L’Ucraina e la lunga strada verso la stabilità

Guerra civile tra interessi geopolitici e cambi di potere

Con più di cento morti e migliaia di feriti, la settimana che si è appena conclusa in Ucraina è stata una delle più atroci e sanguinarie dall’inizio delle proteste in novembre, ovvero da quando Viktor Janukovyč – ormai ex presidente del paese – rifiutò di siglare un accordo di associazione con l’Unione Europea. Il sangue versato ha portato però nuovi e interessanti sviluppi a livello politico.
Nella giornata di venerdì, grazie alla mediazione dei ministri degli esteri di Germania, Francia e Polonia, si era giunti ad un accordo tra Janukovyč e i rappresentanti delle opposizioni per fermare le violenze dilaganti, i cui punti salienti si possono sintetizzare in: elezioni politiche anticipate, ritorno alla costituzione del 2004 (che limitava i poteri del Presidente in favore del Parlamento) e formazione di un governo di unità nazionale. Purtroppo i cambiamenti in corso d’opera non hanno evitato all’ex capo di Stato ucraino la rimozione dall’incarico, avvenuta sabato col voto di impeachment del parlamento che ha contestualmente ordinato la scarcerazione della leader della Rivoluzione Arancione Julija Tymošenko.

La “Giovanna d’Arco di Kiev”, come ama definirsi, è stata liberata dall’ospedale di Kharkiv nel quale era ricoverata per gravi problemi alla schiena, e si è subito diretta in piazza Maidan, luogo simbolo della protesta di questi mesi. Condottiera in lacrime, nonostante sia costretta forzatamente sulla sedia a rotelle, la Tymošenko sembra aver cancellato dieci anni di prigionia in due ore, il tempo necessario per raggiungere in elicottero la capitale ed essere accolta da un bagno di folla senza precedenti. «Nessuna goccia di sangue versato verrà dimenticata» ha annunciato l’ex premier visibilmente emozionata, continuando ad arringare la folla al grido di “Ucraina libera!”.
Nel frattempo il parlamento ha nominato come nuovo presidente ad interim Oleksandr Turčinov, ex capo dei servizi segreti e fedelissimo della Tymošenko, rimuovendo contestualmente dall’incarico l’ex ministro dell’interno, additato come responsabile dei giorni di guerra civile a Kiev, l’ex ministro degli esteri, uomo di riferimento di Mosca nei rapporti tra i due paesi, e l’ex presidente della Verchovna Rada, entrambi vicini a Viktor Janukovyč.
Il governo di unità nazionale che si formerà a breve avrà il compito di traghettare il paese fino alle elezioni del 25 maggio, dove si avrà la tanto attesa svolta legittimata dal voto popolare. E dove, probabilmente, si assisterà ad un ritorno al potere della pasionaria arancione.

In tutto questo caos istituzionale, che fine ha fatto Janukovyč? La tregua firmata venerdì con i leader dell’opposizione col beneplacet internazionale, che nei piani dell’ex premier doveva servire a mantenere il potere sino a dicembre (e forse oltre), non ha sortito gli effetti sperati. Nella stessa giornata Janukovyč ha trovato anche il tempo di congratularsi con le atlete di biathlon per la prima medaglia d’oro ucraina alle olimpiadi di Sochi, lodando la loro “forza e volontà di vincere”.
Quegli stessi sentimenti non sono però bastati al politico filorusso per mantenere il controllo del paese ma la consapevolezza dell’avvenuta sconfitta è stata recepita tardivamente. Come Nicolae Ceauşescu – il dittatore romeno che, anche dopo la cattura nel dicembre 1989, continuava a credere nella sua vittoria – Janukovyč ha continuato a vivere in un’illusione dorata, sospesa nel tempo, che è stata infine sopraffatta dalla realtà dei fatti. In un’intervista televisiva rilasciata sabato a Kharkiv, seconda città ucraina nonché roccaforte votata a Mosca, l’ex premier sottolineava con forza la sua volontà di non dimettersi e di non abbandonare il paese, paragonando gli avvenimenti di questi mesi ad un gigantesco colpo di stato simile a quello che portò al potere i nazisti negli anni Trenta del secolo scorso. Piccolo particolare: l’annuncio è stato pronunciato in russo invece che in ucraino. Una velata richiesta d’aiuto a Putin, un save our souls che ben poco ha di spirituale. Da allora non vi è più traccia di Janukovyč, e sono tante le voci ufficiose che si rincorrono sul suo conto. Intanto il parlamento ucraino ha emesso un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti per i crimini commessi nei confronti della popolazione.

Il collasso improvviso del governo amico rappresenta per Putin un’importante battuta d’arresto nel tentativo di rinforzare i legami politici ed economici col paese e tenerlo quindi a distanza di sicurezza dalla sfera di influenza europea. L’Ucraina è da sempre considerata un alleato fraterno in virtù della sua tradizione socioculturale ed indipendentemente dal colore del governo al potere: l’influenza russa rimane forte in Crimea, dove è di stanza la flotta russa nel Mar Nero e dove vive buona parte della comunità di etnia russa che guarda con sdegno ai cambiamenti politici recenti. In virtù di ciò si teme che Putin possa sfruttare questi fatti come pretesto per raddrizzare la piega che hanno preso gli eventi, intervenendo anche militarmente.
Il presidente russo non è infatti nuovo ad azioni di questo tipo: nell’agosto del 2008, in seguito all’invasione da parte della Georgia dell’Ossezia del Sud – una regione autonoma del suo territorio che confina a nord con la Russia e che da tempo rivendicava il riconoscimento della sua indipendenza – l’esercito della Federazione russa rispose con un intervento militare rapidissimo ai limiti della pulizia etnica.
La paura di un nuovo intervento è così palpabile che Susan Rice, consigliere di Obama per la sicurezza nazionale, ha affermato in un’intervista televisiva che l’uso della forza da parte del Cremlino «sarebbe un grave errore». Indipendentemente da come risponderà la Russia, è certo che le relazioni con gli Stati Uniti e l’Ue non possono che diventare ancora più tese. Vladimir Putin non ha ancora rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale ma è chiaro che abbia seguito la vicenda in prima persona: il ministero degli affari esteri russo ha infatti postato di recente una fotografia su Twitter raffigurante una statua della Seconda Guerra Mondiale abbattuta a Leopoli, città occidentale del paese, commentando con un lapidario “Nazis comeback”. Per tutta risposta, il parlamento ucraino ha abrogato la legge approvata appena due anni fa che aveva fatto diventare il russo lingua ufficiale in metà del paese.

E mentre la Tymošenko accetta l’offerta di Angela Merkel per farsi curare in Germania, il ministro delle finanze britannico promette un aiuto concreto al paese per il tramite del Fondo Monetario Internazionale. Tentativi, questi, mossi dall’UE per mascherare una forte confusione tanto sugli obiettivi da raggiungere quanto sulla politica estera comune tout court: basti pensare che l’accordo citato all’inizio tra Janukovyč e l’opposizione è stato mediato dai ministri di tre paesi, scavalcando la poco apprezzata baronessa Ashton, nominalmente ministro degli esteri europeo.
Strattonata da est e da ovest, ma senza troppa convinzione, l’Ucraina di oggi rischia la scissione politica e territoriale, con la Crimea che non esiterebbe un secondo a tornare sotto l’egida del Cremlino. Senza dimenticare terzi incomodi come la Cina, che sta sperimentando il land grabbing anche in Europa e ha rivolto le sue mire espansionistiche sulle immense pianure agricole ucraine. Considerazioni, queste, subordinate ovviamente all’esito dell’elezioni di maggio quando, con tutta probabilità, il cielo sarà nuovamente arancione sopra Kiev.


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