L'immigrazione divide l'Europa (ancora) | Eureka

Il governo italiano canta vittoria, ma cosa è cambiato veramente?

«Ovviamente no. Non siamo un Paese di primo approdo, a meno che le persone non si lancino con un paracadute». Sebastian Kurz, primo ministro austriaco, rispondendo a chi chiedeva se l'Austria ospiterà i nuovi centri per l'identificazione dei migranti.

Il 28 e 29 giugno a Bruxelles si è riunito il Consiglio Europeo, dando prova della sua inconcludenza decisionale, meglio nota anche come la declinazione europea della scoperta dell’acqua calda. I Capi di Stato infatti si riservano di decidere delle questioni più urgenti e importanti nel modo meno democratico possibile, ovvero riconoscendo a ognuno il diritto di veto. Emblematica è stata la nonchalance con cui è stato stracciato il buon accordo basato su un principio di solidarietà che il Parlamento Europeo aveva approvato sulla tanto vituperata riforma del Regolamento di Dublino. Si sapeva benissimo infatti che l’unanimità sarebbe stata impossibile, visto che norme come la redistribuzione obbligatoria non vanno giù al blocco di Visegrad. Ma la cosa sconcertante non è la loro posizione politica, quanto il fatto che l’attuale assetto decisionale europeo gli permetta di bloccare (e non far nemmeno discutere) una riforma che aveva la maggioranza della camera eletta dai cittadini europei. Il comportamento del nuovo governo italiano ha dettato l’agenda. A poche settimane dal suo insediamento, non ha tardato a farsi sentire sulla questione migratoria. Tra un hashtag e l’altro, la scelta del Ministro dell’Interno e del Ministro delle Infrastrutture, è stata irremovibile: chiudere i porti alle ONG cariche di migranti recuperati nel Mar Mediterraneo. Il dibattito sul fatto che “fisicamente” lo sbarramento sia avvenuto o solo annunciato, che il diritto internazionale o le leggi vigenti lo permettessero è diventato quasi irrilevante perché il successo di tale decisione è stato ampiamente rivendicato in vicende come quella della nave Aquarius e analoghe imbarcazioni, sparigliando le carte del meeting di Bruxelles.

Tutti i leader erano ben determinati a portare a casa un risultato di cui gioire in patria. La Germania alle prese con un crescente malcontento nella Koalition per le aperture della Merkel a una maggiore solidarietà, la Francia bisognosa di affermare una qualche leadership, il blocco di Visegrad che non vuol sentir parlare di obblighi o vincoli sulla distribuzione dei rifugiati (conciliarli altrimenti con certe leggi nazionali tipo quella ungherese sull’immigrazione sarebbe impossibile), l’Italia che pretende, non a torto, che venga cambiato il Regolamento di Dublino. Era tuttavia impossibile, visto il sistema collegiale di decisione, ottenere più di un compromesso al ribasso, che oltre a tanti bei principi (scritti nero su bianco, per carità) non offre soluzioni concrete e stabili alla gestione del fenomeno.

Tra auspici e rinvii il bilancio è presto fatto: nulla cambierà, per ora.

Tra auspici e rinvii il bilancio è presto fatto: nulla cambierà, per ora. Ciò che viene definito come volontario non lascia speranze sull’effettiva realizzazione. Il principio che si tratti di una sfida per l’Europa tuttanon trova conferma nelle misure decise, che invece dimostrano come la solidarietà non sia di casa al Consiglio Europeo. Il sistema stabilito a Dublino resta così immutato e vengono scoraggiati gli spostamenti secondari. È quasi pleonastico ribadire che i Paesi più vessati rimangono quelli “di primo approdo” (Italia, Spagna, Grecia). Su un punto fondamentale sono stati però tutti d’accordo: delegittimazione del lavoro delle ONG e supporto alla Guardia Costiera libica. E se da un lato il rispetto delle leggi è un principio sacrosanto, dall’altro sono più preoccupanti le conseguenze a cui può portare l’appalto del contenimento dei flussi alla Guardia Costiera libica, il cui modus operandi lascia molto perplessi dal lato dei diritti umani.

In ogni caso, c’è stata l’affermazione dell’esternalizzazione della gestione dei flussi, in Libia alla Guardia Costiera locale e in Turchia al governo di Erdogan. Legittimo credere che questa possa essere la soluzione. Ma non è accettabile ignorare le condizioni dei campi in cui i partenti vengono detenuti. Perché qualsiasi soluzione politica che trascuri il lato dei diritti umani non è che inettitudine. E l’inettitudine qualifica i governanti come irresponsabili, quindi inadeguati e pericolosi. Inoltre, questa strategia necessiterebbe di un’altra parte per essere completa: la stabilizzazione politica dei paesi di partenza. È questo l’obiettivo chiave per cui le istituzioni europee dovrebbero prodigarsi. Più facile a dirsi che a farsi, ma impegnarsi su obiettivi di minor livello non darà gli stessi benefici duraturi. L’Unione Europea fa e può fare molto in tal senso. Quanto ha deciso il Consiglio Europeo da questo punto di vista può andare nella giusta direzione. Incrementare la dotazione del fondo fiduciario per l’Africa ha senso solo se la maggior parte dei fondi saranno destinati più a politiche di sviluppo che a foraggiare i respingimenti della Guardia Costiera (anche se l’impressione è che sarà il contrario). Creare invece piattaforme di dis-imbarco nei Paesi di transito dove vagliare le richieste di asilo prima dell’arrivo sulle coste europee può avere senso solo se queste fossero controllate e gestite a livello europeo. Ma anche qui, la decisione definitiva è stata rimandata. Qualche buon punto di partenza c’è, ma il meccanismo decisionale che sta alla base del Consiglio si dimostra nel complesso incapace di elaborare proposte adeguate ai problemi in maniera esaustiva o almeno guardando oltre l’emergenza. L’ultimo Consiglio non ci consegna che un insopportabile e inutile stallo. 

Matteo Gori

 


CALENDARIO In Europa, a giugno
6 giugno ► La Commissione Europea ha annunciato l'introduzione di dazi in risposta a quelli introdotti dagli Stati Uniti che colpiscono acciaio e alluminio europeo e minaccerebbero l'UE per oltre 6 miliardi. 
6 giugno ► La Commissione Europea annuncia un altro importante passo verso l'unione delle telecomunicazioni: la proposta, pronta per essere inclusa in una direttiva più ampia che tocchi anche il nuovo sistema 5G, è quella di fissare dei tetti per chiamare un operatore estero nella UE, ad un anno dall'abolizione dei costi di roaming.
13 giugno ► Il primo ministro olandese, Mark Rutte, in un discorso al Parlamento Europeo, ha rimarcato il proprio convincimento per un'Europa che prima di tutto si concentri sul mercato unico e sul commercio internazionale, oltre che sulla stabilità di bilancio.
17 giugno ► In uno storico accordo tra Grecia e l'ormai ex-FYROM, quest'ultima ha accettato di prendere il nome di Macedonia del Nord, ponendo fine ad una trentennale frizione con la repubblica ellenica e potendo così aspirare all'ingresso nella UE e nella Nato.


SPUNTI per l'Europa
Econopoly Il Sole 24 Ore Tutta colpa dell'Euro. O forse no
Politico How Draghi lost Italy
Il Foglio Nonostante i problemi, l'UE è un modello per il mondo


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