Marzo in Unione Europea - Eureka

Una digital tax per l'Europa, mentre la politica slovacca è scossa da un omicidio

«Non parliamo di niente in principio se abbiamo una pistola puntata alla tempia». Il Presidente francese, Emmanuel Macron, sulla prospettiva di dovere negoziare con gli Stati Uniti entro inizio maggio un accordo per evitare dazi sulle importazioni di alluminio e acciaio negli Stati Uniti.

 

FOCUS EUROPA Una tassa per l'economia digitale?

«L’economia digitale sta trasformando il modo in cui interagiamo, consumiamo, e facciamo business», si legge nella recente proposta del Consiglio per una tassazione degli operatori dell’economia digitale. Il progresso senza precedenti dell’economia digitale è sotto gli occhi di tutti. Inclusi quelli sospettosi dei regolatori. Negli ultimi anni, l’importanza del settore è cresciuta rapidamente, soprattutto all’interno dell’Unione Europea, che con le sue regole comuni per il mercato unico offre una platea di oltre 500 milioni di consumatori. L’economia digitale è fluida, dinamica, e non ha necessariamente bisogno di una presenza fisica sul territorio per vendere servizi o prodotti. È la peculiarità della struttura del web, e al contempo la sua rapida espansione, che ha mosso i leader europei ad interessarsi in misura sempre maggiore ad un progetto di tassazione dei profitti derivanti dall’attività online. Le attuali norme che regolano la tassazione delle imprese si basano generalmente sul principio che le imposte dipendono dal luogo in cui il valore aggiunto viene creato, e rispondono ovviamente ad una concezione di economia tradizionale, dove la presenza fisica è essenziale, e dove è semplice individuare il valore di un bene, e di conseguenza tassarlo secondo criteri ben definiti. Ma l’economia digitale mette in discussione questi due aspetti: la presenza fisica è secondaria, e talvolta sembra difficile identificare il valore aggiunto di beni privi di consistenza tangibile, in un mercato che supera per propria natura i confini nazionali. Data l’assenza di confini nel mondo digitale, sembra opportuno pensare ad una tassazione che riesca a seguire questa tendenza, e che configuri un modello comune di tassazione per i prodotti dell’economia digitale, tenendo conto della loro specificità intrinseca. Al contempo, l’obiettivo è anche rendere più sicura la tassazione dei profitti, eliminando opportunità di arbitraggio da parte delle aziende attive sul mercato digitale.
 

L’economia digitale è fluida, dinamica, e non ha necessariamente bisogno di una presenza fisica sul territorio per vendere servizi o prodotti. È la peculiarità del web


La Commissione Europea, sulla scia delle proposte avanzate dal Consiglio, ha definito un piano per una «equa tassazione dell’economia digitale», per superare l’incapacità delle attuali norme fiscali. A cominciare da una revisione della definizione di valore aggiunto, che viene ad essere il prodotto di una combinazione di algoritmi, dati degli utenti, ed innovazione, per rendere possibile imporre un’aliquota anche sulla contribuzione dell’utente di internet al profitto della società. La Commissione ha elaborato essenzialmente due proposte, con due distinti gradi di intensità. La prima, la più radicale, prevede che gli stati membri possano tassare i profitti generati nel proprio territorio anche senza la presenza fisica nella loro giurisdizione di una azienda che superi la soglia di 7 milioni di Euro di profitti annuali nello stato membro, o che abbia più di 100 mila utenti in un anno fiscale, oppure che raggiunga più di 3000 contratti per servizi digitali nello stesso periodo. La prima evidente sfida è riuscire a quantificare questi parametri, tenendo in conto che negli intenti della commissione sarebbe sufficiente che una condizione sia soddisfatta per essere sottoposti allo speciale regime di tassazione digitale. Questa forma di imposizione potrebbe essere quindi inclusa in un’eventuale progetto di una soglia minima di tassazione comune per i grandi gruppi multinazionali, che riesca a ridurre la concorrenza fiscale al ribasso tra i Paesi membri dell’Unione. L’altra proposta, un’alternativa meno altisonante, si limiterebbe ad una tassazione ad interim, tesa a limitare la frammentazione dei regimi fiscali, e a fornire immediati flussi di cassa per alcune attività di commercio online che attualmente non sono soggette a alcun tipo di tassazione (dalla vendita di spazi pubblicitari online, alla vendita di dati degli utenti per offrire contenuti ad hoc), fino al momento in cui uno schema più completo di tassazione potrà essere definito. In questo caso, gli stati membri in cui gli utenti vivono sarebbero in grado di raccogliere le tasse per aziende di grandi dimensioni, lasciando prive di tassazione le aziende di minori dimensioni, come le start-up, nell’ottica di favorirne l’espansione. Come mostra la recente decisione della Commissione nei confronti di Google, accusato di aver favorito i propri servizi di acquisto comparato alle spese dei concorrenti, grazie ad una posizione dominante sul mercato, l’attenzione rivolta al mondo dell’economia digitale è in continua crescita. Non solo perché c’è il rischio che vengano poste in essere pratiche lesive della concorrenza; ma anche perché il digitale rappresenta un settore in crescita, e che tassato potrebbe conseguentemente far crescere gli introiti per i governi, che avvertono il peso della tecnologia sul welfare state nel fare i conti con l’impatto dell’automazione sull’occupazione meno qualificata. Tuttavia, la strada è in salita: è poco credibile che l’unanimità possa essere raggiunta in Consiglio su una proposta simile, quando la tassazione è ancora occasione di competizione al ribasso tra gli stati membri, come il caso dell’Irlanda dimostra.

Leonardo Zanobetti

FOCUS SLOVACCHIA Le Idi di Marzo

Non è Giulio Cesare, né ha fatto la sua brutta fine – quella, purtroppo, è toccata a un giovane reporter. Ma questo marzo ha segnato la fine del suo governo. Si tratta del Primo Ministro slovacco Robert Fico (da pronunciare Fitso, scongiurando omonimie con novelli politici italiani), che il 13 marzo ha rassegnato le proprie dimissioni. Ciò è avvenuto in seguito a un grosso scandalo scoppiato il 22 febbraio scorso, con l’uccisione del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata Martina Kusnirova. La colpa del 27enne slovacco è stata l’aver portato alla luce quella che sembra una vera e propria rete di affari che unisce l’attuale governo a un clan della ‘ndrangheta trapiantato in Slovacchia. Il migliore modo per farsi un’idea della portata dell’inchiesta che è stata fatale a Kuciak è leggerla. Lo si può fare qui, nella versione tradotta in italiano. La storia ha gli elementi tipici della biografia di una delle organizzazioni criminali più diffuse e ricche al mondo: la struttura di un clan, riciclo di denaro, agganci con politici del luogo dove si svolgono gli affari, scambi di favori e metodi mafiosi per ottenere ciò che non si può comprare. Tutto ciò ambientato in Slovacchia, e con un interesse poco ortodosso per i sussidi dell’Unione Europea al settore agricolo e energetico. La ‘ndrangheta non è nuova in Slovacchia, e non è nuovo soprattutto il clan dei Vadalà, al centro della vicenda. In particolare, Antonino Vadalà, uno dei membri, vive in Slovacchia dal 2003, dove è ufficialmente imprenditore in campo energetico e ha fondato Gia Management con tale Mária Trošková (che nel CV vantava persino una finale al concorso di Miss Universo). Quest’ultima ha poi lasciato il socio calabrese nel 2011 per lavorare come assistente parlamentare di Viliam Jasaň, deputato dello SMER, il partito di Fico. Jasaň è poi diventato Capo della Sicurezza del Paese e la sua assistente è invece passata a lavorare direttamente per il Primo Ministro. Le ragioni di questi avanzamenti di carriera sono sconosciute. I legami di Jasaň con Vadalà sono stati invece accertati proprio da Kuciak, seppur sempre smentiti ufficialmente. La sua testa però è stata la prima a cadere dopo l’omicidio e lo scoppio delle proteste in tutto il paese. Sono seguite anche le dimissioni della Trošková e, più inaspettatamente, del ministro della cultura Marek Madaric – per motivi etici dice lui, visto che nelle indagini non è mai stato coinvolto. L’ultimo a mollare è stato il Premier Fico, che ha provato in tutti i modi a resistere, tirando in ballo anche un cavallo di battaglia molto gettonato nel Gruppo di Visegrad: "è colpa di Soros". Tu quoque, Robert! Non è comunque servito a granché, visto che lo stesso Presidente della Repubblica, Andrej Kiska, ha chiesto a Fico di fare un passo indietro.
 

L’ultimo a mollare è stato il Premier Fico, che ha provato in tutti i modi a resistere, tirando in ballo anche un cavallo di battaglia molto gettonato nel Gruppo di Visegrad: "è colpa di Soros"


Dopo aver rimesso l’incarico, le proteste sono andate avanti in tutto il paese per chiedere nuove elezioni, fino a coinvolgere circa 50 mila persone secondo il quotidiano Dennik N. Come se non bastasse, anche alcuni alleati di governo hanno dimostrato diversi malumori (SMER governa in coalizione con Partito Nazionale Slovacco, Most-Hid, e La Rete). Il Primo Ministro ha però dettato le condizioni del suo addio: no alle elezioni anticipate e semplice rimpasto di Governo. E cosi è stato. Kiska ha dato il mandato di costituire un nuovo Governo a Peter Pellegrini, vice di Fico e del suo stesso partito. La lista dei ministri da lui sottoposta non è stata accettata dal Presidente, che lo ha costretto a modificarla. Dirimente è stata la scelta del Ministro degli Interni, su cui graverà la spinosa gestione delle indagini sull’omicidio di Kuciak e della sua compagna. La scelta accettata da Kiska è quella che vede il ruolo affidato a Tomas Drucker, scelta non partitica e che può garantire indipendenza. Il nuovo esecutivo ha incassato la fiducia del Parlamento il 26 marzo. E se gli affari governativi sembrano essersi assestati, sul fronte della giustizia e della trasparenza tutto resta ancora aperto. Le manifestazioni non si sono ancora fermate e lo SMER sta progressivamente perdendo consensi - è passato dal quasi 45% del 2012 al 28,3% del 2016, e anche le regionali a novembre 2017 non sono andate benissimo. La polizia slovacca nel frattempo sta portando avanti le indagini e ha già compiuto diversi arresti. Tra questi anche Antonino Vadalà, ma ufficialmente per traffico di droga. Ciò che è certo è che la morte di Kuciak getta pesanti ombre sullo stato della democrazia slovacca, rafforzando così i dubbi sulla convivenza tra Unione Europea e le democrazie poco liberali del blocco di Visegrad. 

Matteo Gori

 

CALENDARIO In Europa, a marzo
1 marzo ► La nomina a Direttore Generale della Commissione dell’ex-capo di Gabinetto di Jean-Claude Juncker, Martin Selmayr, ha suscitato perplessità all’interno delle istituzioni europee. Il Parlamento ha presentato 134 interrogazioni sulla sua nomina, che appare conforme alle norme, ma che per la sua celerità e sostanziale assenza di rivali ha suscitato malumori. La Commissione ha confermato la regolarità del processo di nomina con un documento di oltre 80 pagine. 
2 marzo ► Se il piano di dazi sulle importazioni previsto da Donald Trump dovesse essere esteso all’Unione Europea, la Commissione sembra intenzionata ad applicare tassazione ad hoc su una serie di prodotti, come i blue jeans.
13 marzo ► I membri dell’Unione Europea sembrano intenzionati a supportare l’azione del Regno Unito contro la Russia, dopo l’uccisione di una ex-spia di Mosca in Inghilterra. Tuttavia, la posizione dell’Unione Europea non sembra essere ancora chiara.
22 marzo ► Le elezioni municipali nei Paesi Bassi vedono il partito xenofobo guidato da Geert Wilders, il PVV, vincere seggi in ciascuna delle 30 municipalità in cui è candidato (erano 2 sole quattro anni fa, e in queste ha registrato un calo di voti). Bene i Verdi a Amsterdam, primo partito, così come a Nijmegen.
23 marzo ► Dopo una due-giorni di incontri tra i capi di governo dei 19 membri dell’Eurozona, l’Eurogruppo non ha registrato sostanziali progressi sul tema dell’unione fiscale, ma ha convenuto sull’obiettivo di completare l’unione bancaria entro il prossimo Giugno.
26 marzo ► Il fuggitivo ex-presidente della Catalogna, Charles Puigdemont, è stato arrestato in Germania, dopo essere fuggito in Belgio a seguito del referendum tenuto nella sua regione per la proclamazione dell’indipendenza, osteggiata dal governo spagnolo. È accusato di crimini costituzionali in Spagna legati alla consultazione.

 

SPUNTI per l'Europa
The Economist Why Brussels is so obsessed with Martin Selmayr
Financial Times Young unemployed Europeans split on whether to move for work
la Repubblica Il vero volto della Francia sui confini
Pew Research Centre 5 ways Americans and Europeans are different


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