Breve guida ai film premiati ai David di Donatello 2020

Il traditore, Pinocchio e Il primo re i film più premiati e i David consegnati in videochiamata

In un momento di grande difficoltà per il cinema italiano, che a differenza di come è stato erroneamente scritto sarà tra gli ultimi settori a ripartire dopo il lockdown per il Covid-19, si è svolta la cerimonia ufficiale per la premiazione dei David di Donatello 2020. Tantissime le parole in supporto dei lavoratori dello spettacolo, ma una grande ipocrisia da parte dell’Accademia e della Rai, che racconta queste difficoltà ma poi, nella diretta, non si collega con nessun vincitore dei reparti tecnico-artistici; autori della fotografia, scenografi, costumisti, parrucchieri, truccatori, effettisti sono tutti snobbati a nome di collegamenti con i soliti nomi e volti noti, come se il cinema fosse solo dei registi e degli attori (e al massimo dei produttori). Tra i premi minori Inverno di Giulio Mastromauro vince il miglior cortometraggio, Il primo natale di Ficarra e Picone il David dello spettatore (con più di due milioni di spettatori portati in sala) e Mio fratello rincorre i dinosauri di Stefano Cipriani il David Giovani, mentre Parasite vince il premio al miglior film straniero (ovviamente). E se le musiche vanno all’orchestra di Piazza Vittorio per Il flauto magico di Piazza Vittorio di Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu, a trionfare sono Il primo re di Matteo Rovere (miglior fotografia per Daniele Ciprì, miglior suono, miglior produttore), il Pinocchio di Matteo Garrone, che conquista tutti i premi di messinscena (scenografia di Dimitri Capuani, costumi di Massimo Cantini Parrini, trucco di Mark Coulier, acconciature di Francesco Pegoretti, oltre che il discutibile premio per i migliori effetti visivi), e soprattutto Il traditore di Marco Bellocchio, miglior regista e miglior film del 2019. Ecco la nostra guida critica ai film più premiati.

Bangla ★★
David di Donatello: Miglior regista esordiente
Regia: Phaim Bhuiyan
Cast: Phaim Bhuiyan, Carlotta Antonelli, Pietro Sermonti
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=gbL6d_aMnAM
Phaim è un ragazzo bengalese che vive a Torpignattara. La sua vita è scandita tra tempo in famiglia, con la sorella che non sopporta e la madre tradizionalista che sogna di trasferirsi a Londra, il lavoro in un museo e la band di amici in cui suona musica bengalese. I problemi arrivano quando Phaim, musulmano praticante, si invaghisce ricambiato di una ragazza italiana. Pur con qualche spunto interessante, Bangla si spinge poco oltre i confini della commediola romantica, con una piattezza registica e una banalità narrativa da film televisivo – lui incontra lei, si innamorano, si separano, lui torna correndo da lei (letteralmente, come nei peggiori film di Muccino). Il mondo delle seconde generazioni di immigrati, quasi mai affrontato dal cinema italiano, è un punto di partenza stimolante, i temi però vengono a malapena accennati e trattati con leggerezza e superficialità inaspettate, soprattutto considerando che questo universo viene messo in scena proprio da chi questa realtà la vive sulla propria pelle. Il vero punto di forza del film sarebbe lo sguardo smaliziato e l’ironia di Phaim Bhuiyan – autore, regista e protagonista – che funziona in scrittura, ma non nella sua interpretazione scarica e monocorde.

5 è il numero perfetto ★★★
David di Donatello: Miglior attrice non protagonista
Regista: Igort
Cast: Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso, Iaia Forte
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=kMa8CXTn2TA
Peppino Lo Cicero è un vecchio sicario della camorra in pensione che vive spensierato in compagnia del figlio Nino, anche lui affiliato alla mafia napoletana. La situazione precipita quando durante un agguato Nino viene ucciso, un avvenimento che porta l’anziano padre a cercare vendetta. L’opera prima di Igort, trasposizione cinematografica del suo omonimo graphic novel, mantiene una struttura molto simile al modello comic, soprattutto durante le sequenze notturne, in cui il montaggio sembra scandire l’azione come strips di un fumetto limitando al minimo il movimento degli attori in scena e affidando il ritmo narrativo al raccordo. Il film è ambientato tra gli edifici e le strade di Napoli, e la città è perfetta per ricreare quelle atmosfere care al cinema noir nelle quali il personaggio interpretato da Toni Servillo si muove alla perfezione, affiancato da Carlo Buccirosso nei panni di Totò o’ Macellaio e Valeria Golino nel ruolo di Rita, l’immancabile femme fatale. Senza mai eccedere in virtuosismi registici, l’opera di Igort strizza l’occhio al noir americano, tenendo bene a mente Sin City (2005) – co-diretto da Robert Rodriguez insieme a Frank Miller, autore del fumetto – e rendendo la città partenopea, con i suoi difetti e le sue bellezze, lo sfondo in cui prende vita una classica storia di vendetta.

La dea fortuna ★★
David di Donatello: Miglior attrice protagonista, Miglior canzone originale
Regia: Ferzan Ozpetek
Cast: Stefano Accorsi, Edoardo Leo, Jasmine Trinca
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=-SxLWA2rJ0E
Arturo e Alessandro, lui traduttore lui idraulico, vivono a Roma in un condominio circondati da amici, in un cerchio di affetti e amicizie allargate. Il ritorno di Annamaria, vecchia fiamma di Alessandro e affetto condiviso con Arturo, che arriva in città per delle analisi alla testa e affida loro i due figli piccoli, mette ulteriormente alla prova il rapporto già in crisi tra i due uomini. Con grande eleganza visiva, Ozpetek fa un passo in più nella rappresentazione di un mondo in cui l’affetto e l’amore non hanno limiti o barriere di genere, ma nonostante la capacità di creare le malinconiche atmosfere che caratterizzano il suo cinema, in La dea fortuna le grandi pecche sono in scrittura. La solidità della prima parte mal si lega con la seconda, in cui i due protagonisti portano i bambini nella villa della nonna e scoprono verità oscure del passato di Annamaria, e la stessa storia della dea fortuna, che dà il titolo al film, sembra poco più che un espediente emotivo. Osservare un cinema che rappresenta la fluidità di generi e affetti è ogni volta rinfrescante, ma resta grottesco il modo in cui Ozpetek vede il mondo del lavoro, in cui tutti hanno un’occupazione ma non sono mai occupati, ci sono idraulici che lavorano in camicia e con borse degli attrezzi di cuoio colorato, wedding planner che gestiscono pasticcerie, donne dietro al banco del ferramenta con abiti eleganti e collane dorate.

Martin Eden ★★★½
David di Donatello: Miglior sceneggiatura non originale
Regia: Pietro Marcello
Cast: Luca Marinelli, Jessica Cressy, Carlo Cecchi, Marco Leonardi
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=uXGFGTf6sfg
Il giovane marinaio Martin Eden, proletario individualista, vuole elevarsi intellettualmente per conquistare la ricca borghese Elena Orsini. Compiendo studi da autodidatta il marinaio si appassiona alla letteratura e alla poesia tanto da convincersi di poter diventare uno scrittore. Luca Marinelli si cala perfettamente nella parte del protagonista dimostrando ancora una volta la sua poliedricità attoriale, in pochi anni capace di passare dal folle antagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot al partigiano di Una questione privata, dal borgataro di Non essere cattivo all’omosessuale introverso de Il padre d’Italia, fino al Martin Eden che gli è valso la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Venezia. Tratto dal libro di Jack London, Martin Eden non si regge però esclusivamente sulla interpretazione di Marinelli, ma su tutta la poetica di Pietro Marcello che, partendo dal libro, riesce raccontare un’epoca, l’inizio del Novecento, e a spingersi oltre. Affidandosi al found footage, ormai marchio stilistico del regista, riesce a fondere insieme il racconto di finzione e i suoi protagonisti con il racconto documentaristico e i tanti filmati d’archivio, dando forma a un’opera ibrida originale e potente.

Pinocchio ★★★
David di Donatello: Miglior scenografia, Miglior costumista, Miglior acconciatore, Miglior truccatore, Migliori effetti visivi vfx
Regia: Matteo Garrone
Cast: Federico Ielapi, Roberto Benigni, Gigi Proietti, Rocco Papaleo, Massimo Ceccherini
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=gmwwrfzFDNs
Dopo solo un anno di silenzio da Dogman – mattatore assoluto della scorsa edizione dei David con ben nove statuette portate a casa, tra cui quelle al miglior film e alla miglior regia – Matteo Garrone firma il suo decimo film, realizzando il sogno di sempre: un personale adattamento cinematografico della favola italiana più amata al mondo, Pinocchio.
Col rigore fiabesco che da sempre caratterizza il suo cinema e con un’estetica dichiaratamente ispirata alla semplicità dei macchiaioli, il regista torna a utilizzare la dimensione fantasy – già esplorata ne Il racconto dei racconti, tratto dal testo di Gianbattista Basile – come filtro magico attraverso cui indagare la realtà. Il Pinocchio di Collodi rivive così in un film che ne ripercorre con estrema fedeltà il grande cammino di redenzione e iniziazione alla vita, dentro a un mondo popolato di animali che incarnano le allegorie della società. Pinocchio è una sorta di anti-eroe, debole nei confronti delle tentazioni; rifugge dall’ordine e insegue i piaceri, ricadendo nei consueti scivoloni attraverso i quali i bambini capiscono a poco a poco le giuste scelte da compiere. Allo stesso tempo, però, parla anche agli adulti di qualsiasi epoca, immergendoli in una storia senza tempo che per stessa ammissione di Garrone può rivolgersi anche ai vizi e alle virtù degli italiani. Ma al centro del suo racconto vi è anzitutto la grande storia d’amore di un padre – interpretato da uno straordinario Roberto Benigni che ha saputo restituire in pieno l’umanità straziante della figura paterna – e il figlio: un burattino di legno a cui è stata donata un’anima e degli occhi che guardano al mondo con la purezza incantata di un bimbo appena concepito.

Il primo re ★★★
David di Donatello: Miglior fotografia, Miglior suono, Miglior produttore
Regia: Matteo Rovere
Cast: Alessio Lapice, Alessandro Borghi, Tania Garribba
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=boaHGOqWjTA
Una violenta esondazione del Tevere costringe Romolo e Remo a cominciare il loro viaggio verso la fondazione di Roma. Schiavizzati da una popolazione avversaria, vengono costretti a combattere l’uno contro l’altro. Si liberano e fuggono con altri uomini fino a prendere possesso di un villaggio di cui Remo si proclama Re. Qui gli verrà rivelata la profezia secondo la quale uno di due fratelli fonderà un grande impero sulla morte dell’altro. Inizialmente, Remo si rifiuta di uccidere il fratello e si concentra sull’instaurare una cruenta reggenza sui suoi schiavi, ma Romolo si ribella rendendo chiaro che sarà lui a far avverare la profezia. Il primo re è uno sforzo produttivo da otto milioni di euro, una cifra piuttosto elevata per la media delle produzioni italiane, a cui si aggiunge una lunga fase di preparazione attoriale e di ricerca della veridicità storica dei fatti narrati, con lunghi mesi di studio sul combattimento all’arma bianca affrontati dai protagonisti e altrettante ore di esercizio per imparare la lingua di scena – il film è interamente recitato in protolatino. La regia di Rovere accompagna questo sforzo titanico senza infamia e senza lode, mentre molto più d’impatto è la fotografia di Daniele Ciprì, cui si devono delle atmosfere fedeli al racconto ricreate sfruttando al massimo possibile l’illuminazione naturale. Il primo re si presenta così come un’epopea narrativa classica e un azzardo produttivo che riporta sullo schermo il peplum, con un tocco di realismo in più che aggiunge al genere una freschezza innovativa e originale.

Il traditore ★★★
David di Donatello: Miglior film, Miglior regia, Miglior montaggio
Regia: Marco Bellocchio
Cast: Pierfrancesco Favino, Fabrizio Ferracane, Luigi Lo Cascio, Maria Amato
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=7nvYMRpKzak
Tommaso Buscetta è un onorato uomo d’affari affiliato alla mafia palermitana che subodorando l’arrivo di una faida tra clan rivali decide di emigrare in America Latina, territorio con cui intratteneva già rapporti commerciali. L’unico rimpianto saranno i suoi due figli che lascia a morire in Sicilia, una sorte cui rischia di andare in contro anche lui, se il governo brasiliano non lo arrestasse prima. In carcere subisce torture e violenze fino a quando non riceve l’estradizione e in Italia, sotto l’egida di Giovanni Falcone, diventa il primo collaboratore di giustizia della storia aprendo la stagione dei grandi processi che si protrarrà fino alla morte dei due famosi magistrati anti mafia. Buscetta farà poi ritorno in America, continuando la sua vita tra il rimpianto di aver tradito il codice mafioso e la consapevolezza che i mafiosi di oggi quel codice non lo hanno mai rispettato. Il traditore è un film frammentario, così com’è frammentata la coscienza di Tommaso Buscetta, indagata e scandagliata dalla performance formidabile di Favino e dalla regia di Bellocchio, che marca a uomo il suo protagonista. Il montaggio risente forse di quest’eccessivo taglia e cuci tra luoghi, ambienti e personaggi, ma il film non esce mai dal solco di una narrazione limpida e d’impatto che ricostruisce l’uomo e le vicende che hanno cambiato la storia della mafia italiana, e forse dell’Italia stessa.

Selfie ★★★½
David di Donatello: Miglior documentario
Regia: Agostino Ferrente
Cast: Pietro Orlando, Alessandro Antonelli
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=s_7UErav8z8
Nel rione Traiano di Napoli vengono riprese le vite dei due adolescenti e amici Alessandro e Pietro. La loro esistenza passa attraverso l’occhio di uno smartphone che racconta anche la tragedia di Davide, ucciso per sbaglio da un carabiniere perché scambiato per un camorrista latitante. Pietro e Alessandro sono i protagonisti di questa sperimentazione cinematografica che prevede una registrazione libera delle loro vite con la camera di un cellulare. Selfie sembra mettere in scena il concetto di caméra-stylo (cinepresa-penna) garantendo, attraverso la facilità del mezzo di ripresa, un cinema libero proprio come una penna su di un foglio. Il film sostiene solo in parte questo concetto per poi ripiegarsi su stesso. Ferrente non è assente, ne sentiamo costantemente la presenza attraverso la voce, in un oggetto ibrido in cui il cinema si lega alla realtà in modo inestricabile. Selfie si sviluppa sul piano antropologico e linguistico: antropologicamente sceglie un’onesta documentazione della gioventù napoletana mentre linguisticamente diventa una riflessione sul rapporto tra realtà e fiction. Il film riflette sul cinema grazie alla libera messa in scena realizzata dai ragazzi, nei quali si fa sempre più chiara l’idea che filmare vuol dire scegliere.


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