L’Egitto al voto tra speranza e illusione

Un nuovo documento costituzionale per consolidare il potere dell’esercito

L’inizio del 2014 rischia di mescolare nuovamente le carte del già complesso quadro politico ed istituzionale dell’Egitto post-Morsi, a poco meno di sei mesi dalla destituzione dell’ex presidente, esponente ed interprete dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani. Il 14 e 15 gennaio, infatti, gli egiziani hanno votato per il referendum sulla nuova Costituzione: stando ai primi dati forniti dal generale Abdel Fattah Osman (direttore delle pubbliche relazioni al Ministero dell’Interno) e riportati dall’agenzia Reuters, più della metà degli aventi diritto si è recata alle urne, con oltre il 90% di “sì” nei seggi già scrutinati.
Tali percentuali bulgare non devono però cogliere di sorpresa: il popolo egiziano continua ad appoggiare in maniera convinta l’esercito autore del recente golpe, il quale ha nondimeno represso duramente ogni tentativo di campagna a favore del “no”. I Fratelli Musulmani e il partito Libertà e Giustizia ad essi affiliato hanno infatti scelto la via del boicottaggio piuttosto che spingere gli elettori al voto contrario.

Se da un lato il “quasi” plebiscito a favore del nuovo documento costituzionale non è mai stato messo in discussione, resta da capire, dall’altro, se la carta creerà un Egitto maggiormente democratico e neutrale. La costituzione rappresenta sicuramente un passo in avanti rispetto alle precedenti costituzioni del 1971 e del 2012: troviamo articoli che garantiscono il diritto all’istruzione e all’assistenza sanitaria, altri che affermano la parità dei sessi in campo politico, economico e sociale, altri ancora che accordano una libertà d’espressione maggiore rispetto alla versione del 2012. Vi sono però delle preoccupanti analogie col passato che rischiano di incrinare l’idea di contrat social con la popolazione: nel 2012 i Fratelli Musulmani e i loro alleati sfruttarono la maggioranza elettorale per estromettere altre fazioni e schieramenti dal panorama istituzionale; oggi i liberali laici, le forze armate e tutto l’ establishment militare al potere stanno commettendo lo stesso errore. Il filo conduttore di questo scenario è rappresentato dall’esercito, un’istituzione costantemente presente nella storia del moderno Medio Oriente, e dell’Egitto in particolare.
Dopo il rovesciamento della monarchia nel 1952 per mano di Gamal Abd al-Nasser, infatti, i militari hanno sempre ricoperto ruoli preminenti all’interno delle istituzioni – Mubarak fu generale dell’aeronautica nella guerra del Kippur del 1973 – fungendo anche da potenti aggregatori sociali: la recluta militare è inizialmente collocata in un contesto paritario nel quale viene premiato il merito e l’impegno; essa riceve un alloggio, uno stipendio mensile, cibo e cure mediche, venendo inoltre educata al rispetto civico e alla fedeltà verso la nazione. Il servizio militare contribuisce quindi a forgiare un forte sentimento nazionalista, elemento fondamentale in un Medio Oriente dove la legittimità e credibilità del governo centrale diminuisce drasticamente man mano che ci si distanzia dalla capitale del paese.

Da un punto di vista storico, il nuovo documento incarna lo spirito della costituzione del 1971: ampi poteri al presidente, stato di polizia ed esercito indipendente. Il presidente ha il diritto di nominare il primo ministro, concedendo al Parlamento due tornate di voto per approvare la scelta. Il periodo massimo per formare il governo è di sessanta giorni. Per la prima volta, poi, il Parlamento possiede il potere di rimuovere il Capo di Stato eletto e perseguirlo per crimini specifici legati all'esercizio delle sue funzioni. I deputati possono sfiduciarlo e chiedere elezioni anticipate, se ottengono due terzi della maggioranza o in seguito all’indizione di un referendum popolare.Una norma chiave della nuova costituzione è quella che permette alle forze armate di nominare il ministro della Difesa nei prossimi due mandati presidenziali, permettendo ai militari di bypassare qualsiasi controllo civile per otto anni. Oltre a non prevedere alcuna trasparenza sui bilanci e a non fornire alcun dettaglio sul loro impero economico (molteplici interessi si intrecciano nell’ambito della compravendita di terreni per scopi edilizi o per la costruzione di strade ed altre vie di comunicazione), il nuovo documento non cancella la possibilità per i civili di essere processati nei tribunali militari, misura introdotta durante la presidenza Morsi. Nonostante si cerchi di voltare pagina dopo lo strapotere trentennale di Mubarak, gran parte dei poteri rimangono nelle mani di una singola entità: né un sistema di checks & balances, né tantomeno lo storico principio della divisione dei poteri – tanto caro a Montesquieu – sembrano essere stati rispettati.

A prescindere dalla natura più o meno democratica della costituzione, il referendum ad essa annesso viene considerato da molti osservatori internazionali come il verdetto finale sulla legittimazione della cacciata di Morsi, in quanto la carta introduce alcune norme che penalizzano implicitamente i Fratelli Musulmani. La più importante è racchiusa nell’art. 74, il quale afferma testualmente che «i cittadini hanno il diritto di formare partiti politici attraverso notifica così come stabilito dalla legge. Nessuna attività politica potrà essere esercitata o partiti politici formati sulla base della religione». Il referendum svolge anche un ruolo strategico nell’aprire la strada a nuove elezioni. Elezioni nelle quali pare scontata la vittoria del generale Abdel Fattah al-Sisi, già presidente del Consiglio Supremo delle Forze Armate e ministro della Difesa e della Produzione bellica. Il generale è stato la mente e l’esecutore del golpe che lo scorso 3 luglio ha deposto l’ex capo di Stato egiziano, e non ha mai fatto mistero delle sue intenzioni di divenire in futuro il presidente del suo paese. D’altronde sarebbe difficile per Sisi affermare il contrario: non vi è nessuna figura che possa candidarsi al suo posto o che venga considerata parimenti credibile ed affidabile dall’establishment militare. La presidenza è un’istituzione cruciale in Egitto che non può essere affidata ad un politico inesperto, soprattutto in questo periodo di grave instabilità.
In attesa di elezioni presidenziali e parlamentari, gli egiziani continuano a ritrovarsi in una delle crisi economiche più dure della loro storia, col governo che riesce a tirare avanti grazie ai prestiti stranieri e il popolo che continua a morire di fame. Fame non solo alimentare, ma anche di diritti civili e democrazia.


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