Balzelli di classe

Un sistema fiscale che toglie ai poveri per dare ai ricchi

Man mano che si avvicina la deadline dell’estate 2013, l’aumento dell’IVA al 22% diventa sempre più probabile. A sentire le alte sfere si tratterebbe di una scelta necessitata, di una conseguenza meccanica del naturale decorso delle cose. Inutile dire che trovare un’alternativa all’incremento dell’aliquota IVA è questione tutta politica, legata agli interessi sociali di cui sono espressione i componenti della eterogenea compagine governativa.
L’aumento dell’IVA, infatti, si inserisce in un filone di politica legislativa che viene da lontano; una politica finalizzata, come dichiarò Monti nel 2012, a “spostare il carico fiscale dalle imposte dirette a quelle indirette”. Questa formula, sotto l’aridità del linguaggio tecnico, cela un carattere fortemente politicizzato e, potremmo dire, di classe.
Per intendersi, le imposte dirette sono quelle che colpiscono i patrimoni e i redditi (si pensi all’IRPEF), cioè le manifestazioni “dirette” della ricchezza. Di regola questo tipo di imposte è ispirato al principio di progressività, per cui la percentuale di reddito che finisce in tasse aumenta in maniera più che proporzionale rispetto al crescere del reddito stesso, secondo la logica per cui chi è più ricco paga di più. Le imposte indirette, invece, riguardano essenzialmente i consumi (è il caso dell’IVA). Esse si calcolano come percentuale sul prezzo dei beni, per cui colpiscono allo stesso modo qualunque consumatore, a prescindere dal reddito. È chiaro che qui a “pagare” di più è chi ha minore disponibilità di ricchezza.

Il principio di progressività è sempre stato osteggiato dai più accesi sostenitori del laisser-faire, dato che con le imposte sul reddito lo Stato maligno sottrae ai produttori una fetta di ricchezza che, invece di essere redistribuita, potrebbe essere più utilmente impiegata nel mercato per accrescere il benessere generale. Esempi lampanti di neoliberismo fiscale sono il sistema tributario statunitense, dove le aliquote per i super-ricchi sono minori di quelle per il ceto medio, e la così detta poll tax, un’imposta di pari entità per tutti i contribuenti, indipendentemente dal reddito percepito, introdotta dalla signora Thatcher nel 1989-1990, sull’esempio di un precedente legislativo medievale. In Italia questa politica si è realizzata con una drastica riduzione delle aliquote IRPEF (quella per i redditi più alti è calata dal 72% al 43%), accompagnata da periodici aumenti dell’IVA (dal 12% negli anni Settanta al 21% attuale). Nello stesso spirito, il centrodestra ha abolito l’imposta di successione, già ridotta dal centrosinistra, dando così un ulteriore colpo alle politiche redistributive. Sono, queste, tutte misure “regressive”, tese cioè a spostare il carico fiscale dai benestanti ai meno abbienti, in nome dell’efficienza economica.

La logica della riduzione del carico fiscale ai più ricchi, insieme ad altre misure, come quelle di precarizzazione del lavoro dipendente, ha sortito l’effetto di favorire una concentrazione dei redditi e della ricchezza senza precedenti; senza però stimolare investimenti e innovazione, di modo che la ricchezza totale disponibile non è affatto aumentata, come avevano promesso i campioni dell’ingiustizia sociale. Oggi la ricchezza di uno dei dieci italiani più ricchi è pari a quella posseduta complessivamente dai 300 000 italiani più poveri. In generale, attenti studi mostrano che con le politiche del laisser-faire il 10% della popolazione italiana si è arricchito enormemente a scapito del restante 90%. Alla base della piramide sociale i lavoratori, precari e malpagati, si sono dovuti accontentare delle proverbiali briciole. Gli squilibri sociali di questo modello di sviluppo ispirato alla diseguaglianza avrebbero depresso produttività e domanda, ponendo le premesse della crisi in atto.
L’agenda del governo Letta per uscire dalla crisi non riesce a liberarsi dalla logica che ha dominato la politica legislativa italiana negli ultimi trent’anni. Infatti, il blocco sociale conservatore, quello delle rendite di posizione e dei grandi patrimoni, riceve ampia rappresentanza dalle forze che sostengono il governo. E la sospensione della rata dell’IMU dovrà essere compensata dal programmato aumento dell’IVA al 22%.

Quello che è presentato come l’ennesimo brutto tiro di un crudele destino, pertanto, è frutto di una politica classista, che, per proteggere gli interessi di pochi, non ha alcuna intenzione di promuovere misure fiscali meno ingiuste e meno autolesioniste. Ingiuste, perché saranno le classi medio-basse a risentire di più dell’aumento dell’IVA. Autolesioniste, perché prezzi più alti scoraggiano gli acquisti; con il paradossale effetto, già evocato da alcuni, che le entrate fiscali diminuiranno, sia perché minori saranno gli acquisti, sia perché, indirettamente, minori acquisti significano meno produzione, e meno produzione significa meno occupazione. L’aumento dell’IVA, pertanto, è un’ennesima manovra depressiva, che aggrava la recessione in atto e la caduta delle entrate fiscali.
Mentre gli alfieri della conservazione sociale rilanciano i dogmi neoliberisti proponendo l’abolizione integrale dell’IMU o un ridimensionamento dell’IRPEF, sono state formulate diverse proposte per evitare la catastrofe annunciata dell’IVA al 22%. Le istituzioni europee e alcune timide voci nostrane suggeriscono di rendere maggiormente progressiva l’IMU; altri si spingono a proporre imposizioni sui grandi patrimoni (le tanto temute “patrimoniali”); altri ancora sono tornati a parlare di un’imposta sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax). Le diverse prospettazioni sono accomunate dall’adesione, variamente pronunciata, al principio di progressività fiscale e alle sue intrinseche finalità redistributive. Una politica fiscale più equa, in effetti, potrebbe rappresentare la strada maestra verso un modello sociale più giusto e un sistema economico più efficiente. Colpire i patrimoni immobilizzati e le attività speculative, per di più, incoraggerebbe gli investimenti nell’economia reale, contrastando il lungo declino italiano.

Sfortunatamente queste esigenze riformiste non trovano sufficiente espressione a livello governativo. Il 10% di privilegiati che hanno beneficiato delle politiche liberiste e anti-egualitarie si mostra sempre più determinato e ideologico nella difesa della propria posizione all’approssimarsi dello spettro della depressione e del collasso economico e sociale. D’altro canto, il 90% di Italiani, che è uscito più povero da decenni di misure di precarizzazione del lavoro e di riduzione del carico fiscale sui più ricchi, non riesce a formare un blocco sociale unitario, in grado di far valere le proprie ragioni, prevalendo nel discorso pubblico retoriche di destra sulla leggenda dello "Stato spendaccione", sullo scontro tra Italiani e immigrati, tra giovani e anziani, tra “gente” e casta, che distolgono l’attenzione dagli aspri contrasti sociali che caratterizzano un Paese sempre più diseguale e ingiusto, e che sembra avere tutta l’intenzione di continuare a esserlo.

 




In collaborazione con La Clessidra

 


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