Giugno in Europa - Eureka

Macron trionfa ma rimpiazza subito alcuni ministri, mentre l'Unione Europea pensa alla difesa comune

«La Brexit è stata una robustissima sveglia per l'Unione Europea». Il presidente del consiglio, Paolo Gentiloni, intervenuto in aula al Senato.
 

FOCUS EUROPA Di esercito europeo e altri miti
Non si aveva un dibattito così ambizioso sulla difesa comune europea da 65 anni. Era il 1952 quando il Trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa (CED) fu approvato, salvo poi non essere ratificato, due anni dopo, né dall’Assemblea Nazionale francese né dal Parlamento Italiano. Motivazioni storiche e politiche erano alla base di quel fallimento, ma mai come nei primi anni ’50 si era stati così vicini alla costituzione di una politica di difesa comune, a livello europeo, a cui sarebbe ipoteticamente conseguita la nascita della Comunità politica europea (fu il Presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi, su consiglio di Altiero Spinelli, a spingere per l’inserimento della CPE nel Trattato). Oggi, i 28 Capi di Stato europei sembrano essersi svegliati da questo lunghissimo torpore, sulla spinta di un rinnovato asse franco-tedesco capeggiato da Macron e Merkel. Il 22 Giugno infatti il Consiglio Europeo riunito a Bruxelles ha formalizzato una serie di proposte che mirano a una maggiore collaborazione in materia di difesa e sicurezza. Esse giungono al termine di un lungo percorso di elaborazione sul tema, che ha visto nella Commissione Europea l’attore propositivo principale. Il contributo portato al summit recava le firme dei due vice-presidenti Federica Mogherini e Jyrki Katainen, i quali hanno proposto e analizzato tre scenari per la difesa comune europea, dopo mesi di incontri e tenendo presente che «non stiamo parlando di un esercito europeo, né di una corsa agli armamenti», per usare le parole pronunciate in Novembre dallo stesso Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Di cosa parliamo allora? Intanto niente modifiche ai trattati, ma una piccola svolta, lungi dal poter essere definita decisiva. Come prima cosa, entra nelle agende europee e nazionali la cooperazione strutturata permanente (PESCO, da PErmanent Structured COoperation), strumento mai utilizzato finora ma previsto dal Trattato di Lisbona (art. 46). Gli Stati dell’Unione Europea, o (più realisticamente) alcuni di essi, sono invitati a cooperare in materia di difesa su progetti economici e in operazioni sul campo. Un invito di cui essere soddisfatti, ma assolutamente poco dettagliato. Sicuramente più concreta appare invece la costituzione di un Fondo europeo per la sicurezza e la difesa, di complemento a quelli nazionali. Ben nutrito di 90 milioni di euro all’anno per la ricerca congiunta tra governi in campo militare fino al 2019 per poi passare a 500 milioni l'anno a partire dal 2020, a cui aggiungere subito 500 milioni per il cofinanziamento dell’implementazione industriale, che saliranno a 1 miliardo tra tre anni. Siamo però ancora alle dichiarazioni, i prossimi mesi saranno decisivi per concretizzare questi buoni propositi. È tuttavia chiaro che molto dipenderà dalle volontà dei singoli Stati; Francia e Germania sembrano già pronti, ma gli altri? Il freschissimo presidente francese Emmanuel Macron, forse fin troppo entusiasta per il suo primo vertice europeo, lo ha definito «un passo storico», di concerto con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. La cessione della sovranità nazionale sull’ esercito, in favore di una condivisa politica unica di difesa, che farebbe cadere l’ultimo pilastro che ancora rappresenta l’esclusività della sovranità nazionale, sarebbe, quello sì, di portata storica. Ma qui, come detto, non stiamo parlando di questo. A Bruxelles i leader europei hanno chiaro il rispetto del metodo intergovernativo, che non è altro che un continuo compromesso tra chi spinge verso maggiore integrazione europea e chi pensa prima a tutelare gli interessi nazionali. Quello del 22 Giugno è forse più grande di altri, ma rientra sempre nella logica dei piccoli passi. Il grande passo si tentò nel 1952 ma ormai giunti al traguardo si tirò indietro la gamba e forse ci ritroviamo oggi con problemi che, senza la bocciatura franco-italiana del 1954, potremmo risolvere con strumenti più efficaci. Allora però, seguirono l’avvento della Comunità Economica Europea, il boom economico, e poi Schengen, l’Euro. Oggi, cosa ci aspetta all’orizzonte?

Matteo Gori

 

FOCUS FRANCIA Subito un rimpasto di governo

Dopo sole cinque settimane dall’insediamento di Emmanuel Macron all’Eliseo, il neoeletto presidente e il primo ministro da lui nominato, Edouard Philippe, hanno dovuto gestire una piccola crisi di governo. Essi hanno visto dimissionari, a pochi giorni dalla nomina, tre ministri fondamentali. Si tratta di Franḉois Bayrou, ministro della Giustizia, Marielle de Sarnez, agli Affari Europei, e Sylvie Goulard, alla Difesa. I ministri sono sotto inchiesta per un apparente gestione poco oculata di fondi provenienti dal Parlamento europeo, che sono stati utilizzati, secondo l’accusa, per stipendiare assistenti parlamentari che non si occupavano di affari europei, ma bensì prettamente affari nazionali e di partito. Quello che doveva essere un semplice operazione tecnica di riconferma del governo in seguito alle elezioni legislative, si è rivelata essere una vera e propria «emergenza ministri» che ha riguardato tre rappresentati del partito centrista MoDem, alleato di Macron, che adesso non conta nessun rappresentante tra le file dei ministri. Pare che la decisione assunta da Bayrou, dimissionario e presidente del partito MoDem, fosse stata tentennante inizialmente, ma poi, sulla spinta del Presidente Macron, anch’egli avesse deciso per le dimissioni. Il presidente infatti, che si è fatto simbolo del il cambiamento per la Francia, non avrebbe potuto permettersi un governo macchiato da indagini giudiziarie. Il MoDem continua a rappresentare, tuttavia, con circa 40 deputati all’Assemblea Nazionale, una forza alleata importante per il presidente. Ironia della sorte, tra le più importanti condizioni di alleanza tra Macron e Bayrou, presentate nel mese di marzo durante una conferenza stampa, vi era proprio quella dell’approvazione di una legge che puntasse alla moralizzazione della vita pubblica. Il progetto di riforma a cui stava lavorando lo stesso Bayrou contava tra i suoi temi quello della sospensione della Corte di giustizia della Repubblica, sottraendo ad essa eventuali procedimenti giudiziari a carico di ministri, che verrebbero giudicati dalla magistratura ordinaria e non da un tribunale ad hoc; quello dell’impossibilità di rielezione per più di tre mandati per deputati e senatori; e quello del divieto di assunzione di familiari da parte di parlamentari. Quest’ultimo punto, in particolare, ha assunto un’importanza politica e mediatica in seguito al «Penelopegate», scandalo riguardante la moglie del candidato alle presidenziali Franḉois Fillon, indagata per appropriazione indebita. In sostanza, nonostante non sia vietato dalla legge l’assunzione di familiari, si contesta che la remunerazione avvenuta con denaro pubblico non sia conseguente ad un effettivo lavoro prestato. Nonostante le tante critiche mosse nei confronti di Macron in seguito alle dimissioni dei ministri, critiche portate avanti soprattutto da repubblicani e socialisti, rappresentati dei partiti storici francesi sconfitti alle legislative, il presidente non sembra aver perso credibilità, forte anche della maggioranza del suo partito, Republique en Marche. La nomina di nuovi ministri è stata particolarmente veloce ed è stata affidata al primo ministro, che ha scelto Nicole Belloubet alla Giustizia, Florence Parly alla Difesa e Nathalie Loiseau agli Affari europei. Adesso che il suo maggiore sostenitore è fuori gioco, chissà cosa ne sarà della famosa riforma sulla moralizzazione della vita pubblica. Sicuramente, superata l’emergenza ministri, Macron ha ancora tutto da costruire, con dei presupposti che però sembrano i migliori.

Domitilla D'Ambra

 

CALENDARIO In Europa, a giugno

4 giugno ► Un altro attacco terroristico semina panico e morte nella zona di London Bridge. Gli attentatori, dopo aver investito dei passanti, vengono uccisi dalla polizia.
5 giugno ► I rappresentanti dell'Unione Europea hanno incontrato le controparti della Repubblica Popolare Cinese, discutendo tra l'altro di un coordinamento per la politica estera rispetto ad alcune aree, inclusa l'Ucraina.
8 giugno ► Il Regno Unito si ritrova con un hung parliament dopo le elezioni anticipate convocate da Theresa May, che si riconferma primo ministro solo grazie ad un accordo con il Democratic Unionist Party nordirlandese e rinuncia di fatto alla 'strong and stable leadership' alla base della convocazione del voto.
13 giugno ► La Banca Centrale Europea ha portato a termine un progetto di incremento delle proprie riserve internazionali acquistando sul mercato 500 milioni di euro di yen cinesi.
14 giugno ► Eurostat indica la crescita dell'occupazione nell'Eurozona allo 0.4 percento nel primo trimestre dell'anno.
14 giugno ► La Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione contro Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia per non aver partecipato in alcun modo ai piani di ricollocamento dei migranti.
15 giugno ► Addio roaming: da questa estate sarà possibile utilizzare i propri servizi di telefonia mobile praticamente senza restrizioni all'interno di tutto il territorio dell'Unione. La campagna è stata promossa con lo slogan roam like at home.
22 giugno ► Di fatto prende avvio la cooperazione strutturata permanente per la difesa comune dell'Unione Europea, con il supporto del neopresidente francese, Emmanuel Macron.

 

 

SPUNTI per l'Europa
Project Syndacate (with W. Schaeuble) A Better Investment Framework for Africa
Centro Studi sul Federalismo L’italia in eurocorps e nella cooperazione strutturata: verso una difesa federale europea
Il Sole 24 Ore L'inevitabile unione fiscale


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