J’accuse, il grido di Polanski contro l’antisemitismo

Sull’affaire Dreyfus e L’ufficiale e la spia di Roman Polanski, con Jean Dujardin e Louis Garrel

Francia 1894. Scoppia l’Affaire Dreyfus. Considerata la visibilità mediatica e l’importanza politica della vicenda, per usare una celebre espressione hegeliana, si potrebbe dire che l’Affaire sia uno dei quei momenti in cui la Storia gira sui propri cardini e cambia la propria direzione di marcia. Ma l’infuocato dibattito su Dreyfus e sulla questione ebraica che dividerà la Francia per quindici anni non impedirà e anzi forse per certi versi favorirà, poco più di trent’anni più tardi, la caduta del vecchio continente nel cuore di tenebra del Terzo Reich. Polanski ci ricorda però che l’antisemitismo non l’ha inventato il nazionalsocialismo.
Lutero, Voltaire, Hume, Kant, Schopenhauer, Wagner, il giovane Nietzsche, Celine e chi più ne ha più ne metta: buona parte della tradizione politica, culturale e filosofica occidentale è orientata al più becero disprezzo per gli ebrei, fatto di persecuzioni e pogrom ma anche, più banalmente e più insidiosamente, di cliché e pregiudizi che sono in genere tanto più pericolosi quanto più risultano inconsapevoli e sotterranei.
Hannah Arendt scrisse che l’Affaire ebbe il merito tragico di portare alla ribalta «tutti gli elementi dell’antisemitismo del Diciannovesimo secolo nei suoi aspetti ideologici e politici. Ma la sua forma violenta preannunciò sviluppi futuri, tanto che i protagonisti dell’affare sembrano talvolta impegnati in una grande prova generale per una rappresentazione che dovette esser rinviata per parecchi decenni».

L’Affaire scoppia nella Francia della Terza Repubblica agli albori del cinematografo, poco più di vent’anni dopo la madre di tutte le guerre a venire, causa più o meno diretta di gran parte degli orrori novecenteschi, il conflitto franco-prussiano, con l’umiliazione francese e il debito di guerra di 5 miliardi di franchi (all’incirca 25 miliardi di euro) che, secondo una certa storiografia sicuramente già diffusa all’epoca, sarebbero stati prestati allo stato francese dalla potentissima famiglia ebrea dei Rothschild che in questo modo salvano la Francia ma ne acquisiscono il controllo economico, alimentando ulteriormente il sentimento anti-ebraico. La condanna di Dreyfus costituì uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia moderna e fu influenzata, oltre che dall’antisemitismo imperversante nella società francese di fine Ottocento, dal clima politico avvelenato dalla recente perdita dell'Alsazia (Dreyfus era alsaziano oltre che ebreo) e di parte della Lorena, subita appunto per opera del Reich di Otto Von Bismarck nel 1871.

Come è noto la vicenda spinse Émile Zola a condannare urbi et orbi quella clamorosa ingiustizia con il suo celebre e coraggioso articolo – il J’Accuse – apparso sulla prima pagina de L’Aurore cui rimanda esplicitamente il titolo originale del film. Come ne Il nastro bianco di Haneke, con L'ufficiale e la spia Polanski mostra con dovizia di particolari e con attenzione chirurgica quali sono le dinamiche psico-sociali alle radici dello scoppio di fenomeni di violenza e di intolleranza all’interno di una comunità (sia essa l’esercito o il gerontocratico establishment politico dell’epoca) e la relativa necessità di trovare un colpevole da sacrificare sull’altare dell’interesse nazionale (vengono in mente René Girard e le sue riflessioni sulle connessioni tra violenza, capro espiatorio e contagio mimetico all’interno dei gruppi sociali).
 

Polanski mostra con dovizia di particolari e con attenzione chirurgica quali sono le dinamiche psico-sociali alle radici dello scoppio di fenomeni di violenza e di intolleranza all’interno di una comunità


Polanski, qui di nuovo in coppia con lo sceneggiatore Robert Harris dopo L’uomo nell’ombra – non a caso il film più simile a J’accuse nella filmografia polanskiana, almeno da un punto di vista strettamente narrativo –, decide di incentrare il film sull’ufficiale Georges Picquart (un grande Jean Dujardin), un uomo probo e onesto (che pure, come ha modo di chiarire a Dreyfus, non ama gli ebrei) e che ha contribuito alla condanna del capitano alsaziano e alla sua successiva deportazione all’isola del Diavolo. Trovatosi a dirigere il Deuxième Bureau, il servizio di intelligence dello Stato Maggiore (peraltro sorto proprio all’indomani di Sedan), l’ufficiale scopre, in un percorso di detection molto classico e costruito da Polanski con la solita, sconvolgente maestria registica, che Dreyfus è innocente e che le prove contro di lui erano state contraffatte ad arte. 

Dreyfus, che la magistrale interpretazione di Louis Garrel restituisce con delle nuances di antipatia e snobismo molto intelligenti e opportune, si viene a trovare in fondo nella situazione canonica dei personaggi di Polanski il cui mondo crolla improvvisamente a causa dell’improvvisa e imprevedibile irruzione dell’assurdo. Quando Picquart entra nel palazzo che ospita gli uffici dell’intelligence di cui è diventato responsabile, l’impressione di déjà-vu si fa più consistente. I lenti movimenti di macchina, le inquadrature dei muri scrostati, le finestre con le imposte rotte che non si possono aprire, le trombe delle scale a spirale, ci riportano alle atmosfere mefitiche, orrorifiche e claustrofobiche de L’inquilino del terzo piano.
 

Contro Picquart si coalizzano progressivamente tutte le gerarchie militari e politiche possibili e immaginabili: volti rugosi, raggrinziti e paonazzi di anziani incattiviti e votati al risentimento e alla prevaricazione tipici del cinema di Polanski


Del resto, come nota il critico Giorgio Placereani quando scrive de L’ufficiale e la spia, esattamente come in Rosemary’s Baby, Per favore, non mordermi sul collo e, appunto, L’inquilino del terzo piano, contro Picquart si coalizzano progressivamente tutte le gerarchie militari e politiche possibili e immaginabili: volti rugosi, raggrinziti e paonazzi di anziani incattiviti e votati al risentimento e alla prevaricazione; è l’idea polanskiana di una cospirazione massonico-esoterica di vecchi potenti e maligni – erano i satanisti in Rosemary’s Baby e i vampiri in Per favore, non mordermi sul collo – che attraversa più o meno sotterraneamente tutta la sua filmografia. D’altronde Polanski l’argomento lo padroneggia piuttosto bene, avendo conosciuto sia gli orrori della gerontocrazia comunista, sia le deliranti teorie pagano-esoteriche dei nazisti, passando attraverso i tragici fatti criminali di Bel Air portati in scena, in una versione rivista, da Tarantino in C’era una volta… a Hollywood. Ma, nonostante l’utilizzo dei codici di genere e l’avvincente confezione narrativa, J’accuse è anche e soprattutto un film storico, con delle ricostruzioni scenografiche impeccabili e con un costante e puntuale riferimento alla cultura e alla scienza dell’epoca.

E non dobbiamo dimenticarci che la temperie positivista (e profondamente razzista) della Belle Èpoque è anche quella che crea i presupposti per la nascita e la diffusione del genere poliziesco, che ufficialmente viene battezzato da I delitti della Rue Morgue di Poe (1841) ma che come fenomeno di massa si afferma soltanto negli ultimi decenni dell’Ottocento. E la classica struttura narrativa da detection di J’accuse – con il tenente colonnello Georges Picquart che lavora senza requie per arrivare alla Verità – ne è la controprova. Sono gli stessi anni in cui il metodo d’indagine scientifico more geometrico di Sherlock Holmes diventa celebre in tutto il mondo e Alphonse Bertillon (il personaggio più dileggiato e ridicolo del film, probabilmente ben oltre i suoi demeriti), massimo criminologo dell’Ottocento insieme a Lombroso e a Ottolenghi, inventa l’antropometria giudiziaria, che è l’antesignana della moderna antropologia forense. E appunto lombrosianamente, come dimostra l’Affaire Dreyfus, se hai il naso adunco e sangue ebreo nelle vene è la Scienza a determinare oltre ogni ragionevole dubbio che non puoi che essere una persona reietta e spregevole, da fermare in tutti i modi, leciti o meno che siano. Una connessione tra biologia, spirito e morale che tornerà drammaticamente in auge, nei modi che sappiamo, solo qualche decennio più tardi, in Germania, in quei fatidici giorni di gennaio del 1933.


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