Retromarcia su Roma

Il colpo di Stato e la rivoluzione rimandata

No a Marini. No a Prodi. Il Pd si gioca la carta Napolitano e anche metà dell’elettorato rimasto.
Ma Grillo non ci sta: «È in atto “colpo di Stato”», scrive sul suo blog, «che avviene furbescamente con l'utilizzo di meccanismi istituzionali». Il MoVimento non accetta la mossa del Partito Democratico, che dopo giorni di profonda confusione converge sul Capo dello Stato in carica un’indecisione palese. Non soltanto il rifiuto di considerare il proprio candidato, ma anche la compromissione con il Popolo delle Libertà. È troppo. Si scende in piazza.
«È necessaria una mobilitazione popolare. Io sto andando a Roma in camper. […] Sarò davanti a Montecitorio stasera. Rimarrò per tutto il tempo necessario. Dobbiamo essere milioni», scrive Grillo fissando l’ora per le sette e mezza. La notizia gira e in poco tempo si grida alla marcia su Roma. Il vessillo dell’anti-inciucio passa di mano in mano, di cittadino in cittadino, contro la politica per la politica. Poco importa se i numeri dei votanti alle Quirinarie on-line del MoVimento Cinque Stelle sono esigui, Rodotà diviene il simbolo di una popolazione inascoltata, sorda la politica e autoreferenziale. L’appuntamento in Piazza Montecitorio è un’opportunità per rivendicare la scelta, finché lo stesso candidato, conscio della possibile inquietante deriva di un simile atto, smorza i toni: «Sono sempre stato contrario ad ogni forma di marcia su Roma», fa sapere Rodotà.

Ore diciotto. Cominciano a presentarsi i primi manifestanti, accompagnati da molti attivisti del MoVimento con spillette e megafoni. Non mancano le canoniche bandiere di Rifondazione Comunista. E per non dimenticare un classico immortale di ogni manifestazione, anche la cosiddetta marcia su Roma invoca la Resistenza e i partigiani. “Partigiani risorgete. La democrazia è morta”, dice un cartello rosso su bianco. I parlamentari in uscita sono oggetto di fischi e insulti. Nella folla non si distingue, giacca e cravatta sono simbolo della stessa pasta, finché si finisce a fischiare anche gli eletti del MoVimento Cinque Stelle. E qualche attivista si guarda attorno spaesato: «Quelli sono i nostri».
Diciotto e trenta, è ufficiale. 738 voti. Giorgio Napolitano, alla veneranda età di ottantasette anni, è il primo Presidente nella storia della Repubblica a ricoprire due volte la propria carica. Mentre Bersani in aula piange lacrime di sollievo e di sconfitta, in Piazza il suo nome prende il posto di quello di Berlusconi nei cori di protesta. Alfano fa eco al proprio Presidente, lodandone la caratura di statista responsabile: «È una protesta assurda e incomprensibile, che va contro la Costituzione», dichiara, «deriva da una forma di fascismo comico». In Piazza Montecitorio non la pensano così, il malcontento cresce e confluisce nelle posizioni dei grillini – “Non ho votato M5S e me ne sono pentita”, recita un cartello. Si chiama a gran voce l’arrivo del leader dai candidi boccoli bianchi. Napolitano non fa in tempo a giurare che già si grida alle dimissioni.

La notte cala su Montecitorio. Le transenne a protezione dei parlamentari costringono la folla tra l’obelisco di Psammetico II e l’antistante Santa Maria in Aquiro: le centinaia di persone accorse nella ressa sembrano migliaia. Le forze dell’Ordine e la Colonna Aureliana vegliano sull’ingresso da Via del Corso, dove un nugolo di persone si riunisce al grido «Rodotà, Rodotà!».
Alle otto le urla cominciano a scemare, sulla piazza scende il brusio. A mezz’ora dall’appuntamento ci si chiede che fine abbia fatto Grillo. Voci di piazza lo danno grande assente, altri in arrivo a Piazza del Popolo. Crimi sopraggiunge chiarificatore: il Grande Leader non verrà. Teme ripercussioni sull’ordine pubblico, e non è questo che vuole il MoVimento. Rassicura i manifestanti, ricordando loro che essi stessi sono dentro il parlamento, con i centosessanta eletti del suo non partito. «Non la faremo passare liscia», grida al megafono, «Non passeranno le porcate»; e si rammarica della decisione del centrosinistra: «Abbiamo portato un nome, Rodotà, che poteva essere un nome che unisse, che creasse di nuovo speranza, rinnovamento. Non l’hanno voluto e non c’hanno mai spiegato perché».

«Non lasciatemi solo o con quattro gatti», scriveva Grillo in mattinata. I quattro gatti ci sono, lui no. In molti si lamentano della sua assenza, anche Sabina Guzzanti che era andata a Montecitorio insieme agli altri manifestanti: «Noi siamo in piazza, Grillo s'è sfilato. Le spara grosse e poi si caga sotto».
Il Post Scriptum diventa più importante del Post originario: «Arriverò a Roma durante la notte e non potrò essere presente in piazza. Domani mattina organizzeremo un incontro con la stampa e con i simpatizzanti». E comincia così la retromarcia su Roma. Tutti a casa, nella migliore tradizione M5S.


Commenta