L'essenza della Francia | Eureka

L'attivismo sul piano internazionale di Macron si scontra coi malumori interni alla Francia

«Se pensa che la benzina sia troppo cara, venda il 4x4 e si compri un’automobile più piccola». Pascal Cafin, direttore del WWF, nel rivolgersi alla portavoce dei gilets jaunes, Jacline Mourault.

 

Tra le molte immagini che documentano le commemorazioni per il centenario dell’Armistizio del 1918, ce n’è una particolarmente significativa. L’atmosfera è quella di un pomeriggio greve e piovoso a Rethondes, nel dipartimento dell’Oise, in Hauts-de-France. Nel luogo in cui fu siglato l’Armistizio, si vedono il presidente francese, Emmanuel Macron, e il cancelliere tedesco, Angela Merkel, stringersi la mano davanti alla lapide commemorativa. L’immagine, condivisa su Twitter dal presidente francese, è accompagnata da una sola parola: uniti. È la prima volta che il presidente francese e il cancelliere tedesco si incontrano qui, nel luogo che pose una fine provvisoria al conto dei quasi 19 milioni di caduti della Prima guerra mondiale.

Il giorno seguente, le commemorazioni dell’Armistizio a Parigi hanno raccolto più di 70 capi di stato e di governo. Parlando di un mondo “all’alba di una nuova epoca”, con toni a tratti moraleggianti, ha descritto equilibri, speranze, paure. Ha riaffermato il ruolo della Francia come portatore di un’etica politica forte e decisa, in contrasto alle derive delle “contre-vérités”, delle false verità. Come in molti altri discorsi, ha incoraggiato il sentimento europeo. Tuttavia, a distanza di quasi un anno e mezzo dalla propria elezione, in molti avanzano dubbi sulla capacità del presidente francese di mettere in pratica questi progetti di europeismo.

Ma dalle divise militari, la Francia è passata in un attimo ai gilet jaunes. Dalle immagini di unità internazionale a quelle di divisione interna. Un movimento spontaneo, disordinato, ma portatore di un risentimento forte e radicato, bardato di gilet gialli come nuovo simbolo del martirio civile ha esposto in maniera evidente l’ennesima frattura sociale del nostro tempo, quella tra le periferie e i centri urbani. Il dissenso contro il piano del governo di innalzare le prix de l'essence, le accise sui carburanti, fino a 30 centesimi al litro ha fatto infuriare quei francesi che dipendono dalla macchina per recarsi a lavoro. In un Paese con una relativamente bassa densità abitativa, vivere nella Francia rurale significa dipendere fortemente dagli spostamenti in automobile. Vivere in campagna significa non avere un accesso affidabile al trasporto pubblico, e figuriamoci ai progetti di smart mobility di Parigi o Lione.
 

La protesta dei gilet gialli è l’ennesimo segnale che, sul fronte interno, la presidenza di Macron è sempre più in difficoltà


La protesta dei gilet gialli è l’ennesimo segnale che, sul fronte interno, la presidenza di Macron è sempre più in difficoltà. Non è solo una protesta contro l’aumento delle accise, che fa seguito di poco ad altre proteste per l’abbassamento del limite di velocità sulle strade extraurbane – secondo il governo, un modo per ridurre il rischio di incidenti, ma secondo gli utenti l’ennesimo escamotage per rimpinguare le casse con le multe per eccesso di velocità. Un calo dei consensi è normale, ad un anno e mezzo dall’elezione. Meno scontato è cominciare a perdere consensi in modo sensibile a due mesi dalle elezioni. Il sostegno alle proteste è in aumento, con il 72 percento dei francesi delle aree rurali che vede le proteste come “motivate”. Soprattutto tra i simpatizzanti del Rassemblement national di Le Pen e de La France insoumise di Melenchon.

In fondo, il calo dei consensi verso le président des riches, come spesso Macron è definito dagli oppositori, è motivato anche da una serie di incidenti che hanno segnato il suo mandato fino ad adesso. Dallo scandalo della guardia del corpo che, spacciandosi per un agente della gendarmeria, si avventa sui manifestanti, alle dimissioni di undici tra ministri e sottosegretari del governo di Édouard Philippe. Tra questi, il ministro dell’interno Collomb e il ministro della transizione ecologica Hulot, l’uno un sostenitore della prima ora, l’altro fondamentale alla strategia ambientalista di Make our planet great again. E poi la riforma dell’azienda ferroviaria pubblica, la SNCF, che prima di essere approvata ha visto il Paese vittima di scioperi a singhiozzo che hanno paralizzato il Paese per tre mesi. La decisione di proseguire sulla strada della riforma del prelevamento delle imposte alla fonte, voluta da Hollande, e la riforma del Codice del lavoro hanno poi provocato lo scontento degli imprenditori e dei lavoratori dipendenti in egual misura.

Il ritmo serrato delle riforme, garantito da una solida maggioranza all’Assemblea Nazionale e al Senato, consente per adesso a Macron di poter tirare dritto, nonostante lo scontento. Il problema principale è che le riforme sociali e strutturali promosse hanno un orizzonte piuttosto lungo per i tempi della politica: i primi veri risultati macroeconomici si otterranno tra poco più di un anno, a metà mandato. Qualche segnale, però, appare già: secondo l’OCSE, la maggior flessibilità del mercato del lavoro, unitamente agli incentivi fiscali e all’enfasi sulla riconversione della forza lavoro tramite la formazione continua volute da Macron, stanno sostenendo la crescita, adesso intorno all’1.5 percento. Procede anche il calo della disoccupazione, sia su base annuale che trimestrale. E la Francia sale anche nelle classifiche di attrattività per gli investimenti, complice anche l’uscita del Regno Unito dall’UE.

Eppure, con la decisione di postporre l'introduzione dell'aumento delle accise, arrivata dopo le sconcertanti violenze e devastazioni di inizio dicembre, Macron sembra aver dato prova di non essere più pienamente capace di imitare il determinismo di Margaret Thatcher. Cedendo sul rialzo delle accise, Macron ha mostrato, forse per la prima volta, di non essere in grado di applicare nella sua interezza il proprio ambizioso programma di rinnovamento della Francia. Il rischio, per Macron, è che il processo di riforme, più rapido rispetto al conseguimento di risultati, contribuisca ancora di più a alienare l’elettorato delle campagne, dei ceti medio-bassi, dei piccoli imprenditori. Le elezioni europee del 2019 sono prossime, e Macron non ha ancora sciolto le riserve su come si presenterà all’appuntamento elettorale. Ma nella deriva nazionalista, la retorica di sovranità europea del presidente francese continua ad essere una delle poche forze liberali.

Leonardo Zanobetti

 


CALENDARIO In Europa, a ottobre
19 novembre ► Francia e Germania hanno avanzato la proposta di un budget comune per l'Eurozona a partire dal 2021.
25 novembre ► Accordo raggiunto tra la Commissione europea e il governo britannico sui termini dell'uscita del Regno Unito dalla UE. Con tempismo perfetto, il Tesoro pubblica delle stime su una bozza di accordo precedente che vedono il PIL calare fino al 3.9% in 15 anni. Resta da attendere l'11 dicembre per l'approvazione in House of Commons.
27 novembre ► Un'altra manovra senza nuovo debito per la Germania, che probabilmente raggiungerà il limite del 60% tra debito e PIL nel 2019.
29 novembre ► Il ministro delle finanze tedesco, Olaf Shcolz, ha invitato i francesi a rendere il loro scranno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite un seggio dell'UE, nel contesto di Brexit
.


SPUNTI per l'Europa
The Guardian How populism became the concept that defines our age
Financial Times Why Italy's economy is stagnating
The Guardian Macron warns of rising nationalism as world leaders mark armistice


Commenta