardo dai loro Bloody Mary e Irish coffee.
«Mi dispiace», disse, «Pensavo ti piacesse».
«Che mi piacesse?», urlai, «Non mi piace essere aggredita».
Il palpeggiatore non tornò mai più.

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A volte insultare e far notare un comportamento inaccettabile ha dato i suoi frutti. Durante i miei anni a San Quentin, mettevo spesso in imbarazzo diversi masturbatori seriali: alcuni detenuti aspettavano che passassi davanti alle loro celle per mettersi in piedi di fronte alle sbarre e farsi una sega. Usando il mio tono di voce più minaccioso, dicevo: «Ehi, per godermi lo spettacolo ho bisogno di una lente d’ingrandimento!». Gli altri prigionieri a quel punto fischiavano e urlavano contro il colpevole: «Fanculo, smettila con queste stronzate, pezzo di merda». Quasi tutti la smettevano.

Alcune molestie si verificano in ambienti domestici, senza testimoni, il che rende più difficile incastrare i colpevoli. La vittima sarà creduta? Ci sono volute donne coraggiose che, per denunciare pubblicamente i loro maltrattatori e molestatori, si sono prese il rischio di essere insultate online, denigrate, umiliate pubblicamente e minacciate di finire in tribunale per diffamazione. La gente parla solo quando si sente al sicuro o quando non ne può più di ingoiare merda. Eppure, molti uomini accusati di molestie continuano a negare la loro colpevolezza, a denigrare e a intimidire le loro vittime.
Alcune celebrità hanno ammesso ciò che hanno fatto e si sono presi le loro responsabilità per il dolore che hanno causato. Tuttavia, tendono a stemperare la loro colpevolezza accampando scuse per le loro azioni. Ecco un tipico esempio di dichiarazione fatta da una celebrità: «Non ho mai mostrato il cazzo a una donna senza prima chiederle il permesso». L’uomo ha abusato del suo potere, facendo pressione sulle sue vittime perché lo guardassero masturbarsi. Spesso le molestie sessuali, e persino le aggressioni, riguardano più il potere che la lussuria.

Ripenso a quel sabato di tanti anni fa, quando mio padre mi mise le mani addosso. Lui era in una posizione di netta superiorità, pagava il mutuo, mi pagava i vestiti e mi permetteva di guidare l’auto di famiglia di tanto in tanto. Aveva messo in chiaro che era lui ad avere il potere quando una volta mi disse: «Finché pagherò le bollette, dovrai fare quello che dico io».
Tutto sommato credo di aver perdonato mio padre, morto da quasi vent’anni. Non abbiamo mai parlato di quello che è successo. Non ha senso serbare il rancore accumulato negli anni della mia adolescenza, e non ho più motivo di svilirmi facendo sesso occasionale con estranei. La mia ammirazione va alle donne che hanno trovato il coraggio di parlare, a volte anni o addirittura decenni dopo gli abusi. Non è mai troppo tardi per rivendicare il proprio valore.

 

Christine Holmstrom è un’autrice ed ex guardia carceraria statunitense. Ha scritto per The MacGuffin, Rougarou, Streetlight Magazine. Questo articolo è stato pubblicato su The Summerset Review | Estate 2018 ► Enough!  | Traduzione di Serena Mannucci


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