Nomadland | È soltanto una favola

Come il film di Chloé Zhao smaschera il mito del western, dalle pagine del Guardian

È stata un’avventura intensa per Nomadland, film itinerante di Chloé Zhao e ritratto dei nomadi statunitensi di oggi, privi di radici e appartenenza. Girato con 5 milioni di dollari e con un cast di attori dilettanti, si tratta del film indipendente che ce l’ha fatta: è la storia di riscatto dell’anno, su cui tutti hanno puntato. La strada è spianata, la corsa all’oro è iniziata, ma il lieto fine di Hollywood sembra in contrasto con il film. Mentre Nomadland dirige la sua rotta verso ovest – dai Bafta di Londra agli Oscar di Los Angeles – sa benissimo di star vivendo un sogno che non è altro che una bugia.
Condé Nast Traveller ha definito l’opera “una lettera d’amore agli ampi spazi aperti americani”, il che è vero fino a un certo punto. Infatti, questa definizione ignora il pathos, la povertà e la disperazione al centro del film. L’adattamento del saggio bestseller di Jessica Bruder trascina il personaggio duro e solitario di Frances McDormand attraverso un moderno Far West in cui al posto del saloon e dell’ufficio dello sceriffo si trovano le aree camping e il magazzino di Amazon. Nomadland potrebbe essere archiviato come un anti-western, un rifiuto totale della missione del destino manifesto e della ricerca della felicità, un ripudio dell’ingannevole ideale hollywoodiano a lungo propinatoci. «Sì, ok», dice Bruder. «Ma è più complicato di così». Nonostante sia frustrante ammetterlo, credo che abbia ragione.
 

Nomadland trascina il personaggio duro e solitario di Frances McDormand attraverso un moderno Far West in cui al posto del saloon e dell’ufficio dello sceriffo si trovano le aree camping e il magazzino di Amazon


Almeno per l’autrice, il viaggio è quasi finito. Bruder ha documentato per la prima volta la comunità americana nomade per Harper’s Magazine, esperienza che ha gettato le basi per il suo libro del 2017. Oggi fa da consulente di produzione e di tanto in tanto da portavoce, mentre il film avanza verso la stagione dei festival. La scrittrice paragona questa esperienza a trasportare un secchio colmo d’acqua. Grande responsabilità: con ogni probabilità l’acqua si verserà da tutte le parti.
Nomadland mette un’eroina immaginaria al centro della scena. Fern è una vedova che decide di vivere on the road, passando da un lavoro stagionale all’altro, e tuttavia non si definisce priva di una casa, ma solo di una fissa dimora. Il personaggio di Fern nel film si accompagna a molti dei nomadi già descritti nel libro di Bruder, che interpretano ognuno versioni molteplici di sé stessi. Tra questi c’è il barbuto Bob Wells, l’anziano fondatore del RTR (Rubber Tramp Rendezvous) – probabilmente il raduno di nomadi più grande al mondo – e la pragmatica Charlene Swankie, che nonostante la malattia e il braccio fasciato si dà continuamente da fare nella comunità. Linda May sogna di comprarsi un terreno e costruirci una earthship: una casa autonoma e sostenibile fatta di materiali naturali e riciclati. Fino a quel giorno, è costretta ad accontentarsi dello Squeeze Inn, la sua roulotte di 2,7x1,8 metri, bollente d’estate e gelida d’inverno. May è solo un altro pesciolino con l’ennesimo contratto a chiamata nel mare sempre più grande di manodopera a basso costo degli Stati Uniti.


L’autrice di Nomadland Jessica Bruder fotografata da Swankie



Alla ricerca di materiale per il suo libro, Bruder ha seguito i lavoratori stagionali dai campi di barbabietole del North Dakota alle aree di sosta della California, viaggiando nel suo camper. Secondo lei, la maggior parte inquadrava volentieri e con orgoglio il proprio stile di vita nella retorica sublime del vecchio West. Si consideravano fuorilegge, cowboy, pionieri. Parlavano di libertà e opportunità, di individualismo e indipendenza. Solo più tardi sono cominciate a venir fuori storie diverse: più che il desiderio di libertà, sono stati la disoccupazione, i divorzi disastrosi e le case confiscate i primi a buttarli in strada. All’inizio ha vinto la leggenda, poi le hanno raccontato la verità. «Le storie che hanno riferito all’inizio hanno dato loro un senso di autodeterminazione», dichiara Bruder. «Tutti noi guardiamo alle storie per dare un significato alle nostre azioni. Ma le storie non corrispondono mai perfettamente alla realtà».
 

Il romanticismo che circonda lo stile di vita nomade è comprensibile perché riconducibile al mito dei cowboy, ma la realtà non ha niente di romantico


Il regista John Ford sosteneva di essere molto amico di Wyatt Earp e che, quindi, la sua non poteva che essere una rappresentazione fedele al 100%, quasi una testimonianza storica dello scontro a colpi d’arma da fuoco all’O.K. Corral. La verità è che Ford era un cantastorie, sapeva tessere racconti, e il suo selvaggio West non fu che una fantasia gettata su un terreno fertile. In ogni suo film, ha trasformato l’umile cowboy americano, lavoratore itinerante, dal mestiere stagionale e precario, nell’eroico lupo solitario. Ha fornito così una comoda copertura per tutti i cowboy che sono seguiti. Il romanticismo che circonda lo stile di vita nomade è facilmente comprensibile, sostiene Bruder, in quanto riconducibile al mito dei cowboy. Ma la realtà non ha niente di romantico.
 

Ciò che vogliamo è un senso di opportunità infinite, la sensazione che in fondo alla strada si trovi qualcosa di meglio. Ma non funziona così: guarda che fine abbiamo fatto, guarda in che condizioni è il nostro pianeta. Pensiamo di poter continuare a crescere all’infinito. Eppure siamo su una roccia con risorse limitate, con salari stagnanti, costi abitativi in aumento e le disuguaglianze si fanno sempre più grandi. L’individualismo sfrenato non ci porta lontano. L’ho visto per strada: incontri certi “cowboy” asociali, e scopri che invece amano la compagnia e condividere i pasti, soprattutto se si tratta di chilli con carne. Io sono un po’ hippy. Preferisco la cooperazione. L’idea di una persona che si è fatta da sé e che non ha bisogno di nessuno: sappiamo tutti che è solo una favola.


Nell’avvincente American Honey di Andrea Arnold i lavoratori itineranti fanno i venditori di abbonamenti porta a porta nel Midwest. Senza lasciare traccia di Debra Granik mostra un padre e una figlia che si nascondono nei boschi. In Wendy and Lucy di Kelly Reichardt la protagonista viene abbandonata sulla strada per l’Alaska. Quindi Nomadland non è il solo. Il film appartiene ad un vivace sottogenere del western -  che si presenta con un vestiario moderno, incentrato su una figura femminile e caratterizzato da uno stato d’animo di irrequietezza pensierosa - a sua volta connesso alla tradizione hollywoodiana classica. I migliori film western sono, dopotutto, proprio quelli che si interrogano e si rimettono in discussione. È l’ultima inquadratura di Sentieri selvaggi a fornire l’immagine più eloquente del genere: John Wayne sulla soglia, chiuso fuori di casa. Il messaggio può essere più o meno esplicito, ma rimane semplice. Sognare una vita da cowboy è da pazzi. Ci consegna a un triste destino solitario. 


John Wayne in Sentieri selvaggi (1956) di John Ford


Una volta questa grande bugia era più seducente. L’ovest esercitava un’attrazione magnetica. C’era una frontiera da conquistare, altri popoli da eliminare, un oceano da raggiungere. Era facile convincersi di avere uno scopo, di correre verso qualcosa, anziché fuggirne. Oggi non è così. I discendenti spirituali di Wayne sono spesso descritti come angosciati e persi, in fuga da tutto (come Jack Nicholson che si intrufola a bordo del furgone di legname alla fine di Cinque pezzi facili – o Harry Dean Stanton che infesta l’autostrada nelle immagini finali di Paris, Texas). Bruder spiega che l’attuale generazione di nomadi è, almeno in parte, una conseguenza del crollo finanziario del 2008 e dell’ondata di sfratti che ne è seguita. È probabile che gli effetti della pandemia portino ancora più gente in strada, e più grande diventa la comunità, più difficile sarà ignorarla. Tuttavia, i dati suggeriscono che i nomadi non partecipano alla vita politica del paese e non si riconoscono né nel partito democratico né in quello repubblicano. In generale, non votano, perché non ne vendono il motivo. «Non credono che stia arrivando la cavalleria», dice Bruder.
Nel libro di Bruder, John Steinbeck è posto a termine di paragone. L’autrice racconta come la comunità di itineranti adori Viaggio con Charley, il racconto di un viaggio in macchina compiuto in senso antiorario, dal Maine alla California, dal Texas a New York. Bruder cita, inoltre, Furore, che testimonia le avventure dei migranti dell’era della depressione in viaggio verso la California. 
 

L’attuale generazione di nomadi è almeno in parte una conseguenza del crollo finanziario del 2008 ed è probabile che la pandemia porti ancora più gente in strada


Ma lo Steinbeck che Nomadland mi ha ricordato particolarmente è quello delle ultime pagine di La lunga vallata, quando il nonno racconta di aver guidato una carovana attraverso il paese, per poi chiedersi cosa rimanesse da fare dopo un viaggio del genere. «Non c’è più posto dove andare. Alla fine trovi l’oceano a fermarti. C’è una fila di vecchi lungo la riva che odiano l’oceano perché li ha fermati». Film come Nomadland e American Honey più che anti-western sono western frustrati, western interrotti. Vanno oltre sia il revisionismo che il mito del selvaggio West, sono l’equivalente cinematografico della risacca, sono onde che si frangono sulla costa per poi rovesciarsi.
Mi piace la visione di Martin Scorsese di quella famosa immagine dal film di Ford: del pistolero sulla soglia, bandito dalla società. «Nella scena finale, Sentieri selvaggi diventa una storia di fantasmi», dice Scorsese, con il personaggio di Wayne destinato a “vagare per sempre tra i venti”. Anche i nomadi di Bruder sono un po’ fantasmi: ben lontani dall’essere i discendenti dei pionieri, ne sono i resti, le loro ombre. Non è un caso che il film di Zhao li mostri mentre si aggirano per vecchie attrazioni turistiche desolate (parchi giurassici, il centro visitatori del National Grasslands), mentre scrutano immagini e album fotografici delle loro vecchie vacanze e ascoltano i successi dei giorni andati. «Ho passato troppo tempo a ricordare», dice Fern. Verso la fine, come i vecchi viaggiatori di Steinbeck, la protagonista arriva sulla costa e fissa lo sguardo sul mare.

Per quanto tempo è praticabile la vita del nomade? Alla fine rimani senza benzina, senza soldi. La salute comincia a cedere. Non puoi più lavorare come prima. Questa è la domanda che ancora tormenta Bruder. «Molte persone guardavano con ottimismo al futuro, mentre io non ci riuscivo», racconta. «Continuavo a pensare: dove andremo a finire? Da un punto di vista puramente narrativo ed individualista, uno dei motivi per cui ho deciso di seguire Linda May è che aveva uno scopo, e cioè costruire la sua earthship. Linda aveva una storia alle spalle, una direzione verso cui andare. La sua non era una semplice passeggiata nello spazio. Molti degli altri volevano solo guidare finché non potevano più farlo, volevano guidare nel deserto; non avevano un piano a lungo termine. Il futuro preoccupava me molto più di loro». 
Nomadland è all’ultima tappa del suo viaggio verso gli Oscar – sono 3 i premi che vincerà: Oscar al miglior film, al miglior regista e alla migliore attrice protagonista. Mentre alcuni dei principali attori sono ancora a bordo, altri hanno abbandonato la nave, ormai passati a nuove avventure. May ha usato la somma guadagnata per acquistare un terreno nel New Mexico e pare stia gettando le fondamenta della sua casa autonoma. Swankie è in viaggio in Arizona; non vede alcun motivo di abbandonare la strada. Dice che le piace pensare al suo furgone come a un grande zaino su quattro ruote, e aggiunge che vivere nella natura l’ha rimessa in salute, fisica e mentale.
 

L’esperienza ha insegnato loro a diffidare degli addii e di ogni proposito. Nel film, Wells spiega che i veri nomadi non dicono mai addio. Diranno sempre: “Ci rivediamo più avanti”


Le scrivo un’email chiedendole di riflettere sul suo futuro e descrivere la sua vita ideale. L’idea la fa ridere: come se esistesse una vita ideale. «Se il mio furgone e il mio corpo reggono, continuerò esattamente come sto facendo ora», scrive. «ORA. Praticamente vivo nel qui e ORA. Raramente faccio progetti per l’indomani. Alzarsi la mattina, guardare l’alba e controllare che tempo fa, e poi fare quella che sembra essere la cosa più importante ... È la più grande sensazione di libertà mai provata».  
Sulla via del ritorno, nei loro viaggi attraverso gli Stati Uniti, Swankie, Wells e i loro compagni incontrano persone e luoghi già conosciuti prima. Il loro lavoro è stagionale, ma regolare. Si materializzano e si disperdono sempre secondo le stesse scadenze annuali approssimative. L’esperienza ha insegnato loro a diffidare degli addii e di ogni proposito. Nel film, Wells spiega che i veri nomadi non dicono mai addio. Diranno sempre: “Ci rivediamo più avanti”. Sono certi che si incontreranno di nuovo, alla prossima tappa, come lavoratori addetti all’imballaggio o alla raccolta di barbabietole, se non tra un mese, tra un anno, da qualche parte oltre il prossimo tramonto.



 

Xan Brooks è un autore freelance e un presentatore specializzato in cinema. Questo articolo è stato pubblicato sul Guardian il 09/04/2021  ‘It’s an utter myth’: how Nomadland exposes the cult of the western  | Traduzione di Laura Pellegrini


Commenta