Turchia non fa rima con democrazia

Il governo di Erdogan e il malcontento popolare

Nessun analista politico poteva mai immaginare che la più grande e seria minaccia all’autorità del premier turco Recep Tayyp Erdogan, in carica da oltre un decennio nel paese, sarebbe derivata da una piccola protesta locale a sfondo ambientalista. Man mano che il numero di manifestanti aumentava a dismisura e che la folla riempiva in massa le strade in varie città della Turchia, diventava sempre più evidente che i disordini e l’agitazione tra i turchi erano legati a qualcosa di molto più grande che alla demolizione di alcuni alberi del parco Gezi ad Istanbul, oasi verde della città situata vicino a piazza Taksim.

Per svariati mesi, uno sparuto gruppo di ambientalisti si era opposto al disboscamento selvaggio voluto dal governo e finalizzato alla costruzione di un centro commerciale e di un complesso residenziale nella già citata piazza della città. Nell’ultimo fine settimana, il gruppo ha deciso di organizzare un sit-in pacifico nel parco, accampandosi, ballando e cantando sotto gli alberi destinati all’abbattimento. La situazione è sensibilmente degenerata quando, il 31 maggio, con un raid notturno, la polizia ha deciso di appiccare il fuoco alle tende dei manifestanti, utilizzando idranti e gas lacrimogeni per disperderli. Le immagini della violenza usata dalle forze dell’ordine hanno presto fatto il giro della rete e, grazie all’apporto dei social network, migliaia di cittadini indignati si sono riversati in poco tempo a piazza Taksim. La repressione della polizia si è fatta in seguito ancora più cruenta, e solo nella giornata di sabato una ritirata parziale ha contribuito a raffreddare gli animi tra la popolazione.
Ciononostante, molti quartieri di Istanbul, città di 15 milioni di abitanti candidata ad ospitare le olimpiadi del 2020, si sono trasformati in vere e proprie zone di guerra, con barricate ad ogni angolo di strada. La protesta si è poi diffusa nella capitale Ankara e nella città costiera di Smirne al grido di #occupygezi.

Il bilancio degli scontri somiglia più ad un bollettino di guerra che al risultato di una protesta pacifica: sono tre le vittime accertate, di cui l’ultima, il 22enne Abdullah Comert, è deceduta nella notte di lunedì per una ferita da arma da fuoco riportata durante gli scontri nella provincia meridionale di Hatay, al confine con la Siria. Il numero dei feriti si attesta invece intorno al migliaio, mentre sono circa 1.700 le persone arrestate in seguito agli scontri. Nonostante il premier Erdogan cerchi di minimizzare l’accaduto, ricordando alla nazione che il suo Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) rappresenta ancora la prima forza politica del paese, è radicato tra la popolazione un forte sentimento antigovernativo.
“Tayyip istifa” (Tayyip vattene) è stato il coro più diffuso cantato dai manifestanti, segno di una società delusa e stanca dell’atteggiamento eccessivamente autoritario del governo. Come riporta Foreign Policy, il primo ministro non sta soltanto cambiando volto al paese senza una qualche minima forma di consultazione popolare; egli è il rappresentante ultimo degli interessi di una larga fetta di imprenditori e uomini d’affari. La compagnia che ha vinto l’appalto per ricostruire Tarlabaşi, uno dei quartieri più rinomati di Istanbul, appartiene infatti alla Çalik Holding, il cui amministratore delegato è il genero di Erdogan.

La relazione simbiotica tra politica ed affari non sembra però rappresentare l’unica preoccupazione della popolazione turca o, per lo meno, non quella predominante. Il decennio di Recep Tayyip Erdogan al governo ha rimodellato la cultura turca stabilendo un controllo civile sulle forze armate. Esso ha distrutto le regole dell’antico ordine secolare, tradotto nella possibilità di professare pubblicamente la propria religione, voluta fortemente dai conservatori che costituiscono il bacino elettorale più importante del Premier. L’élite secolare, che si considera erede di quel Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo presidente della Repubblica Turca che contribuì ad occidentalizzare e laicizzare lo Stato, osserva con sdegno queste trasformazioni. Anche i liberali, che non si definiscono di certo kemalisti e tollerano la religione in pubblico, hanno storto il naso dinanzi alla conduzione della leadership di Erdogan, dipinta come dittatoriale, ed ai progetti di sviluppo per il paese, considerati di cattivo gusto.
Buona parte della popolazione imputa al primo ministro anche la creazione di un senso di risentimento e di “perdita”, visto che molti residenti hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni per far spazio ai centri commerciali di nuova istituzione. Ulteriori temi di dibattito e oggetto di aspre controversie riguardano altre opere monumentali: il più grande aeroporto del mondo, la moschea più grande del paese nonché il terzo ponte sul Bosforo, inaugurato di recente ed intitolato a Yavuz Sultan Selim, sultano dell’impero ottomano al quale si imputa il massacro dei musulmani Alevi, una delle minoranze più importanti in Turchia.

“La democrazia funziona quando a decidere siamo in due, e l’altro è malato”. Con queste parole Winston Churchill era solito fotografare l’illusorietà di un reale dialogo in un regime democratico, e Recep Tayyip Erdogan sembra aver fatto proprio tale messaggio in una maniera pressoché perfetta. Il premier turco è convinto che le tre recenti vittorie elettorali, che l’hanno portato a governare per più di un decennio nel paese, gli conferiscano il diritto di prendere qualsiasi tipo di decisione politica senza bisogno di consultare le altre forze in campo, usando anzi un tono prepotente e spocchioso mirato a denigrare la controparte. Dopo aver etichettato i contestatori come un “branco di saccheggiatori” manipolati da frange estremiste, Erdogan si è scagliato contro Twitter, definendolo una “minaccia per la società” e uno strumento utile a diffondere falsità su quanto sta avvenendo in Turchia.
Nonostante il fatto che, sotto l’egida dell’AKP, il volume dell’economia turca sia triplicato dal 2002 al 2011 e la popolazione abbia mostrato un’affezione alla politica con percentuali quasi “bulgare” (nelle ultime elezioni ha votato l’87% degli aventi diritto), la Turchia è divenuta un paese in cui i giornalisti vengono soventemente incarcerati per ragioni discutibili, gli investitori privati non celano il loro malcontento per alcune scelte governative e la libertà d’espressione viene spesso limitata. Tutto ciò si riflette in un controllo pressante sui media che genera situazioni alquanto grottesche: lo scorso venerdì, mentre la CNN International dava ampio spazio alle proteste in piazza Taksim, la CNN turca, network affiliato a livello nazionale, trasmetteva documentari, show culinari e soap opera. Il sistema elettorale turco è diventato a tutti gli effetti monopartitico, frutto anche di una tiepida opposizione da parte del CHP, il secolare Partito Repubblicano del Popolo espressione delle élites kemaliste.

Gli eventi di questi giorni, se paragonati a precedenti proteste nella storia della Turchia democratica, rappresentano un unicum da non trascurare. In primis, il malcontento è alimentato dal fare autoritario del primo ministro ma non è orientato ideologicamente o guidato da un partito: tra i manifestanti vi sono donne, tifosi di squadre di calcio, sindacalisti, attivisti di ONG e liberi professionisti. In secondo luogo, la popolazione ha preso coscienza del proprio potere contro un governo che ha dominato la scena politica delle ultime tre elezioni e contro un’opposizione che non ha svolto a dovere il suo ruolo di bilanciamento e contrappeso istituzionale.
Bisognerà vedere se le proteste, diffusesi a macchia d’olio nel paese, intaccheranno la leadership granitica di Erdogan e del suo AKP o se il popolo turco, votando non con la testa ma per le proprie tasche, darà ancora fiducia al partito che in questi dieci anni ha triplicato il reddito procapite, decuplicato le esportazioni e fatto ritornare in patria i figli degli immigrati del dopoguerra, i quali riescono a trovare lavoro con più facilità che nei paesi UE grazie alle loro esperienze e al multilinguismo.

Durante il suo mandato da sindaco di Istanbul a metà anni Novanta, Recep Tayyip Erdogan dichiarò ad un giornalista del quotidiano Milliyet che “la democrazia è come un treno: si viaggia finché si arriva a destinazione”. Che il treno si sia fermato a Piazza Taksim?


Commenta