L’odissea post-mortem del martire Arafat

L’ombra del polonio sulla scomparsa dell’ex leader palestinese

Così come la nascita ed altre tappe salienti della sua vita, anche la morte di Yasser Arafat sembra essere avvolta nel mistero, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa. Secondo uno studio condotto dagli scienziati dell'Institut de Radiophysique dell’Università di Losanna il defunto leader palestinese, nonché figura di spicco del panorama politico internazionale, potrebbe essere stato avvelenato con del polonio radioattivo. I test dei medici forensi hanno rilevato che i resti dell’ex presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, compresi effetti personali (vestiti e spazzolino da denti in particolare), contenevano livelli di polonio-210 diciotto volte superiori alla media. Il rapporto ha riacceso i riflettori sui sospetti, in realtà mai sopiti, relativi alla sua morte e alle teorie complottiste che intravedono tra i possibili mandanti lo Stato di Israele o altri oppositori palestinesi che vedevano in lui un ostacolo al raggiungimento della pace.

Non c’è però da stupirsi, poiché il seme del dubbio nei confronti dei fatti legati alla vita politica musulmana sembra possedere fondate radici storiche. «Gli avvelenamenti nella storia dell’Islam non sono né ben definiti né ben documentati» – scrive Penelope Johnstone nell’Encyclopædia of Islam – tuttavia «l’attenzione data agli antidoti e all’identificazione dei veleni porta a pensare che quest’ultimo abbia nella vita politica del mondo islamico un ruolo più importante di quanto si creda». A cominciare dalla teoria secondo cui il profeta Maometto sarebbe morto nel 632 avvelenato da un’ebrea ben tre anni prima, tesi a dire il vero sostenuta esclusivamente da integralisti ed estremisti islamici.
È comunque costume diffuso nel mondo musulmano evocare il veleno per fondare la tesi di complotto dietro alla morte di una personalità pubblica. Il 28 settembre 1970 il presidente egiziano Nasser morì di infarto, stremato da estenuanti negoziazioni con i leader arabi riuniti al Cairo per imporre la fine del massacro dei palestinesi in Giordania. Poco tempo dopo si diffuse la voce che in realtà Nasser fosse morto per le conseguenze di una pomata avvelenata cosparsa sulle sue mani dai medici sovietici durante un ricovero a Mosca.

Tornando ad Arafat, già due anni fa Al Jazeera aveva manifestato l’intenzione di indagare sulle cause della morte del leader palestinese, ma decise di posticipare il progetto a causa delle rivolte scatenatesi nel mondo arabo. La recente pubblicazione del rapporto ha nuovamente concentrato l’attenzione internazionale sul killer silenzioso.
Scoperto da Marie Curie alla fine dell’Ottocento, ma quasi sconosciuto agli occhi della comunità internazionale per più di un secolo, il polonio è oggigiorno apprezzato per la sua “discrezione”  nell’uccidere: non solo non viene percepito dai rilevatori a raggi beta e gamma, ma i suoi effetti sul corpo umano sono difficili da identificare, rendendolo una discreta e insidiosa tossina. Il caso più famoso nella storia recente riguarda Alexander Litvinenko, un ex agente dei servizi segreti russi diventato in seguito un dissidente in esilio nel Regno Unito. La sua morte nel 2006 sembra infatti imputabile all’avvelenamento da polonio per mano di due agenti del KGB con i quali Litvinenko si era incontrato in un bar di Londra pochi giorni prima del decesso.

L’elemento non è ad ogni modo un’arma utilizzabile da qualsiasi sicario, in quanto è possibile produrlo artificialmente solo all’interno dell’industria nucleare e, in ogni caso, è necessaria una considerevole esperienza scientifica per maneggiarlo con cura, appannaggio esclusivo delle potenze nucleari.
Dai campioni prelevati dal corpo del leader palestinese, gli scienziati hanno supposto, con una certezza dell’83%, che Arafat sia stato avvelenato con l’elemento radioattivo. Questo, riferisce Al Jazeera, costituisce un «supporto moderato» all’ipotesi di morte causata dal polonio. Nonostante il team di esperti svizzeri mantenga una certa pacatezza, Dave Barclay, ricercatore forense specializzato nella valutazione di prove fisiche nei casi di omicidio, sostiene con convinzione la tesi dell’avvelenamento. Egli afferma che le probabilità che Arafat abbia ingerito per caso la quantità critica di polonio sono veramente esigue, ancor di più se si pensa che tutto ciò che l’ex leader assumeva per via orale apparentemente veniva controllato.

Dall’altra parte, un nutrito coro di voci contro l’ipotesi di complotto si è sollevato negli ultimi giorni, lamentando che l’intervallo di tempo intercorso tra il decesso e le analisi sui resti lascia notevoli margini di ambiguità.
Uno dei pomi della discordia è legato al cosiddetto periodo di dimezzamento, ovvero il periodo nel quale tutti gli isotopi radioattivi si decompongono in altri elementi. Per il polonio-210 il periodo è di circa 138,4 giorni: dopo un periodo di dimezzamento, la metà del polonio si decompone, dopo due periodi ne rimane un quarto, e così via. Essendo trascorsi 19 periodi di dimezzamento tra la morte di Arafat e l’analisi dei suoi effetti personali, la percentuale di materiale residuo dovrebbe essere molto piccola, intorno allo 0,0004% per quanto riguarda le ossa.
Un altro punto di attrito concerne le unità di misura, in particolare il milliBecquerel (mBq), che già di per sé è un’unità molto piccola, tant’è che i livelli di mBq sono situati alle più basse quote di rilevamento, se non all’interno del margine di errore delle attrezzature scientifiche. Secondo la maggior parte degli standard utilizzati, la quantità di 900 mBq menzionata nel rapporto è quindi alquanto insignificante.
Infine una preoccupazione espressa anche nel rapporto stesso riguarda la possibile alterazione e manomissione delle prove analizzate. Non vi è, infatti, alcuna certezza che gli effetti personali di Arafat siano rimasti incontaminati dal 2004 al 2013.
L’unica cosa certa è che i dubbi sulla morte di Yasser Arafat continueranno ad alimentare il suo mito. Finché non si avranno delle prove estremamente certe sulle cause del decesso, supportare l’una o l’altra ipotesi rimane un vacuo esercizio dialettico, un mero vezzo intellettuale tra chi vuole lasciarsi il passato alle spalle e chi pretende che l’ex presidente diventi un martire universalmente riconosciuto.


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